LE CORONAROPATIE POSSONO ACCELERARE IL DETERIORAMENTO COGNITIVO

Gli adulti con coronaropatie sono più inclini al deterioramento cognitivo rispetto ai loro coetanei che non soffrono di queste patologie. Per circa 12 anni, ricercatori cinesi e inglesi hanno seguito 7.888 adulti (58.7% donne) reclutati nell’ambito dell’English Longitudinal Study of Ageing. Al reclutamento avevano in media 62 anni e nessuno aveva avuto ictus, coronaropatie o demenza. Durante lo studio, 480 individui, il 5,6% dei partecipanti, hanno sviluppato una coronaropatia (254 infarto miocardico, 286 angina). Prima di questi eventi i pazienti con coronaropatia hanno mostrato un deterioramento cognitivo simile a quello dei soggetti che non hanno avuto una coronaropatia. Invece, i test effettuati negli anni successivi alla diagnosi di infarto miocardico o angina hanno evidenziato un deterioramento cognitivo più rapido rispetto alle loro controparti, con peggioramento di memoria, fluidità delle parole e orientamento temporale. Pertanto, i pazienti che hanno avuto un evento cardiovascolare dovrebbero essere monitorati nel tempo per le loro funzioni cognitive.

J Am Coll Cardiol (IF=18.639) 73:3041,2019

MALATTIE CARDIACHE. RISCHI PIÙ ALTI PER I BAMBINI PREMATURI

I bambini che nascono troppo presto potrebbero avere maggiori probabilità di sviluppare malattie cardiache da adulti rispetto ai neonati a termine. In uno studio condotto dalla Icahn School of Medicina at Monte Sinai di New York, gli adulti che sono nati prima della 37a settimana di gestazione hanno fatto registrare il 53% di probabilità in più di sviluppare malattie cardiache rispetto alle persone nate a termine.
La gravidanza dura normalmente circa 40 settimane e i bambini nati dopo 37 settimane di gestazione sono considerati a termine. I bambini nati prematuramente – prima della 37a settimana – hanno spesso difficoltà a respirare e digerire il cibo nelle settimane successive alla nascita, e possono avere problemi a lungo termine come alterazioni della vista, compromissione delle capacità uditive e cognitive, problemi sociali e comportamentali.
Il parto pretermine è stato anche associato a un aumento del rischio di ipertensione e diabete a distanza di decenni. Ma la ricerca fino ad oggi non aveva collegato in modo definitivo un parto precoce a un aumentato rischio di cardiopatia ischemica.
I ricercatori hanno esaminato i dati di oltre 2.1 milioni di bambini nati in Svezia tra il 1973 e il 1994, seguendoli fino al 2015 e valutando l’incidenza di malattie cardiache. Durante il follow-up, 1.921 adulti hanno sviluppato una malattia cardiaca in età compresa tra 30 e 43 anni. Il rischio di sviluppare la malattia era significativamente maggiore nei nati prematuri (HR=1.53, CI 95% 1.20-1.94) rispetto ai nati a termine (HR=1.19, CI 95% 1.01-1.40). Il rischio era particolarmente elevato nelle donne premature (HR=1.93, CI 95% 1.28-2.90) rispetto agli uomini prematuri (HR=1.37, CI 95% 1.01-1.84).
“La nascita pretermine interrompe lo sviluppo del sistema cardiovascolare e di altri organi, portando alla formazione di strutture o funzioni anormali dei vasi sanguigni e ad altri disturbi, come il diabete, che a loro volta possono portare a malattie cardiache”, osservano glu Autori; “i nostri risultati non sono spiegati da fattori materni che potrebbero contribuire alla nascita pretermine e alla futura cardiopatia, come obesità, ipertensione, diabete e fumo. Inoltre, gli adulti nati pretermine hanno un rischio di cardiopatia maggiore dei fratelli nati a termine, il che suggerisce che i risultati non sono spiegati da altri fattori di rischio condivisi all’interno delle famiglie, ma sono più probabilmente legati agli effetti diretti della nascita pretermine”.

JAMA Pediatr (IF=12.004) 2019 Jun 3. doi: 10.1001/jamapediatrics.2019.1327

I LIVELLI DI TRIGLICERIDI POSSONO SVOLGERE UN RUOLO CHIAVE NELLA PREVISIONE DEL RISCHIO CARDIOVASCOLARE NELLE DONNE CON CORONAROPATIA NON OSTRUTTIVA

Queste sono le conclusioni a cui sono giunti i ricercatori della Mayo Clinic di Rochester, USA, che hanno voluto studiare l’effetto predittivo dei trigliceridi sui principali eventi avversi cardiovascolari (MACE) nei pazienti con malattia coronarica non ostruttiva. Sono stati arruolati 465 pazienti (316 maschi e 149 femmine) con angina, che erano stati indirizzati a una valutazione coronarografica per sospetta ischemia, a cui è stata poi diagnosticata una malattia coronarica non ostruttiva, definita come nessuna stenosi >20%. L’età media era di 53 anni. I pazienti sono stati seguiti per 7.8 ± 4.3 anni. All’analisi multivariata che includeva l’utilizzo di statine all’arruolamento, i trigliceridi erano predittivi in modo indipendente di MACE nelle donne (HR 1.25, IC 95%: 1.06 – 1.47), ma non negli uomini.

J Am Heart Assoc (IF=4.660) 8:e009442, 2019

TROPPI ENERGY DRINK FANNO IMPAZZIRE IL CUORE

Gli energy drink sono bevande energetiche che contengono una miscela di sostanze stimolanti, zuccheri e altri ingredienti come la taurina e alcune vitamine del gruppo B. Se consumati in eccesso e in un breve periodo di tempo, gli energy drink possono causare rischi per la salute, in particolare per quella del cuore. Lo studio che vi proponiamo oggi dimostra che bere circa 1 litro di bevande energetiche nell’arco di un’ora aumenta la pressione sanguigna e altera la frequenza cardiaca.
I ricercatori hanno suddiviso 34 volontari sani, tra 18 e 40 anni di età, in due gruppi. Al primo è stato chiesto, per tre giorni differenti, di bere in un’ora circa un litro di due diverse bevande energetiche (drink A e drink B), entrambe contenenti un totale compreso tra i 304 e i 320 milligrammi di caffeina (ovvero sotto al limite di 400 mg al giorno) e altri ingredienti come la taurina (un amminoacido), il glucuronolattone (uno zucchero) e alcune vitamine del gruppo B. Al secondo gruppo è stato chiesto di consumare una bevanda placebo, composta da acqua gassata, succo di lime e aromi alla ciliegia. I ricercatori hanno poi monitorato l’attività elettrica del cuore e la pressione sanguigna di ciascun partecipante prima e ogni 30 minuti per le 4 ore successive al consumo delle bevande.
I volontari che hanno assunto le bevande energetiche presentavano un battito cardiaco alterato. Dopo 4 ore dall’assunzione delle bevande energetiche, l’intervallo QT all’ECG, ovvero il tempo impiegato dai ventricoli per prepararsi a generare un nuovo battito, era tra i 6 e 7.7 millisecondi più lungo rispetto a quello di coloro che avevano bevuto la bevanda placebo. Un intervallo QT troppo lungo può causare un’alterazione del battito cardiaco, o un’aritmia cardiaca, con potenziali gravi complicanze. La pressione sistolica aumentava di 14.4-15.9 mmHg dopo assunzione delle bevande energetiche, e di 9.8 mmHg dopo placebo (Figura), e superava i 140 mmHg in 8 volontari che avevano consumato bevande energetiche e solo in 2 che avevano assunto placebo.

Responsabile di queste alterazioni non può essere solo la caffeina, in quanto i livelli di questa sostanza assunti dai partecipanti erano inferiori ai limiti raccomandati dall’EFSA, l’Autorithy Europea per la sicurezza alimentare. Sarà quindi necessario analizzare gli effetti dei singoli ingredienti e le loro diverse combinazioni per poter spiegare le alterazioni riscontrate.

J Amer Heart Ass (IF=4.660) 8:e011318, 2019

RAGAZZI SOVRAPPESO. RISCHIO PIÙ ELEVATO DI CARDIOMIOPATIA DA ADULTI

Uno studio svedese dimostra che gli uomini che da adolescenti sono stati sovrappeso hanno una maggiore probabilità di sviluppare cardiomiopatia rispetto a coloro che hanno mantenuto un peso corretto durante quel periodo della vita. I ricercatori dell’Università di Goteborg hanno esaminato i dati relativi ad altezza, peso e livelli di forma fisica di oltre 1.6 milioni di uomini in leva obbligatoria in Svezia tra il 1969 e il 2005, quando avevano 18 o 19 anni; circa il 10% di essi era sovrappeso e il 2% obeso.
Dopo un follow-up mediano di 17 anni, 4.477 uomini hanno sviluppato una cardiomiopatia, con un’età media di 46 anni al momento della diagnosi. La cardiomiopatia è una malattia relativamente rara, e solo lo 0.27% degli individui reclutati nello studio ha ricevuto diagnosi di una delle diverse forma della patologia.
Il rischio di sviluppare questo danno al muscolo cardiaco era doppio nei partecipanti sovrappeso da adolescenti e cinque volte superiore in quelli obesi, rispetto agli adolescenti normopeso. Gli individui con un indice di massa corporea (BMI) inferiore a 20 da adolescenti presentavano un basso rischio di cardiomiopatia, che aumentava poi costantemente con l’aumento del BMI, anche tra gli uomini all’estremità superiore di quello che viene considerato normale, compreso tra 22.5 e i 25. Gli uomini chiaramente obesi, con un BMI pari o superiore a 35 in gioventù, presentavano otto volte più probabilità di sviluppare una cardiomiopatia da adulti rispetto a quelli che durante l’adolescenza erano stati magri.

Circulation (IF=23.054) 2019 May 28. doi: 10.1161/CIRCULATIONAHA.118.039132

LESIONI CEREBRALI E PERFORMANCE COGNITIVA NEL PAZIENTE CON FIBRILLAZIONE ATRIALE

I pazienti con fibrillazione atriale (FA) presentano un maggior rischio di decadimento cognitivo, che potrebbe derivare dalla presenza di lesioni cerebrali su base vascolare, molte delle quali non clinicamente manifeste. Per questo motivo uno studio multicentrico condotto in Svizzera ha indagato la relazione tra performance cognitiva e lesioni cerebrali su base vascolare in pazienti con FA. Lo studio prevedeva una valutazione del burden di lesioni cerebrali vascolari mediante risonanza magnetica, finalizzata a individuare infarti corticali o sottocorticali estesi, piccoli infarti sottocorticali, lesioni della sostanza bianca e microemorragie; sono stati definiti come silenti gli infarti riscontrati all’imaging in pazienti senza storia di ictus o TIA. Inoltre, tutti i pazienti arruolati nello studio sono stati sottoposti a una valutazione cognitiva mediante il Montreal Cognitive Assessment (MoCA) test. Nello studio sono stati arruolati 1.737 pazienti di età media pari a 73 anni (73 ± 8), di cui il 28% di sesso femminile; il 90% di questi assumeva anticoagulanti orali. Alla risonanza magnetica 387 pazienti (22%) presentavano infarti cerebrali estesi, 368 (21%) piccole lesioni sottocorticali, 372 (22%) microemorragie e 1.715 (99%) lesioni della sostanza bianca. Infarti silenti sono stati osservati in 201 pazienti con lesioni estese (15%) e 245 con lesioni di piccole dimensioni (18%), su un totale di 1390 soggetti senza storia di eventi cerebrovascolari. Per quanto riguarda la performance cognitiva, al MoCA è stato osservato un punteggio medio di 24.7 ± 3.3 e 25.8 ± 2.9 rispettivamente nei pazienti con e senza estesi infarti cerebrali al neuroimaging (p < 0.001). Tale differenza era sostanzialmente conservata anche se si consideravano soltanto le lesioni silenti (24.9 ± 3.1 vs. 25.8 ± 2.9; p < 0.001). All’analisi multivariata, il volume degli infarti cerebrali è risultato il più forte predittore di una riduzione del punteggio al MoCA.
Pertanto, i pazienti con FA presentano un elevato burden di lesioni cerebrali vascolari alla risonanza magnetica, soprattutto per quanto riguarda gli infarti corticali e sottocorticali estesi, molti dei quali sono silenti. Il volume di queste lesioni, anche silenti, si associa ad una peggiore performance cognitiva. La risonanza magnetica potrebbe quindi trovare impiego nello screening dei pazienti con FA?

J Am Coll Cardiol (IF=18.639) 73:989,2019

VALORE PROGNOSTICO DELLA PROTEINA C REATTIVA NEL PAZIENTE CON SINDROME CORONARICA ACUTA

L’aumento dei livelli di proteina C reattiva (PCR) dopo una sindrome coronarica acuta (SCA) si associa a un maggior rischio di eventi avversi, ma non è chiaro se un monitoraggio seriato della PCR possa essere utile ai fini della stratificazione del rischio. Lo studio che vi proponiamo oggi ha voluto approfondire il ruolo prognostico della PCR nei pazienti con SCA recente, indagando se un incremento dei valori di PCR nelle 16 settimane successive all’evento fosse associato a un maggior rischio di eventi cardiaci e di mortalità. A questo scopo sono stati analizzati i dati del trial VISTA-16 (Vascular Inflammation Suppression to Treat Acute Coronary Syndromes for 16 Weeks), studio multicentrico randomizzato controllato in doppio cieco condotto nel periodo giugno 2010 – marzo 2012 su 5.145 soggetti. Nell’analisi sono stati inclusi i pazienti per i quali era disponibile un dosaggio basale della PCR e un monitoraggio a 1, 2, 4, 8 e 16 settimane. Gli outcomes dello studio includevano gli eventi avversi cardiaci (MACE, composito di mortalità cardiovascolare, infarto miocardico, ictus non fatale o angina instabile) e la mortalità, cardiovascolare e da tutte le cause. La popolazione analizzata comprendeva 4.257 soggetti di età media pari a 60.3 anni (range 53.5-67.8), di cui il 73.8% di sesso maschile. All’analisi multivariata, è stata osservata un’associazione indipendente tra il verificarsi di eventi cardiaci e i valori di PCR, sia basali (hazard ratio 1.36, 95% CI, 1.13-1.63) che a 16 settimane (HR 1.15, 95% CI, 1.09-1.21). Analogamente, è stata riscontrata un’associazione, statisticamente significativa e indipendente da fattori confondenti, tra i valori di PCR e la mortalità, cardiovascolare (HR per valore PCR basale 1.61, 95% CI, 1.07-2.41; HR per valori a 16 sett. 1.26, 95% CI, 1.19-1.34) e da tutte le cause (HR 1.58, 95% CI, 1.07-2.35 e HR 1.25, 95% CI, 1.18-1.32).
Pertanto, nel paziente con SCA, un incremento dei valori di PCR al basale e nelle prime 16 settimane dall’evento si associa a un maggior rischio di eventi cardiaci e di mortalità, cardiovascolare e da tutte le cause. Questi dati suggeriscono che il monitoraggio dei livelli di PCR nei pazienti con recente SCA potrebbe essere utile per identificare i soggetti a maggior rischio di nuovi eventi, anche fatali.

JAMA Cardiol (IF=11.866) 2019 Mar 6. doi: 10.1001/jamacardio.2019.0179

IL VERDE SALVA IL CUORE

Abitare in prossimità di aree verdi può essere associata a un ridotto rischio di malattie cardiache: è quanto emerge dai risultati di uno studio che ha esaminato la relazione tra aree verdi per quartiere, stimate da immagini satellitari, e 4 diagnosi di cardiopatia (infarto miocardico acuto, cardiopatia ischemica, insufficienza cardiaca e fibrillazione atriale) in un campione di assistiti Medicare. La popolazione esaminata comprendeva 249.405 individui di età ≥65 anni, domiciliati nello stesso luogo nel biennio 2010-2011, nella contea di Miami-Dade, in Florida. Le analisi di regressione, corrette per dati socio demografici e reddito di quartiere, hanno dimostrato che una maggiore ecocompatibilità si associa a una riduzione del rischio di malattie cardiache. I soggetti che vivono in aree corrispondenti al più alto terzile di vegetazione, rispetto al terzile più basso, mostrano una riduzione del rischio di infarto miocardico acuto del 25% (OR 0.75, IC 95% 0.63-0.90), di cardiopatia ischemica del 20% (OR 0.80, IC 95% 0.77-0.83), di insufficienza cardiaca del 16% (OR 0.84, IC 95% 0.80-088) e di fibrillazione atriale del 6% (OR 0.94, IC 95% 0.87-1.00 ). Tali associazioni rimangono significative, ma vengono attenuate dopo aggiustamento per i fattori di rischio cardiometabolico (diabete mellito, ipertensione e iperlipidemia), suggerendo che questi ultimi possano in parte mediare la relazione osservata tra aree verdi e malattie cardiache. Gli autori concludono che la vicinanza al verde possa essere associata a un ridotto rischio di malattie cardiache e che le strategie per aumentarne l’estensione possano rappresentare uno strumento per ridurre le malattie cardiache a livello di popolazione.

J Amer Heart Ass (IF=4.660). Mar 2019 doi.org/10.1161/JAHA.118.010258

ICTUS. PER CHI CONTINUA A FUMARE, TRIPLICA IL RISCHIO DI RECIDIVA

Il fumatore che ha avuto un ictus, se non smette o almeno riduce il numero di sigarette, ha molte probabilità di essere vittima di un secondo ictus. Su questo aspetto ha fatto luce uno studio condotto dalla Nanjing Medical University di Jiangsu, che ha preso in considerazione 3.609 pazienti sopravvissuti a un ictus.
Di questi, 1.475, pari al 48%, erano fumatori, mentre il 9% erano ex fumatori. Tra coloro che fumava al momento dell’ictus, 908 persone – pari al 62% – sono riuscite a smettere pochi mesi dopo. Tutti quelli che avevano smesso dopo l’ictus presentavano il 29% in meno di probabilità di averne un secondo rispetto a chi aveva deciso di continuare a fumare.
Rispetto ai non fumatori, coloro che invece continuavano a fumare fino a 20 sigarette al giorno presentavano il 68% in più di probabilità di avere un altro ictus e il rischio si triplicava con 40 sigarette al giorno.

J Am Heart Assoc (IF=4.45) 8:e011696,2019

UN GRAVE STRESS FA MALE AL CUORE

Lo stress, quello grave, che fa seguito all’esposizione a un evento traumatico (guerra, terremoti, violenze fisiche), fa davvero male al cuore? Nell’immaginario collettivo la risposta è scontata. Per la scienza invece questa è ancora una zona grigia. Ma dalla Svezia arriva un grande studio osservazionale, mirato appunto a verificare la presenza di un’associazione tra disturbi da stress e cardiopatie.
Lo studio del Center of Public Health Sciences, University of Iceland a Reykjavík è stato condotto su varie categorie di individui ‘stressati’ (pazienti affetti da disturbo post-traumatico da stress, o che presentavano reazioni da stress ‘acuto’, disturbi di adattamento e altre reazioni allo stress) e sui loro fratelli non ‘stressati. Con questi criteri sono stati analizzati, in un periodo che va dal 1987 al 2013, 136.637 pazienti inclusi nello Swedish National Patient Register, 171.314 loro fratelli senza disturbi stress-relati e 1.366.370 soggetti della popolazione generale. L’endpoint primario dello studio era la diagnosi di nuove malattie cardiovascolari (qualsiasi forma di cardiopatia ischemica, di malattia cerebro-vascolare, malattia trombo-embolica, ipertensione, scompenso cardiaco, aritimie/disturbi di conduzione, patologie cardiovascolari fatali).
Nell’arco dei 27 anni di follow-up, il tasso di incidenza grezzo di qualunque patologia cardiovascolare è risultato di 10.5/1000 anni persona tra i pazienti affetti da disturbi stress-correlati, di 8.4/1000 anni persona tra i loro fratelli non affetti da disturbi da stress e di 6.9/1000 anni persona tra gli individui della popolazione generale.

I pazienti affetti da disturbi stress-correlati, rispetto ai loro fratelli sani, presentavano un aumento del 64% del rischio di qualunque malattia cardiovascolare; ma il rischio di scompenso cardiaco, nel primo anno dalla diagnosi dei disturbi da stress, risultava aumentato addirittura del 695% in questi soggetti. Superato il primo anno dalla diagnosi di disturbo stress-relato, il rischio di sviluppare nuove patologie cardiovascolari si riduce nettamente (complessivamente +29%), e va da un minimo del +12% per le aritmie al +202% per le trombosi/embolie arteriose. I disturbi da stress sono risultati inoltre più fortemente associati con un aumentato rischio di malattie cardiovascolari ad esordio precoce (+40% per le fasce d’età inferiori ai 50 anni), che ad esordio tardivo (+24% per fasce d’età ≥50 anni).
Gli autori concludono dunque che le patologie da stress sono associate in maniera importante a diverse malattie cardiovascolari, in modo indipendente dal contesto familiare, da una storia di disturbi somatici o psichiatrici e da eventuali comorbilità psichiatriche. E questo avviene in particolare a ridosso dell’evento che ha generato lo stress, tipicamente entro il primo anno dalla diagnosi di disturbo stress-correlato. L’associazione sembra essere ancor più importante tra le fasce d’età al di sotto dei 50 anni.

Brit Med J (IF=23.562) 365:i1255,2019