L’INSONNIA AUMENTA IL RISCHIO DI INFARTO E ICTUS

Le persone che hanno difficoltà ad addormentarsi o a dormire hanno maggiori probabilità di subire un attacco cardiaco o un ictus rispetto a quelle che non hanno problemi di sonno. Il dato emerge da un vasto studio cinese che ha seguito 487.200 persone per circa dieci anni a partire da quando avevano in media 51 anni. 116.619 (24%) soffriva di insonnia, definita dal riscontro di tre diversi sintomi, difficoltà ad addormentarsi o a rimanere addormentati, risveglio precoce al mattino e problemi di concentrazione durante il giorno per almeno 3 giorni a settimana. Rispetto ai partecipanti senza problemi di sonno, quelli che soffrivano di insonnia erano più anziani, in maggioranza donne, non sposati e provenienti da aree rurali. Inoltre, gli insonni erano anche meno istruiti, avevano un reddito più basso e presentavano maggiori probabilità di avere diabete o disturbi dell’umore come ansia o depressione.
Durante il follow-up sono stati registrati 130.032 eventi cardio-cerebrovascolari (CVD). I tre diversi sintomi di insonnia si associano a un aumento di CVD: difficoltà ad addormentarsi o a rimanere addormentati (HR 1.09, 95% CI 1.07-1.11), risveglio precoce al mattino (HR 1.07, 95% CI 1.05-1.09), problemi di concentrazione durante il giorno (HR 1.13, 95% CI 1.09-1.18). Globalmente, chi soffre di insonnia ha un rischio più elevato del 18% di sviluppare CVD rispetto alle controparti senza problemi di sonno.

Neurology (IF=8.689) 93:e2110,2019

STESS ACUTO, DISFUNZIONE ENDOTELIALE ED EVENTI CARDIOVASCOLARI

Lo stress mentale acuto può provocare una disfunzione endoteliale transitoria, la cui rilevanza prognostica è sconosciuta. Pertanto i ricercatori della Emory University di Atlanta, USA, hanno voluto determinare l’associazione tra compromissione indotta da stress mentale della funzione endoteliale, valutata come vasodilatazione mediata dal flusso dell’arteria brachiale, ed esiti cardiovascolari avversi in pazienti con malattia coronarica stabile. Lo studio è stato condotto su una coorte di pazienti sottoposti a stress mentale (parlare in pubblico), valutando la funzione endoteliale prima e 30 minuti dopo l’attività stressante. È stato predefinito un endpoint composito di eventi cardiovascolari, che includeva morte cardiovascolare, infarto del miocardio, rivascolarizzazione e ricovero ospedaliero per insufficienza cardiaca. I dati sono stati aggiustati per fattori socio-demografici, anamnesi e depressione.
Sono stati inclusi 569 pazienti, età media 62.6 anni, 420 (73.8%) maschi. La vasodilatazione mediata dal flusso è diminuita da una media del 4.8% prima dello stress a 3.9% dopo l’attività stressante (riduzione del 23%); 360 pazienti (63.2%) hanno sviluppato una disfunzione endoteliale transitoria. Durante il follow-up medio di 3.0 anni, 74 pazienti hanno avuto un evento cardiovascolare. Lo sviluppo di una disfunzione endoteliale transitoria indotta dallo stress è stata associata a un aumento del 78% nell’incidenza di eventi cardiovascolari (HR 1.78; 95%IC 1.15-2.76).

JAMA Cardiol (IF=11.866) 2019 Sep 11. doi: 10.1001/jamacardio.2019.3252.

L’ESPOSIZIONE PROFESSIONALE AI PESTICIDI AUMENTA IL RISCHIO CARDIOVASCOLARE

L’esposizione sul posto di lavoro a livelli elevati di pesticidi può aumentare il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari o di avere un ictus. Ricercatori Hawaiani hanno utilizzato i dati del Kuakini Honolulu Heart Program, istituito nel 1965 per studiare le malattie cardiache negli uomini di mezza età nippo-americani che vivono sull’isola di Oahu. I partecipanti sono nati tra il 1900 e il 1919 in Giappone o alle Hawaii e avevano tra i 45 e i 68 anni all’inizio dello studio. I dati sono stati aggiornati fino al 1999, il che ha consentito fino a 34 anni di follow-up. I dati raccolti si riferiscono a 7.557 uomini che avevano fornito informazioni sulla loro storia lavorativa e non avevano malattie cardiache all’inizio dello studio. L’esposizioni ai pesticidi è stata valutata utilizzando la scala di esposizione Occupational Safety Health Administration, che stima le quantità tipiche di pesticidi a cui i lavoratori sono esposti durante una giornata lavorativa di otto ore e una settimana lavorativa di 40 ore. I ricercatori hanno quindi esaminato le cartelle cliniche per individuare chi aveva sviluppato malattie cardiovascolari.
451 uomini erano stati esposti a livelli elevati di pesticidi. Dopo controllo per altri fattori di rischio cardiovascolare, come età, peso, attività fisica, alcol e fumo, è emerso che gli uomini con elevata esposizione ai pesticidi avevano il 42% di probabilità in più rispetto a quelli senza nessuna esposizione di sviluppare malattie cardiovascolari durante i primi 10 anni di follow-up.
I lavoratori agricoli dovrebbero sempre indossare dispositivi di protezione individuale e anche dopo il pensionamento dovrebbero continuare a monitorare la loro salute per quanto riguarda le complicanze cardiovascolari. I pesticidi hanno infatti una lunga emivita e rimangono nel corpo per molto tempo, quindi gli effetti collaterali possono comparire anche 10-20 anni dopo l’esposizione.

J Am Heart Assoc (IF=4.660) 8:e012569,2019

MALATTIE CARDIACHE. RISCHI PIÙ ALTI PER I BAMBINI PREMATURI

I bambini che nascono troppo presto potrebbero avere maggiori probabilità di sviluppare malattie cardiache da adulti rispetto ai neonati a termine. In uno studio condotto dalla Icahn School of Medicina at Monte Sinai di New York, gli adulti che sono nati prima della 37a settimana di gestazione hanno fatto registrare il 53% di probabilità in più di sviluppare malattie cardiache rispetto alle persone nate a termine.
La gravidanza dura normalmente circa 40 settimane e i bambini nati dopo 37 settimane di gestazione sono considerati a termine. I bambini nati prematuramente – prima della 37a settimana – hanno spesso difficoltà a respirare e digerire il cibo nelle settimane successive alla nascita, e possono avere problemi a lungo termine come alterazioni della vista, compromissione delle capacità uditive e cognitive, problemi sociali e comportamentali.
Il parto pretermine è stato anche associato a un aumento del rischio di ipertensione e diabete a distanza di decenni. Ma la ricerca fino ad oggi non aveva collegato in modo definitivo un parto precoce a un aumentato rischio di cardiopatia ischemica.
I ricercatori hanno esaminato i dati di oltre 2.1 milioni di bambini nati in Svezia tra il 1973 e il 1994, seguendoli fino al 2015 e valutando l’incidenza di malattie cardiache. Durante il follow-up, 1.921 adulti hanno sviluppato una malattia cardiaca in età compresa tra 30 e 43 anni. Il rischio di sviluppare la malattia era significativamente maggiore nei nati prematuri (HR=1.53, CI 95% 1.20-1.94) rispetto ai nati a termine (HR=1.19, CI 95% 1.01-1.40). Il rischio era particolarmente elevato nelle donne premature (HR=1.93, CI 95% 1.28-2.90) rispetto agli uomini prematuri (HR=1.37, CI 95% 1.01-1.84).
“La nascita pretermine interrompe lo sviluppo del sistema cardiovascolare e di altri organi, portando alla formazione di strutture o funzioni anormali dei vasi sanguigni e ad altri disturbi, come il diabete, che a loro volta possono portare a malattie cardiache”, osservano glu Autori; “i nostri risultati non sono spiegati da fattori materni che potrebbero contribuire alla nascita pretermine e alla futura cardiopatia, come obesità, ipertensione, diabete e fumo. Inoltre, gli adulti nati pretermine hanno un rischio di cardiopatia maggiore dei fratelli nati a termine, il che suggerisce che i risultati non sono spiegati da altri fattori di rischio condivisi all’interno delle famiglie, ma sono più probabilmente legati agli effetti diretti della nascita pretermine”.

JAMA Pediatr (IF=12.004) 2019 Jun 3. doi: 10.1001/jamapediatrics.2019.1327

I LIVELLI DI TRIGLICERIDI POSSONO SVOLGERE UN RUOLO CHIAVE NELLA PREVISIONE DEL RISCHIO CARDIOVASCOLARE NELLE DONNE CON CORONAROPATIA NON OSTRUTTIVA

Queste sono le conclusioni a cui sono giunti i ricercatori della Mayo Clinic di Rochester, USA, che hanno voluto studiare l’effetto predittivo dei trigliceridi sui principali eventi avversi cardiovascolari (MACE) nei pazienti con malattia coronarica non ostruttiva. Sono stati arruolati 465 pazienti (316 maschi e 149 femmine) con angina, che erano stati indirizzati a una valutazione coronarografica per sospetta ischemia, a cui è stata poi diagnosticata una malattia coronarica non ostruttiva, definita come nessuna stenosi >20%. L’età media era di 53 anni. I pazienti sono stati seguiti per 7.8 ± 4.3 anni. All’analisi multivariata che includeva l’utilizzo di statine all’arruolamento, i trigliceridi erano predittivi in modo indipendente di MACE nelle donne (HR 1.25, IC 95%: 1.06 – 1.47), ma non negli uomini.

J Am Heart Assoc (IF=4.660) 8:e009442, 2019

RAGAZZI SOVRAPPESO. RISCHIO PIÙ ELEVATO DI CARDIOMIOPATIA DA ADULTI

Uno studio svedese dimostra che gli uomini che da adolescenti sono stati sovrappeso hanno una maggiore probabilità di sviluppare cardiomiopatia rispetto a coloro che hanno mantenuto un peso corretto durante quel periodo della vita. I ricercatori dell’Università di Goteborg hanno esaminato i dati relativi ad altezza, peso e livelli di forma fisica di oltre 1.6 milioni di uomini in leva obbligatoria in Svezia tra il 1969 e il 2005, quando avevano 18 o 19 anni; circa il 10% di essi era sovrappeso e il 2% obeso.
Dopo un follow-up mediano di 17 anni, 4.477 uomini hanno sviluppato una cardiomiopatia, con un’età media di 46 anni al momento della diagnosi. La cardiomiopatia è una malattia relativamente rara, e solo lo 0.27% degli individui reclutati nello studio ha ricevuto diagnosi di una delle diverse forma della patologia.
Il rischio di sviluppare questo danno al muscolo cardiaco era doppio nei partecipanti sovrappeso da adolescenti e cinque volte superiore in quelli obesi, rispetto agli adolescenti normopeso. Gli individui con un indice di massa corporea (BMI) inferiore a 20 da adolescenti presentavano un basso rischio di cardiomiopatia, che aumentava poi costantemente con l’aumento del BMI, anche tra gli uomini all’estremità superiore di quello che viene considerato normale, compreso tra 22.5 e i 25. Gli uomini chiaramente obesi, con un BMI pari o superiore a 35 in gioventù, presentavano otto volte più probabilità di sviluppare una cardiomiopatia da adulti rispetto a quelli che durante l’adolescenza erano stati magri.

Circulation (IF=23.054) 2019 May 28. doi: 10.1161/CIRCULATIONAHA.118.039132

NEI GIOVANI CON INFARTO MIOCARDICO I FATTORI DI RISCHIO MODIFICABILI SONO ALTAMENTE PREVALENTI E PROGRESSIVAMENTE AUMENTATI NEL TEMPO

Queste sono le conclusioni a cui sono giunti i ricercatori del Westchester Medical Center and New York Medical College di Valhalla, New York. I fattori di rischio modificabili (RF) svolgono un ruolo importante nello sviluppo e nella prognosi dell’infarto miocardico acuto (IMA). Pertanto i ricercatori hanno voluto analizzare la prevalenza e l’andamento nel tempo di RF modificabili (ipertensione, dislipidemia, diabete mellito, obesità, fumo e abuso di droghe) prima di un IMA nei giovani adulti statunitensi. A tal proposito è stata condotta un’analisi retrospettiva su un campione nazionale di adulti di età compresa tra 18 e 59 anni ospedalizzati per un primo IMA tra il 2005 e il 2015. Sono stati arruolati 1.462.168 giovani adulti con un primo IMA (età media 50 ± 7 anni, 71.5% uomini, 58.3% bianco) di cui il 19.2% aveva un’età compresa tra 18 e 44 anni e l’80.8% tra 45 e 59 anni di età.

Nel gruppo dai 18 ai 44 anni, il 90.3% dei pazienti aveva almeno 1 RF, con fumo (56.8%), dislipidemia (51.7%) e ipertensione (49.8%) largamente prevalenti. Nel gruppo di età compresa tra 45 e 59 anni, il 92% dei pazienti aveva almeno 1 RF, con ipertensione (59.8%), dislipidemia (57.5%) e fumo (51.9%) prevalenti. Disparità sessuali significative sono state osservate nella prevalenza dei singoli RF. Le donne avevano una maggiore prevalenza di diabete mellito, ipertensione e obesità, e gli uomini avevano una maggiore prevalenza di dislipidemia, abuso di droghe e fumo. La prevalenza di RF è andata aumentando nel tempo, tranne che per la dislipidemia, che è diminuita negli anni più recenti.
J Amer Coll Cardiol (IF=18.639) 73:573,2019

ICTUS. PER CHI CONTINUA A FUMARE, TRIPLICA IL RISCHIO DI RECIDIVA

Il fumatore che ha avuto un ictus, se non smette o almeno riduce il numero di sigarette, ha molte probabilità di essere vittima di un secondo ictus. Su questo aspetto ha fatto luce uno studio condotto dalla Nanjing Medical University di Jiangsu, che ha preso in considerazione 3.609 pazienti sopravvissuti a un ictus.
Di questi, 1.475, pari al 48%, erano fumatori, mentre il 9% erano ex fumatori. Tra coloro che fumava al momento dell’ictus, 908 persone – pari al 62% – sono riuscite a smettere pochi mesi dopo. Tutti quelli che avevano smesso dopo l’ictus presentavano il 29% in meno di probabilità di averne un secondo rispetto a chi aveva deciso di continuare a fumare.
Rispetto ai non fumatori, coloro che invece continuavano a fumare fino a 20 sigarette al giorno presentavano il 68% in più di probabilità di avere un altro ictus e il rischio si triplicava con 40 sigarette al giorno.

J Am Heart Assoc (IF=4.45) 8:e011696,2019

SIGARETTA ELETTRONICA O TERAPIA SOSTITUTIVA PER SMETTERE DI FUMARE?

 L’utilizzo delle sigarette elettroniche è oramai molto diffuso ed è spesso considerato una valida strategia per tentare di smettere di fumare. Tuttavia, ad oggi, non esistono evidenze che dimostrino una diversa efficacia della sigaretta elettronica rispetto ai prodotti a base di nicotina attualmente approvati come terapia sostitutiva nei fumatori che vogliono abbandonare le sigarette. Nello studio che vi proponiamo oggi 886 adulti sono stati randomizzati a ricevere un prodotto a base di nicotina – da assumere per tre mesi – o una sigaretta elettronica di seconda generazione (in un pacchetto contenente una sigaretta ricaricabile e una bottiglia di liquido a base di nicotina, 18mg/ml). Per entrambi i gruppi era inoltre previsto un counselling di supporto con frequenza settimanale, per un periodo di almeno 4 settimane. L’outcome primario dello studio era rappresentato dalla cessazione dell’abitudine tabagica, definita come astensione dal fumo di sigaretta per almeno un anno, confermata mediante test biochimici.

I risultati a 12 mesi hanno mostrato un tasso di astensione dal fumo pari al 9% negli individui in terapia sostitutiva e al 18% in coloro che utilizzavano la sigaretta elettronica (RR 1.83, 95% CI 1.30 – 2.58; p<0.001). Inoltre, la percentuale di soggetti ancora in trattamento al termine del periodo di follow-up era nettamente superiore nei soggetti che utilizzavano la sigaretta elettronica (52 settimane: 80% vs 9%). Per quanto riguarda le reazioni avverse, i soggetti in trattamento con la sigaretta elettronica hanno riportato principalmente irritazione della gola o del cavo orale (65.3% vs 51.2%), mentre la nausea è stata riferita più spesso dai soggetti che utilizzavano una terapia sostitutiva a base di nicotina (37.9% vs. 31.3%). Infine, nel gruppo della sigaretta elettronica è stata osservata una maggiore riduzione dell’incidenza di tosse e della produzione di escreato rispetto all’inizio del trattamento (RR per tosse 0.8, 95% CI 0.6 – 0.9; RR per escreato 0.7, 95% CI 0.6 – 0.9). Non sono state osservate invece differenze significative nell’incidenza di dispnea o broncostenosi. Pertanto, in associazione a una terapia di tipo comportamentale, la sigaretta elettronica sembra essere più efficace rispetto alle terapie sostitutive per la cessazione dell’abitudine tabagica.

New Engl J Med (IF=79.260) 380:629,2019

UN GRAVE STRESS FA MALE AL CUORE

Lo stress, quello grave, che fa seguito all’esposizione a un evento traumatico (guerra, terremoti, violenze fisiche), fa davvero male al cuore? Nell’immaginario collettivo la risposta è scontata. Per la scienza invece questa è ancora una zona grigia. Ma dalla Svezia arriva un grande studio osservazionale, mirato appunto a verificare la presenza di un’associazione tra disturbi da stress e cardiopatie.
Lo studio del Center of Public Health Sciences, University of Iceland a Reykjavík è stato condotto su varie categorie di individui ‘stressati’ (pazienti affetti da disturbo post-traumatico da stress, o che presentavano reazioni da stress ‘acuto’, disturbi di adattamento e altre reazioni allo stress) e sui loro fratelli non ‘stressati. Con questi criteri sono stati analizzati, in un periodo che va dal 1987 al 2013, 136.637 pazienti inclusi nello Swedish National Patient Register, 171.314 loro fratelli senza disturbi stress-relati e 1.366.370 soggetti della popolazione generale. L’endpoint primario dello studio era la diagnosi di nuove malattie cardiovascolari (qualsiasi forma di cardiopatia ischemica, di malattia cerebro-vascolare, malattia trombo-embolica, ipertensione, scompenso cardiaco, aritimie/disturbi di conduzione, patologie cardiovascolari fatali).
Nell’arco dei 27 anni di follow-up, il tasso di incidenza grezzo di qualunque patologia cardiovascolare è risultato di 10.5/1000 anni persona tra i pazienti affetti da disturbi stress-correlati, di 8.4/1000 anni persona tra i loro fratelli non affetti da disturbi da stress e di 6.9/1000 anni persona tra gli individui della popolazione generale.

I pazienti affetti da disturbi stress-correlati, rispetto ai loro fratelli sani, presentavano un aumento del 64% del rischio di qualunque malattia cardiovascolare; ma il rischio di scompenso cardiaco, nel primo anno dalla diagnosi dei disturbi da stress, risultava aumentato addirittura del 695% in questi soggetti. Superato il primo anno dalla diagnosi di disturbo stress-relato, il rischio di sviluppare nuove patologie cardiovascolari si riduce nettamente (complessivamente +29%), e va da un minimo del +12% per le aritmie al +202% per le trombosi/embolie arteriose. I disturbi da stress sono risultati inoltre più fortemente associati con un aumentato rischio di malattie cardiovascolari ad esordio precoce (+40% per le fasce d’età inferiori ai 50 anni), che ad esordio tardivo (+24% per fasce d’età ≥50 anni).
Gli autori concludono dunque che le patologie da stress sono associate in maniera importante a diverse malattie cardiovascolari, in modo indipendente dal contesto familiare, da una storia di disturbi somatici o psichiatrici e da eventuali comorbilità psichiatriche. E questo avviene in particolare a ridosso dell’evento che ha generato lo stress, tipicamente entro il primo anno dalla diagnosi di disturbo stress-correlato. L’associazione sembra essere ancor più importante tra le fasce d’età al di sotto dei 50 anni.

Brit Med J (IF=23.562) 365:i1255,2019