NEI PAESI RICCHI IL CANCRO UCCIDE PIÙ DELLE MALATTIE CARDIOVASCOLARI

Le malattie cardiovascolari restano la prima causa di morte nel mondo, ma è in corso una transizione epidemiologica. Lo dimostra uno studio internazionale coordinato dal Population Health Research Institute della McMaster University in Canada, che ha coinvolto 162.534 adulti di 35-70 anni, provenienti da 21 Paesi a basso, medio e alto reddito, seguiti per un periodo medio di 9.5 anni.

È emerso che complessivamente le malattie cardiovascolari rappresentano la causa più comune di morte (40%), ma si va da un minimo del 23% nei Paesi ricchi al 41% nei Paesi a medio reddito, fino al 43% nei Paesi poveri, sebbene i fattori di rischio cardiovascolare (obesità, fumo, sedentarietà) siano più frequenti nei Paesi ricchi. I tumori rappresentano la seconda causa più frequente di morte (il 26% dei decessi), andando però da un massimo del 55% nei Paesi ricchi al 30% nei Paesi a medio reddito e al 15% in quelli poveri.
Il fatto che nei Paesi ricchi i decessi per tumore siano divenuti il doppio rispetto a quelli per malattie cardiovascolari indica una transizione nelle cause predominanti di morte. Siccome le malattie cardiovascolari si riducono in molti Paesi grazie a un’alimentazione più corretta, a una più incisiva prevenzione e alla disponibilità di terapie e interventi più efficaci, è necessario trasferire i traguardi raggiunti anche ai Paesi a medio e basso reddito.

Lancet (IF=59.102) Sep 3 2019. doi: 10.1016/S0140-6736(19)32007-0

ATTIVITÀ FISICA. PER I CARDIOPATICI PIÙ BENEFICI

L’attività fisica riduce la mortalità; ma il benefico è più evidente nelle persone con problemi cardiovascolari. Un gruppo di ricercatori coreani ha seguito per 5.9 anni 131.558 pazienti con malattie cardiovascolari e 310.240 persone sane, da quando avevano circa 60 anni. I livelli e l’intensità dell’attività fisica svolta dai partecipanti sono stati valutati in termini di equivalenti metabolici (MET-minuti a settimana) (vedi www.centrogrossipaoletti.org). È stata osservata una correlazione inversa tra attività fisica e mortalità in entrambi i gruppi. Ma la riduzione della mortalità indotta dall’esercizio è superiore in prevenzione secondaria. Infatti, nei pazienti con malattie cardiovascolari, ogni 500 MET-minuti/settimana in più comportano una riduzione del 14% della mortalità; negli individui sani la riduzione è del 7%.

Ricordiamo che le linee guida raccomandano di eseguire un’attività fisica corrispondente a 500-1000 MET-minuti a settimana.

Eur Heart J (IF=24.889) Sep 1 2019. doi: 10.1093/eurheartj/ehz564.

INFARTO MIOCARDICO SILENTE E RISCHIO DI MORTE CARDIACA IMPROVVISA

Un infarto miocardico che non viene diagnosticato perché non accompagnato dai sintomi tipici (o i sintomi non vengono riconosciuti dal paziente) viene definito infarto silente.
Uno studio condotto in Finlandia e Stati Uniti, analizzando le autopsie e gli ECG disponibili di oltre 5 mila persone decedute, ha rilevato un legame tra pregressi infarti miocardici silenti e morte cardiaca improvvisa.
I ricercatori hanno esaminato i dati di 5869 individui (età media 64.9 anni, 78.8% uomini) deceduti per morte cardiaca improvvisa. In 4392 casi (74.8%) la causa della morte è stata una cardiopatia coronarica (CAD). Tra questi, 3122 soggetti (il 71.1%) non avevano precedenti della patologia; ma in 1322 (42.4%) di essi sono state osservate, durante l’autopsia, vecchie cicatrici miocardiche, segno di un pregresso infarto silente. Costoro erano più anziani, più spesso maschi, e avevano un cuore di maggiori dimensioni rispetto agli individui senza pregresso infarto silente; la morte cardiaca improvvisa spesso era avvenuta durante l’attività fisica.
Un pregresso infarto silente si associa quindi a ipertrofia cardiaca e aumentato rischio di morte improvvisa. Di qui la necessità di una più accurata diagnosi, al fine di implementare misure terapeutiche in grado di ridurre le morti improvvise.

JAMA Cardiol (IF=11.866) 2019 Jul 10, doi: 10.1001/jamacardio.2019.2210

LE CORONAROPATIE POSSONO ACCELERARE IL DETERIORAMENTO COGNITIVO

Gli adulti con coronaropatie sono più inclini al deterioramento cognitivo rispetto ai loro coetanei che non soffrono di queste patologie. Per circa 12 anni, ricercatori cinesi e inglesi hanno seguito 7.888 adulti (58.7% donne) reclutati nell’ambito dell’English Longitudinal Study of Ageing. Al reclutamento avevano in media 62 anni e nessuno aveva avuto ictus, coronaropatie o demenza. Durante lo studio, 480 individui, il 5,6% dei partecipanti, hanno sviluppato una coronaropatia (254 infarto miocardico, 286 angina). Prima di questi eventi i pazienti con coronaropatia hanno mostrato un deterioramento cognitivo simile a quello dei soggetti che non hanno avuto una coronaropatia. Invece, i test effettuati negli anni successivi alla diagnosi di infarto miocardico o angina hanno evidenziato un deterioramento cognitivo più rapido rispetto alle loro controparti, con peggioramento di memoria, fluidità delle parole e orientamento temporale. Pertanto, i pazienti che hanno avuto un evento cardiovascolare dovrebbero essere monitorati nel tempo per le loro funzioni cognitive.

J Am Coll Cardiol (IF=18.639) 73:3041,2019

MALATTIE CARDIACHE. RISCHI PIÙ ALTI PER I BAMBINI PREMATURI

I bambini che nascono troppo presto potrebbero avere maggiori probabilità di sviluppare malattie cardiache da adulti rispetto ai neonati a termine. In uno studio condotto dalla Icahn School of Medicina at Monte Sinai di New York, gli adulti che sono nati prima della 37a settimana di gestazione hanno fatto registrare il 53% di probabilità in più di sviluppare malattie cardiache rispetto alle persone nate a termine.
La gravidanza dura normalmente circa 40 settimane e i bambini nati dopo 37 settimane di gestazione sono considerati a termine. I bambini nati prematuramente – prima della 37a settimana – hanno spesso difficoltà a respirare e digerire il cibo nelle settimane successive alla nascita, e possono avere problemi a lungo termine come alterazioni della vista, compromissione delle capacità uditive e cognitive, problemi sociali e comportamentali.
Il parto pretermine è stato anche associato a un aumento del rischio di ipertensione e diabete a distanza di decenni. Ma la ricerca fino ad oggi non aveva collegato in modo definitivo un parto precoce a un aumentato rischio di cardiopatia ischemica.
I ricercatori hanno esaminato i dati di oltre 2.1 milioni di bambini nati in Svezia tra il 1973 e il 1994, seguendoli fino al 2015 e valutando l’incidenza di malattie cardiache. Durante il follow-up, 1.921 adulti hanno sviluppato una malattia cardiaca in età compresa tra 30 e 43 anni. Il rischio di sviluppare la malattia era significativamente maggiore nei nati prematuri (HR=1.53, CI 95% 1.20-1.94) rispetto ai nati a termine (HR=1.19, CI 95% 1.01-1.40). Il rischio era particolarmente elevato nelle donne premature (HR=1.93, CI 95% 1.28-2.90) rispetto agli uomini prematuri (HR=1.37, CI 95% 1.01-1.84).
“La nascita pretermine interrompe lo sviluppo del sistema cardiovascolare e di altri organi, portando alla formazione di strutture o funzioni anormali dei vasi sanguigni e ad altri disturbi, come il diabete, che a loro volta possono portare a malattie cardiache”, osservano glu Autori; “i nostri risultati non sono spiegati da fattori materni che potrebbero contribuire alla nascita pretermine e alla futura cardiopatia, come obesità, ipertensione, diabete e fumo. Inoltre, gli adulti nati pretermine hanno un rischio di cardiopatia maggiore dei fratelli nati a termine, il che suggerisce che i risultati non sono spiegati da altri fattori di rischio condivisi all’interno delle famiglie, ma sono più probabilmente legati agli effetti diretti della nascita pretermine”.

JAMA Pediatr (IF=12.004) 2019 Jun 3. doi: 10.1001/jamapediatrics.2019.1327

I LIVELLI DI TRIGLICERIDI POSSONO SVOLGERE UN RUOLO CHIAVE NELLA PREVISIONE DEL RISCHIO CARDIOVASCOLARE NELLE DONNE CON CORONAROPATIA NON OSTRUTTIVA

Queste sono le conclusioni a cui sono giunti i ricercatori della Mayo Clinic di Rochester, USA, che hanno voluto studiare l’effetto predittivo dei trigliceridi sui principali eventi avversi cardiovascolari (MACE) nei pazienti con malattia coronarica non ostruttiva. Sono stati arruolati 465 pazienti (316 maschi e 149 femmine) con angina, che erano stati indirizzati a una valutazione coronarografica per sospetta ischemia, a cui è stata poi diagnosticata una malattia coronarica non ostruttiva, definita come nessuna stenosi >20%. L’età media era di 53 anni. I pazienti sono stati seguiti per 7.8 ± 4.3 anni. All’analisi multivariata che includeva l’utilizzo di statine all’arruolamento, i trigliceridi erano predittivi in modo indipendente di MACE nelle donne (HR 1.25, IC 95%: 1.06 – 1.47), ma non negli uomini.

J Am Heart Assoc (IF=4.660) 8:e009442, 2019

TROPPI ENERGY DRINK FANNO IMPAZZIRE IL CUORE

Gli energy drink sono bevande energetiche che contengono una miscela di sostanze stimolanti, zuccheri e altri ingredienti come la taurina e alcune vitamine del gruppo B. Se consumati in eccesso e in un breve periodo di tempo, gli energy drink possono causare rischi per la salute, in particolare per quella del cuore. Lo studio che vi proponiamo oggi dimostra che bere circa 1 litro di bevande energetiche nell’arco di un’ora aumenta la pressione sanguigna e altera la frequenza cardiaca.
I ricercatori hanno suddiviso 34 volontari sani, tra 18 e 40 anni di età, in due gruppi. Al primo è stato chiesto, per tre giorni differenti, di bere in un’ora circa un litro di due diverse bevande energetiche (drink A e drink B), entrambe contenenti un totale compreso tra i 304 e i 320 milligrammi di caffeina (ovvero sotto al limite di 400 mg al giorno) e altri ingredienti come la taurina (un amminoacido), il glucuronolattone (uno zucchero) e alcune vitamine del gruppo B. Al secondo gruppo è stato chiesto di consumare una bevanda placebo, composta da acqua gassata, succo di lime e aromi alla ciliegia. I ricercatori hanno poi monitorato l’attività elettrica del cuore e la pressione sanguigna di ciascun partecipante prima e ogni 30 minuti per le 4 ore successive al consumo delle bevande.
I volontari che hanno assunto le bevande energetiche presentavano un battito cardiaco alterato. Dopo 4 ore dall’assunzione delle bevande energetiche, l’intervallo QT all’ECG, ovvero il tempo impiegato dai ventricoli per prepararsi a generare un nuovo battito, era tra i 6 e 7.7 millisecondi più lungo rispetto a quello di coloro che avevano bevuto la bevanda placebo. Un intervallo QT troppo lungo può causare un’alterazione del battito cardiaco, o un’aritmia cardiaca, con potenziali gravi complicanze. La pressione sistolica aumentava di 14.4-15.9 mmHg dopo assunzione delle bevande energetiche, e di 9.8 mmHg dopo placebo (Figura), e superava i 140 mmHg in 8 volontari che avevano consumato bevande energetiche e solo in 2 che avevano assunto placebo.

Responsabile di queste alterazioni non può essere solo la caffeina, in quanto i livelli di questa sostanza assunti dai partecipanti erano inferiori ai limiti raccomandati dall’EFSA, l’Autorithy Europea per la sicurezza alimentare. Sarà quindi necessario analizzare gli effetti dei singoli ingredienti e le loro diverse combinazioni per poter spiegare le alterazioni riscontrate.

J Amer Heart Ass (IF=4.660) 8:e011318, 2019

RAGAZZI SOVRAPPESO. RISCHIO PIÙ ELEVATO DI CARDIOMIOPATIA DA ADULTI

Uno studio svedese dimostra che gli uomini che da adolescenti sono stati sovrappeso hanno una maggiore probabilità di sviluppare cardiomiopatia rispetto a coloro che hanno mantenuto un peso corretto durante quel periodo della vita. I ricercatori dell’Università di Goteborg hanno esaminato i dati relativi ad altezza, peso e livelli di forma fisica di oltre 1.6 milioni di uomini in leva obbligatoria in Svezia tra il 1969 e il 2005, quando avevano 18 o 19 anni; circa il 10% di essi era sovrappeso e il 2% obeso.
Dopo un follow-up mediano di 17 anni, 4.477 uomini hanno sviluppato una cardiomiopatia, con un’età media di 46 anni al momento della diagnosi. La cardiomiopatia è una malattia relativamente rara, e solo lo 0.27% degli individui reclutati nello studio ha ricevuto diagnosi di una delle diverse forma della patologia.
Il rischio di sviluppare questo danno al muscolo cardiaco era doppio nei partecipanti sovrappeso da adolescenti e cinque volte superiore in quelli obesi, rispetto agli adolescenti normopeso. Gli individui con un indice di massa corporea (BMI) inferiore a 20 da adolescenti presentavano un basso rischio di cardiomiopatia, che aumentava poi costantemente con l’aumento del BMI, anche tra gli uomini all’estremità superiore di quello che viene considerato normale, compreso tra 22.5 e i 25. Gli uomini chiaramente obesi, con un BMI pari o superiore a 35 in gioventù, presentavano otto volte più probabilità di sviluppare una cardiomiopatia da adulti rispetto a quelli che durante l’adolescenza erano stati magri.

Circulation (IF=23.054) 2019 May 28. doi: 10.1161/CIRCULATIONAHA.118.039132

LESIONI CEREBRALI E PERFORMANCE COGNITIVA NEL PAZIENTE CON FIBRILLAZIONE ATRIALE

I pazienti con fibrillazione atriale (FA) presentano un maggior rischio di decadimento cognitivo, che potrebbe derivare dalla presenza di lesioni cerebrali su base vascolare, molte delle quali non clinicamente manifeste. Per questo motivo uno studio multicentrico condotto in Svizzera ha indagato la relazione tra performance cognitiva e lesioni cerebrali su base vascolare in pazienti con FA. Lo studio prevedeva una valutazione del burden di lesioni cerebrali vascolari mediante risonanza magnetica, finalizzata a individuare infarti corticali o sottocorticali estesi, piccoli infarti sottocorticali, lesioni della sostanza bianca e microemorragie; sono stati definiti come silenti gli infarti riscontrati all’imaging in pazienti senza storia di ictus o TIA. Inoltre, tutti i pazienti arruolati nello studio sono stati sottoposti a una valutazione cognitiva mediante il Montreal Cognitive Assessment (MoCA) test. Nello studio sono stati arruolati 1.737 pazienti di età media pari a 73 anni (73 ± 8), di cui il 28% di sesso femminile; il 90% di questi assumeva anticoagulanti orali. Alla risonanza magnetica 387 pazienti (22%) presentavano infarti cerebrali estesi, 368 (21%) piccole lesioni sottocorticali, 372 (22%) microemorragie e 1.715 (99%) lesioni della sostanza bianca. Infarti silenti sono stati osservati in 201 pazienti con lesioni estese (15%) e 245 con lesioni di piccole dimensioni (18%), su un totale di 1390 soggetti senza storia di eventi cerebrovascolari. Per quanto riguarda la performance cognitiva, al MoCA è stato osservato un punteggio medio di 24.7 ± 3.3 e 25.8 ± 2.9 rispettivamente nei pazienti con e senza estesi infarti cerebrali al neuroimaging (p < 0.001). Tale differenza era sostanzialmente conservata anche se si consideravano soltanto le lesioni silenti (24.9 ± 3.1 vs. 25.8 ± 2.9; p < 0.001). All’analisi multivariata, il volume degli infarti cerebrali è risultato il più forte predittore di una riduzione del punteggio al MoCA.
Pertanto, i pazienti con FA presentano un elevato burden di lesioni cerebrali vascolari alla risonanza magnetica, soprattutto per quanto riguarda gli infarti corticali e sottocorticali estesi, molti dei quali sono silenti. Il volume di queste lesioni, anche silenti, si associa ad una peggiore performance cognitiva. La risonanza magnetica potrebbe quindi trovare impiego nello screening dei pazienti con FA?

J Am Coll Cardiol (IF=18.639) 73:989,2019

VALORE PROGNOSTICO DELLA PROTEINA C REATTIVA NEL PAZIENTE CON SINDROME CORONARICA ACUTA

L’aumento dei livelli di proteina C reattiva (PCR) dopo una sindrome coronarica acuta (SCA) si associa a un maggior rischio di eventi avversi, ma non è chiaro se un monitoraggio seriato della PCR possa essere utile ai fini della stratificazione del rischio. Lo studio che vi proponiamo oggi ha voluto approfondire il ruolo prognostico della PCR nei pazienti con SCA recente, indagando se un incremento dei valori di PCR nelle 16 settimane successive all’evento fosse associato a un maggior rischio di eventi cardiaci e di mortalità. A questo scopo sono stati analizzati i dati del trial VISTA-16 (Vascular Inflammation Suppression to Treat Acute Coronary Syndromes for 16 Weeks), studio multicentrico randomizzato controllato in doppio cieco condotto nel periodo giugno 2010 – marzo 2012 su 5.145 soggetti. Nell’analisi sono stati inclusi i pazienti per i quali era disponibile un dosaggio basale della PCR e un monitoraggio a 1, 2, 4, 8 e 16 settimane. Gli outcomes dello studio includevano gli eventi avversi cardiaci (MACE, composito di mortalità cardiovascolare, infarto miocardico, ictus non fatale o angina instabile) e la mortalità, cardiovascolare e da tutte le cause. La popolazione analizzata comprendeva 4.257 soggetti di età media pari a 60.3 anni (range 53.5-67.8), di cui il 73.8% di sesso maschile. All’analisi multivariata, è stata osservata un’associazione indipendente tra il verificarsi di eventi cardiaci e i valori di PCR, sia basali (hazard ratio 1.36, 95% CI, 1.13-1.63) che a 16 settimane (HR 1.15, 95% CI, 1.09-1.21). Analogamente, è stata riscontrata un’associazione, statisticamente significativa e indipendente da fattori confondenti, tra i valori di PCR e la mortalità, cardiovascolare (HR per valore PCR basale 1.61, 95% CI, 1.07-2.41; HR per valori a 16 sett. 1.26, 95% CI, 1.19-1.34) e da tutte le cause (HR 1.58, 95% CI, 1.07-2.35 e HR 1.25, 95% CI, 1.18-1.32).
Pertanto, nel paziente con SCA, un incremento dei valori di PCR al basale e nelle prime 16 settimane dall’evento si associa a un maggior rischio di eventi cardiaci e di mortalità, cardiovascolare e da tutte le cause. Questi dati suggeriscono che il monitoraggio dei livelli di PCR nei pazienti con recente SCA potrebbe essere utile per identificare i soggetti a maggior rischio di nuovi eventi, anche fatali.

JAMA Cardiol (IF=11.866) 2019 Mar 6. doi: 10.1001/jamacardio.2019.0179