POLIFENOLI E CAPACITÀ COGNITIVE. UNA META-ANALISI

Ricercatori emiliani hanno condotto una meta-analisi di 21 studi che hanno valutato gli effetti dei polifenoli sulle capacità cognitive.
5 studi, per un totale di 508 pazienti trattati e 501 controlli, hanno utilizzato come end-point una variazione dell’ADAS-Cog (Alzheimer’s Disease Assessment Scale–Cognitive Subscale), un test utilizzato per valutare il deterioramento cognitivo nella malattia di Alzheimer. Gli effetti complessivi non hanno mostrato un impatto significativo dei polifenoli su ADAS-Cog (p=0,310), ma l’analisi per sottogruppi ha mostrato un effetto positivo di Ginkgo biloba su ADAS-Cog, rispetto al placebo (differenza media −2,02, 95%CI tra −3,79 e −0,26, p=0,020).
In 8 studi, per un totale di 1868 pazienti trattati e 1856 controlli, è stato utilizzato il Mini-Mental State Examination (MMSE) un breve esame per valutare diversi domini della funzione cerebrale, come orientamento, memoria, attenzione, calcolo, linguaggio e capacità di richiamare determinate acquisizioni. Anche in questo caso non è emerso alcun effetto significativo dei polifenoli sull’esito di MMSE (p=0,080).Il Wechsler Adult Intelligence Scale (WAIS) Digital symbol test, che si focalizza principalmente sulla memoria, è stato riportato in 8 studi, per un totale di 4.032 pazienti (2.029 pazienti e 2.003 controlli); complessivamente non si è riscontrato un effetto significativo dei polifenoli (p=0,380). Il WAIS Block design, che si focalizza su orientamento spaziale e capacità motoria,  è stato valutato in 4 studi, per un totale di 3.389 pazienti, indicando invece un miglioramento significativo (p=0,005), in particolare quando è stato utilizzato l’estratto di Ginkgo biloba (differenza media −0,43, 95%CI tra −0,73 e −0,13).
Infine, 3 studi, per un totale di 301 soggetti (150 trattati e 151 controlli) hanno utilizzato il Reys Auditory Verbal Learning Task (RAVLT), che valuta l’apprendimento verbale e la memoria. La somministrazione di polifenoli ha aumentato significativamente il punteggio del RAVLT-richiamo immediato (differenza media 1,63, 95%CI 1,2- 2,00, p<0,001). Il WCST è stato riportato in 4 studi per un totale di 456 pazienti. L’effetto complessivo non è stato significativamente influenzato dalla somministrazione di polifenoli (p=0,070). Il test trail making A (TMT-A) è stato utilizzato in 7 studi, per un totale di 3473 pazienti. La somministrazione di polifenoli non ha migliorato significativamente questo punteggio (p=0,620). Allo stesso modo, il test trail making B (TMT-B) è stato utilizzato in 8 studi, per un numero totale di 3.503 soggetti (1.765 pazienti e 1.738 controlli). L’effetto complessivo dei polifenoli è stato statisticamente significa> goli (differenza media −1,85, IC 95%: −3,14, −0,55, p=0,005).
In conclusione, i risultati di questa meta-analisi suggeriscono che l’integrazione con polifenoli potrebbe migliorare alcuni indicatori specifici dello stato cognitivo nell’uomo. Tra tutti i composti utilizzati, l’estratto di Ginkgo biloba sembra essere il più attivo; i benefici riportati potrebbero essere attribuibili all’intero fitocomplesso, dove è probabile che sia composti polifenolici che non polifenolici giochino un ruolo attivo.

Giorn Ital Arterioscler 11:5,2020

POLIFENOLI E CAPACITÀ COGNITIVE

Numerosi studi clinici osservazionali e di intervento hanno suggerito l’esistenza di un’associazione tra l’assunzione di alimenti a elevato contenuto di polifenoli, come frutti di bosco, uva, cacao e tè verde, e un miglioramento delle funzioni cognitive. Ciò nonostante, non tutti gli studi hanno dato risultati positivi in modo univoco, lasciando aperto il dibattito sul potenziale utilizzo dei polifenoli per il mantenimento della salute cognitiva. Per esempio, la dieta mediterranea, il cui apporto di polifenoli corrisponde a circa 1 g/die, tende a prevenire il deterioramento cognitivo. Invece, gli effetti neuroprotettivi degli isoflavoni della soia sembrano limitati, essendo influenzati da diversi fattori legati alle caratteristiche individuali, al tipo di trattamento e a fattori correlati alla pianta stessa. Le ragioni alla base di queste discrepanze si possono ritrovare nella diversa quantità e biodisponibilità dei composti utilizzati, come pure nella variabilità interindividuale della composizione e funzione del microbiota intestinale, che fa sì che l’assunzione degli stessi polifenoli si traduca in effetti diversi, a seconda delle caratteristiche di ciascun individuo. In sintesi, la mancanza di risultati convincenti degli studi clinici rende difficile trarre una conclusione solida sull’effetto preventivo dei polifenoli sulle funzioni cognitive e sulla neurodegenerazione. Per cercare di fare un po’ di chiarezza sull’argomento, in un prossimo post esporremo i risultati di una recente meta-analisi condotta da ricercatori emiliani.

POLIFENOLI E MALATTIE CARDIOVASCOLARI. UNA META-ANALISI

Ricercatori emiliani hanno condotto una meta-analisi per cercare di fare chiarezza sugli effetti cardiovascolari dei polifenoli. Hanno analizzato i risultati di 34 studi clinici, in cui sono state somministrate dosi di polifenoli significativamente più elevate di quelle assunte per via alimentare (per es. >100 mg/die di quercetina e 80-132 mg/die di isoflavoni). È stata riscontrata una notevole eterogeneità tra gli studi analizzati per differenze di trattamento in termini di formulazione, dose, fonte e tipo di polifenoli utilizzati.
16 studi, per un totale di 1.190 soggetti (606 trattati con polifenoli e 584 con placebo), hanno valutato gli effetti sulla pressione arteriosa (PA). L’analisi complessiva ha mostrato una riduzione significativa della PA sistolica (differenza media −1.01 mmHg, 95%CI tra −2.04 e 0.02 mmHg, p=0.005) e della PA diastolica (differenza media −1.32 mmHg, 95%CI tra −2.37 e −0.27 mmHg, p=0,001) dopo somministrazione di polifenoli. 21 studi, per un totale di 1.933 soggetti (988 trattati con polifenoli e 945 con placebo) hanno valutato gli effetti sulla colesterolemia (HDL-C e LDL-C). La somministrazione di polifenoli ha ridotto significativamente i livelli di LDL-C (differenza media −4.39 mg/dL, 95%CI tra −7.66 e −1.11 mg/dL, p=0.009) e aumentato i livelli di HDL-C (differenza media 2.68 mg/dL, 95%CI 2.43-2.92 mg/dL, p<0.001). 8 studi, per un totale di 568 soggetti (289 trattati con polifenoli e 279 con placebo), hanno valutato gli effetti vascolari dei polifenoli, misurando la vasodilatazione flusso-mediata (FMD), un parametro di funzionalità endoteliale (vedi articoli precedenti), che è aumentata (differenza media 0.89%, 95%CI 0.40- 1.38%, p<0.001). In 9 studi, per un totale di 611 pazienti (303 trattati con polifenoli e 308 con placebo), è stata esaminata la hs-CRP, un classico parametro infiammatorio, che non è variata.
L’analisi complessiva ha rivelato un effetto positivo dei polifenoli sui parametri cardiovascolari considerati. Nonostante questi effetti siano significativi dal punto di vista statistico, le differenze evidenziate sono di modesta entità e talvolta di dubbio beneficio clinico.

Giorn Ital Arterioscler 11:5,2020

POLIFENOLI, MALATTIE CARDIOVASCOLARI E NEURODEGENERATIVE. 2.

Ricercatori dell’Università di Bonn hanno condotto un trial crossover in doppio cieco in cui 70 soggetti sovrappeso/obesi con pre-ipertensione o ipertensione di stadio 1 hanno ricevuto 162 mg/die di quercetina (10-15 volte il consumo giornaliero medio) derivante da estratto di buccia di cipolla o placebo per un periodo di 6 settimane, intervallato da 6 settimane di washout. Rispetto agli studi che l’hanno preceduto, questo si distingue per aver utilizzato il monitoraggio della pressione arteriosa nelle 24 ore, oggi considerato gold-standard nella valutazione degli effetti antiipertensivi di nutraceutici e farmaci. È stata riscontrata una notevole variabilità interindividuale nella concentrazione plasmatica di quercetina (figura; in nero i pazienti che hanno assunto quercetina), verosimilmente dovuta a differenze nell’assorbimento intestinale. 

Nell’intero gruppo di soggetti la quercetina non ha prodotto variazioni significative nei valori pressori delle 24 ore e misurati in ambulatorio. Nel sottogruppo di soggetti ipertesi, la quercetina ha ridotto significativamente la pressione sistolica (SBP) delle 24 ore di 3.6 mmHg (p=0.022) rispetto al placebo. Non sono state riscontrate variazioni significative del peso corporeo e dei parametri lipidici e infiammatori.

Br J Nutr (IF=3.334) 114:1263, 2015

POLIFENOLI, MALATTIE CARDIOVASCOLARI E NEURODEGENERATIVE. 1.

Negli ultimi anni è aumentato esponenzialmente l’interesse per gli effetti dei polifenoli sulla salute umana. Si pensi che dagli anni ’80 sono stati pubblicati più di 80.000 studi che riportano molteplici effetti dei polifenoli su un’ampia gamma di patologie, tra cui cancro, sindrome metabolica, diabete e steatosi epatica non alcolica. Tuttavia, come spesso accade quando si parla di “nutraceutici”, gli studi clinici finora condotti soffrono di varie limitazioni, la principale essendo l’inaccuratezza delle dosi di polifenoli utilizzate, che eccedono, anche di molto, le quantità che si possono riscontrare negli alimenti.

Gli studi in vitro sono invece inficiati dalla scarsità di informazioni sulla farmacocinetica, in particolare l’assorbimento e il metabolismo di queste sostanze. I polifenoli si caratterizzano infatti per una biodisponibilità molto bassa, legata al fatto che sono presenti negli alimenti come composti glicosidati, con uno scarso assorbimento a livello intestinale; una volta nel colon, l’idrolisi enzimatica dei glicosidi promossa dal microbiota intestinale libera l’aglicone, che a sua volta viene assorbito o va incontro a ulteriore metabolismo. La maggior parte degli studi che indagano il meccanismo d’azione dei polifenoli condotti in vitro utilizza i composti presenti negli alimenti e non i metaboliti che effettivamente raggiungono la cellula target. Di conseguenza, i risultati di questo genere di studi hanno una scarsa rilevanza fisiologica.

Nei prossimi post analizzeremo in modo critico le principali evidenze cliniche dell’attività dei polifenoli sulle patologie cardiovascolari e neurodegenerative. In particolare, concentreremo la nostra attenzione sugli studi effettuati su soggetti che assumevano a scopo preventivo integratori alimentari contenenti polifenoli, escludendo invece gli studi in cui tali composti venivano assunti soltanto attraverso la dieta.

W LA CIOCCOLATA!

È noto che i flavonoli, un sottogruppo di flavonoidi vegetali presenti in alimenti come cacao, uva, mele, tè o bacche, riducono il rischio cardiovascolare, verosimilmente migliorando la funzione endoteliale. Ricercatori delle Università di Birmingham e dell’Illinois mostrano ora che i flavonoli aumentano anche l’agilità mentale e l’ossigenazione al cervello. In uno studio controllato cross-over i ricercatori hanno somministrato una bevanda al cacao ad alto contenuto di flavonoli (150 mg di epicatechina e 35.5 mg of catechina) o priva di flavonoli (< 4 mg di ciscuno) a 18 maschi sani, di età compresa tra 18 e 40 anni.
La bevanda ad alto contenuto di flavonoli ha indotto una più rapida e intensa ossigenazione del cervello in risposta a livelli artificialmente elevati di anidride carbonica. Questa era associata a una migliore performance nei test cognitivi; i soggetti hanno completato i test in modo più efficiente, con un miglioramento dell’11% nella velocità delle prestazioni.
Sebbene ancora preliminari, visto il limitato numero di soggetti esaminati e il disegno sperimentale, i risultati dimostrano che l’assunzione acuta di flavonoli induce un miglioramento apprezzabile nelle prestazioni e nell’ossigenazione, fornendo un’ulteriore prova a sostegno del legame tra ossigenazione del sangue cerebrale e capacità cognitive.

Sci Rep (IF=3.998) 10:19409,2020.  doi:10.1038/s41598-020-76160-9

GLI ACIDI GRASSI N-3 NON RIDUCONO GLI EVENTI CARDIOVASCOLARI NEI PAZIENTI ANZIANI CON RECENTE INFARTO DEL MIOCARDIO

L’OMEMI (OMega-3 fatty acids in Elderly with Myocardial Infarction) trial è uno studio randomizzato, in doppio cieco, in pazienti anziani (70-82 anni) con recente infarto miocardico. 1027 pazienti sono stati randomizzati a n-3FA [930 mg di acido eicosapentaenoico (EPA) e 660 mg di acido docosaesaenoico (DHA)] (n=513) o placebo (n=514). L’infarto si era verificato 2-8 settimane prima della randomizzazione.
L’outcome primario composito (morte per tutte le cause, infarto del miocardio non fatale, rivascolarizzazione, stroke o ospedalizzazione per scompenso cardiaco) si è verificato nel 21.4% dei pazienti nel gruppo n-3FA e nel 20.0% dei pazienti nel gruppo placebo (HR=1.08; 95%CI 0.82-1.41; p=0.62). Per quanto riguarda gli outcomes secondari: fibrillazione atriale nel 7.2% del gruppo n-3FA e nel 4.0% del gruppo placebo (p=0.06); sanguinamenti maggiori nel 10.7% del gruppo n-3FA e nell’11% del gruppo placebo (p=0.87).
Chi di voi è interessato agli effetti degli n-3FA sul rischio cardiovascolare noterà che i risultati dell’OMEMI sono analoghi a quelli dello STRENGHT, ma diversi da quelli del REDUCE-IT e del JELIS, che invece hanno dimostrato un beneficio degli n-3FA sugli eventi cardiovascolari (vedi articoli). La differenza è probabilmente imputabile alla diversa formulazione di n-3FA utilizzata nei quattro studi. Il REDUCE-IT e il JALIS hanno utilizzato EPA puro, mentre OMEMI e STRENGTH hanno utilizzato una combinazione di EPA e DHA. Emergerebbe quindi un chiaro beneficio dell’EPA nei confronti della miscela.

Circulation (IF=23.603) 2020 Nov 15. doi: 10.1161/CIRCULATIONAHA.120.052209

DIETA VEGETARIANA O VEGANA? AUMENTA IL RISCHIO DI FRATTURE OSSEE

Una alimentazione vegetariana o vegana aumenta il rischio di fratture ossee. È quanto emerge da uno studio condotto da ricercatori delle Università britanniche di Oxford e Bristol, che hanno analizzato i dati relativi all’alimentazione di un campione di oltre 54000 persone, raccolti negli anni dal 1993 al 2001. 29830 individui erano onnivori, 15499 vegetariani e 1892 vegani. Durante il follow-up, terminato nel 2010, sono state registrate 3941 fratture ossee a braccia (566), polsi (889), anche (945), gambe (366), caviglie (520), o altre sedi (467). È emerso che i vegetariani e i vegani avevano un rischio aumentato del 9% (HR 1.09; 95%CI 1.00-1.19) e del 43% (HR 1.43; 95%CI 1.20-1.70) di fratture ossee rispetto a chi seguiva un’alimentazione onnivora.

La causa, ipotizzano gli autori, sarebbe da ricercare nel ridotto apporto di proteine nobili e calcio.  Le proteine in grado di innescare la sintesi proteica sono, infatti, principalmente le proteine nobili di carne, pesce, uova e formaggi, fonte quest’ultimi anche di calcio.
Lo studio ha però un importante limite: gli autori infatti non hanno distinto tra fratture dovute a cadute accidentali e fratture spontanee. Un conto è una frattura dovuta con sicurezza a un deficit di minerali o a una salute ossea precaria; altra cosa sono le fratture provocate da un forte trauma.

BMC Med (IF=6.782) 18:353,2020.  doi: 10.1186/s12916-020-01815-3.

CAFFÈ APPENA SVEGLI DOPO AVER DORMITO MALE? NON È UNA BUONA IDEA

Dopo aver dormito male, bere un caffè forte per “svegliarsi” prima di colazione non è una buona idea. Perché? Il caffè a digiuno riduce la tolleranza al glucosio, aumentando il rischio di sviluppare un diabete mellito di tipo 2. Molto meglio fare prima colazione e poi prendere il caffè.
A questa conclusione è giunto un piccolo studio anglo-taiwanese, randomizzato in crossover, condotto in 29 giovani adulti (età 21±1 anni, BMI 24.4±3.3 kg/m2). I soggetti sono stati sottoposti a un test di tolleranza orale al glucosio (OGTT) dopo un ristoratore sonno notturno, dopo un sonno notturno disturbato (sveglia di 5 min ogni ora) e dopo un sonno notturno disturbato seguito dall’assunzione di un caffè nero (300 mg di caffeina).
La qualità del sonno non ha influenzato l’esito dell’OGTT. Al contrario, l’aggiunta del caffè al sonno disturbato ha causato un aumento significativo del picco glicemico medio (8.96 mmol/l  vs 8.20 mmol/l) e del picco insulinico medio (310 pmol/l vs 235 pmol/l).

Br J Nutr (IF=3.334)124:1114,2020. doi: 10.1017/S0007114520001865

GLI OMEGA 3 NON SONO SUPERIORI AL PLACEBO NEL RIDURRE GLI EVENTI CARDIOVASCOLARI NEL PAZIENTE AD ALTO RISCHIO CARDIOVASCOLARE

I risultati dello STRENGTH trial sono stati presentati al congresso dell’American Heart Association 2020, svoltosi quest’anno in modalità virtuale, per le ben note ragioni.
Lo scopo dello studio è stato di valutare l’efficacia della combinazione EPA+DHA (omega-3) verso placebo in pazienti con dislipidemia e alto rischio cardiovascolare. Si tratta di uno studio randomizzato, in doppio cieco, in cui sono stati arruolati 6.539 pazienti nel gruppo omega-3 e 6.539 nel gruppo placebo. La mediana del follow-up è stata di 42 mesi. L’età media dei pazienti era di 63 anni. Il 35% dei pazienti era di sesso femminile e il 70% aveva un diabete mellito. Il trial è stato interrotto precocemente perché un’analisi ad interim programmata ha rivelato una bassa probabilità di beneficio nel gruppo omega-3. L’outcome primario composito di morte cardiovascolare, infarto del miocardio, stroke, rivascolarizzazione percutanea, o ospedalizzazione per angina instabile si è verificato nel 12,3% dei pazienti del gruppo omega-3 e nel 12,2% dei pazienti del gruppo placebo (p=0,84). Per quanto riguarda gli outcomes secondari si è evidenziato: fibrillazione atriale nel 2,2% dei pazienti nel gruppo omega-3 e 1,3% nel gruppo placebo (p<0,001); eventi avversi gastrointestinali nel 24,7% (omega-3) e 14,7% (placebo); sanguinamenti maggiori nel 0,8% (omega-3) e 0,7% (placebo).
Chi di voi è interessato agli effetti degli acidi grassi omega-3 sul rischio cardiovascolare noterà che i risultati dello STRENGHT sono diversi da quelli del REDUCE-IT e del JELIS, che invece hanno dimostrato un beneficio degli omega-3 sugli eventi cardiovascolari. La differenza è probabilmente imputabile alla diversa formulazione di omega-3 utilizzata nei tre studi. Il REDUCE-IT e il JALIS hanno utilizzato EPA puri, mentre lo STRENGTH ha utilizzato una combinazione di EPA e DHA. Emergerebbe quindi un chiaro beneficio dell’EPA nei confronti della miscela.