CAFFÈ APPENA SVEGLI DOPO AVER DORMITO MALE? NON È UNA BUONA IDEA

Dopo aver dormito male, bere un caffè forte per “svegliarsi” prima di colazione non è una buona idea. Perché? Il caffè a digiuno riduce la tolleranza al glucosio, aumentando il rischio di sviluppare un diabete mellito di tipo 2. Molto meglio fare prima colazione e poi prendere il caffè.
A questa conclusione è giunto un piccolo studio anglo-taiwanese, randomizzato in crossover, condotto in 29 giovani adulti (età 21±1 anni, BMI 24.4±3.3 kg/m2). I soggetti sono stati sottoposti a un test di tolleranza orale al glucosio (OGTT) dopo un ristoratore sonno notturno, dopo un sonno notturno disturbato (sveglia di 5 min ogni ora) e dopo un sonno notturno disturbato seguito dall’assunzione di un caffè nero (300 mg di caffeina).
La qualità del sonno non ha influenzato l’esito dell’OGTT. Al contrario, l’aggiunta del caffè al sonno disturbato ha causato un aumento significativo del picco glicemico medio (8.96 mmol/l  vs 8.20 mmol/l) e del picco insulinico medio (310 pmol/l vs 235 pmol/l).

Br J Nutr (IF=3.334)124:1114,2020. doi: 10.1017/S0007114520001865

GLI OMEGA 3 NON SONO SUPERIORI AL PLACEBO NEL RIDURRE GLI EVENTI CARDIOVASCOLARI NEL PAZIENTE AD ALTO RISCHIO CARDIOVASCOLARE

I risultati dello STRENGTH trial sono stati presentati al congresso dell’American Heart Association 2020, svoltosi quest’anno in modalità virtuale, per le ben note ragioni.
Lo scopo dello studio è stato di valutare l’efficacia della combinazione EPA+DHA (omega-3) verso placebo in pazienti con dislipidemia e alto rischio cardiovascolare. Si tratta di uno studio randomizzato, in doppio cieco, in cui sono stati arruolati 6.539 pazienti nel gruppo omega-3 e 6.539 nel gruppo placebo. La mediana del follow-up è stata di 42 mesi. L’età media dei pazienti era di 63 anni. Il 35% dei pazienti era di sesso femminile e il 70% aveva un diabete mellito. Il trial è stato interrotto precocemente perché un’analisi ad interim programmata ha rivelato una bassa probabilità di beneficio nel gruppo omega-3. L’outcome primario composito di morte cardiovascolare, infarto del miocardio, stroke, rivascolarizzazione percutanea, o ospedalizzazione per angina instabile si è verificato nel 12,3% dei pazienti del gruppo omega-3 e nel 12,2% dei pazienti del gruppo placebo (p=0,84). Per quanto riguarda gli outcomes secondari si è evidenziato: fibrillazione atriale nel 2,2% dei pazienti nel gruppo omega-3 e 1,3% nel gruppo placebo (p<0,001); eventi avversi gastrointestinali nel 24,7% (omega-3) e 14,7% (placebo); sanguinamenti maggiori nel 0,8% (omega-3) e 0,7% (placebo).
Chi di voi è interessato agli effetti degli acidi grassi omega-3 sul rischio cardiovascolare noterà che i risultati dello STRENGHT sono diversi da quelli del REDUCE-IT e del JELIS, che invece hanno dimostrato un beneficio degli omega-3 sugli eventi cardiovascolari. La differenza è probabilmente imputabile alla diversa formulazione di omega-3 utilizzata nei tre studi. Il REDUCE-IT e il JALIS hanno utilizzato EPA puri, mentre lo STRENGTH ha utilizzato una combinazione di EPA e DHA. Emergerebbe quindi un chiaro beneficio dell’EPA nei confronti della miscela.

LA DIETA MEDITERRANEA ALLUNGA LA VITA. ANCHE NEGLI ANZIANI

Non è mai troppo tardi per iniziare a mangiare sano. E la dieta mediterranea, paradigma dell’alimentazione più salutare, fa bene anche quando non si è più giovanissimi. Lo dice uno studio italiano condotto all’IRCCS Neuromed di Pozzilli. Sono stati analizzati i dati di oltre 5mila anziani partecipanti al progetto Moli-sani, un’indagine che raccoglie informazioni su circa 25mila abitanti del Molise, al fine di individuare i fattori di rischio per malattie come tumori e patologie cardiovascolari e riconoscere gli elementi più protettivi per la salute. In questo caso, 5200 ultrasessantacinquenni sono stati seguiti per una media di otto anni, durante i quali sono stati registrati 900 decessi. Come sapete, un’alimentazione mediterranea abbonda di frutta, verdura, pesce, legumi, cereali e olio d’oliva mentre è scarso l’apporto di carne e latticini. L’aderenza di ciascun individuo ai principi della dieta mediterranea è stata valutata con uno score da 0 (pessima aderenza) a 9 (massima aderenza).

Ogni unità di aumento dello score si associa a una riduzione della mortalità totale (HR=0.94; 95%CI 0.90-0.98) e della mortalità cardio- e cerebro-vascolare (HR=0.91; 95%CI 0.83-0.99). Gli stessi ricercatori hanno anche eseguito una meta-analisi di 7 studi simili, con un totale di 11738 partecipanti e 3874 decessi. In questo caso, ogni unità di aumento dello score si associa a una riduzione del 5% (95%CI 4-7%) della mortalità totale. I risultati mostrano quindi chiaramente che un’alimentazione mediterranea riduce la mortalità pure negli over 65, e che una maggior aderenza alla dieta mediterranea comporta un minor rischio di morte, in modo dose-dipendente.

I ricercatori dell’Istituto Neuromed, analizzando le abitudini di 10mila persone (studiate nell’ambito dell’Osservatorio epidemiologico su alimentazione e salute in Italia, INHES), hanno poi dimostrato che la dieta mediterranea è preferita dagli over 50 e al Sud, ed è scelta più spesso dagli uomini che dalle donne.

 

Brit J Nutr (IF=3.334)120:841,2018.  doi: 10.1017/S0007114518002179

CON GLI ALIMENTI ULTRAPROCESSATI SI INVECCHIA PRIMA

C’è una relazione tra invecchiamento biologico precoce e consumo di alimenti ultra-processati (UPF, ultraprocessed foods), quei prodotti industriali attraenti e colorati, surgelati o no, dolci o salati, sempre più utilizzati da chi non ha voglia, e spesso non ha il tempo, di dedicarsi alla preparazione dei pasti.
Ricercatori spagnoli delle Università di Navarra, Pamplona e Madrid hanno analizzato i dati di 645 uomini e 241 donne, età media 67.7 anni, che hanno fornito campioni di saliva per l’analisi del DNA e accurate registrazioni di quale e quanto cibo industriale assumessero quotidianamente. I ricercatori hanno suddiviso i partecipanti in 4 gruppi, in base al consumo individuale di UPF: basso consumo (meno di 2 porzioni al giorno), consumo medio-basso (da 2 a 2,5 porzioni al giorno), consumo medio-alto (da più di 2,5 a 3 porzioni al giorno) e consumo alto (più di 3 porzioni quotidiane). Hanno utilizzato, come parametro di invecchiamento biologico, la lunghezza dei telomeri. I telomeri sono strutture formate da DNA e proteine, localizzati alle estremità dei cromosomi. Non contengono informazioni genetiche, cioè non sono codificanti, ma sono vitali, perché preservano la stabilità e l’integrità dei cromosomi. Ogni volta che una cellula si divide, una piccola parte di telomero viene persa; pertanto, man mano che le cellule invecchiano, i telomeri si accorciano. Per questa ragione la loro lunghezza è considerata un marcatore dell’età biologica.
Gli individui del gruppo a consumo maggiore di UPF avevano più degli altri l’abitudine di fare spuntini tra un pasto e l’altro, consumavano più grassi (saturi e polinsaturi), sodio, colesterolo, fast food e carni lavorate, e assumevano meno carboidrati, proteine, fibre, olio d’oliva, frutta e verdura. In essi erano più rappresentati storia familiare di malattie cardiovascolari, diabete e iperlipidemia. La probabilità di avere dei telomeri “accorciati” era quasi raddoppiata rispetto agli individui a basso consumo di UPF (OR=1.82; 95%CI 1.05-3.22), con una relazione lineare inversa tra consumo di UPF e lunghezza dei telomeri.
Più si consumano cibi “malsani” più le cellule del nostro organismo invecchiano. E in fin dei conti noi stessi.

Am J Clin Nutr (IF=6.766) 111:1259,2020. doi: 10.1093/ajcn/nqaa075

FRUTTA E VERDURA. CON 100 GRAMMI IN PIÙ AL GIORNO SI RIDUCE DEL 25% IL RISCHIO DI DIABETE

Non per forza le canoniche cinque porzioni di frutta e verdura al giorno. Anche solo un piccolo sforzo in più basta ad allontanare il diabete mellito di tipo 2. Per la precisione, bastano 66 grammi in più di questi due alimenti per ridurre del 25% il rischio di sviluppare un diabete di tipo 2.
È quanto emerge da uno studio di ricercatori europei, che hanno esaminato l’associazione tra livelli ematici di vitamina C e carotenoidi (i pigmenti presenti in frutta e verdura colorate) e rischio di sviluppare un diabete di tipo 2. I risultati si basano su 9.754 adulti che hanno sviluppato un diabete di tipo 2 di nuova insorgenza e un gruppo di controllo di 13.662 adulti reclutati tra i 340mila partecipanti alla European Prospective Investigation in Cancer and Nutrition (EPIC) – Studio InterAct in otto paesi europei.
Valori più elevati di vitamina C e carotenoidi totali si associano a un ridotto rischio di sviluppare diabete: rispettivamente HR per SD=0.82  (95%CI 0.76-0.89) e HR per SD=0.75 (95%CI 0.68-0.82). Controllando i dati per stile di vita e altri fattori di rischio per il diabete, i ricercatori hanno calcolato che un aumento medio di 66 grammi al giorno nell’assunzione totale di frutta e verdura (95%CI 61-71) riduce di un quarto (HR=0.75; 95%CI 0.67-0.83) il rischio di sviluppare un diabete di tipo 2.
Anche se si tratta di uno studio osservazionale, e quindi non è possibile stabilire un nesso di causa-effetto, il risultato fornisce un’ulteriore conferma di come il consumo di frutta e verdura possa avere un impatto significativo sulla riduzione del rischio di insorgenza del diabete di tipo 2.

Brit Med J (IF=30.223) 370:m2194,2020. doi: 10.1136/bmj.m2194

TUMORE AL SENO. LA DIETA MIMA-DIGIUNO MIGLIORA LA RISPOSTA ALLA CHEMIOTERAPIA

Sono circa 370 mila gli individui che ogni anno in Italia ricevono una diagnosi di cancro (dati Airtum 2019) e per ciascuno di essi si apre un mondo di dubbi, speranze e ricerca delle opzioni terapeutiche migliori. In questo scenario la nutrizione è uno degli elementi a cui si guarda con maggiore interesse dopo una diagnosi di tumore. È ormai indubbio infatti che i nutrienti abbiano un ruolo di modulatori nei processi patologici, di guarigione e di risposta alle terapie, con effetti importanti sulla prognosi.

Nello studio multicentrico Direct, 131 donne con carcinoma mammario HER-2 negativo allo stadio 2/3 sono state randomizzate in due gruppi: uno che avrebbe seguito il proprio regime alimentare 3 giorni prima e durante i 6 cicli di chemioterapia adiuvante (quella eseguita dopo l’intervento allo scopo di ridurre il rischio di recidiva della malattia), l’altro che avrebbe seguito un regime mima-digiuno (FMD, Fasting Mimicking Diet) prima e durante la chemioterapia, per un totale di 4 giorni. Alle pazienti del secondo gruppo è stata assegnata una dieta di circa 1200 kcal il primo giorno, ridotti poi a 200 kcal nei tre giorni successivi, derivate per l’80% da carboidrati complessi.
53 pazienti su 65 (81,5%) hanno completato il primo ciclo di FMD, il 50% ne ha completati due, il 33,8% è arrivato a 3 cicli e il 20% ha completato 6 cicli. L’FMD ha sensibilmente migliorato l’efficacia della chemioterapia. La malattia definita ‘stabile’ o ‘progressiva’ era marcatamente inferiore nel gruppo mima-digiuno rispetto a quello di controllo: 11,3% contro 26,9%.
I risultati di questa ricerca, per quanto estremamente preliminari sono certamente interessanti. È possibile che la restrizione calorica protegga le cellule sane da fattori di rischio e stress come la chemioterapia, mentre le cellule malate non sono in grado di proteggersi e adattarsi alla scarsità energetica.

 

Nat Commun (IF=12.121) 11:3083,2020. DOI: 10.1038/s41467-020-16138-3

PROTEINE VEGETALI. ELISIR DI LUNGA VITA?

Sostituire le proteine animali con quelle vegetali riduce la mortalità per tutte le cause e per malattie cardiovascolari. I ricercatori del National Cancer Institute hanno analizzato i dati relativi a 237.036 uomini e 179.068 donne che hanno partecipato al U.S. National Institutes of Health-AARP Diet and Health Study dal 1995 al 2011. L’età mediana (SD) era di 62,2 anni (5,4) per gli uomini e 62,0 (5,4) per le donne. Nel complesso, l’assunzione mediana di proteine alimentari da tutte le fonti rappresentava il 15,3% delle calorie giornaliere, con il 40% delle proteine derivanti da fonti animali e il 60% da fonti vegetali. Durante il follow-up di 15,5 anni sono deceduti 49.297 uomini e 28.317 donne.
Negli uomini, l’assunzione di 10 grammi in più di proteine vegetali per 1.000 calorie giornaliere si associa a un rischio inferiore di mortalità per tutte le cause (HR=0,88) e di mortalità per malattie cardiovascolari (HR=0,88). Nelle donne, l’assunzione dello stesso quantitativo di proteine vegetali per 1.000 calorie si associa a una mortalità inferiore per tutte le cause (HR=0,86), per malattie cardiovascolari (HR=0,83) e per cancro (HR=0,91). Inoltre, la sostituzione del 3% delle calorie derivanti da proteine animali con calorie da proteine vegetali si associa a una mortalità per tutte le cause inferiore del 10% sia negli uomini che nelle donne, nonché a una ridotta mortalità per malattie cardiovascolari (11% negli uomini e 12% nelle donne). La riduzione maggiore nella mortalità per tutte le cause è stata osservata quando le proteine vegetali hanno sostituito le proteina dell’uovo (HR 0,76 e 0,79 per uomini e donne); poi la sostituzione di proteine da carne rossa (HR 0,87 e 0,85) e da latticini (HR 0,92 per entrambi). I risultati si sono mantenuti quando i partecipanti sono stati suddivisi in sottogruppi in base a status di fumatore, diabete, consumo di frutta, uso di integratori vitaminici e stato di salute autosegnalato.

JAMA Intern Med (IF=18.652) 2020 Jul 13:e202790.