RAGAZZI SOVRAPPESO. RISCHIO PIÙ ELEVATO DI CARDIOMIOPATIA DA ADULTI

Uno studio svedese dimostra che gli uomini che da adolescenti sono stati sovrappeso hanno una maggiore probabilità di sviluppare cardiomiopatia rispetto a coloro che hanno mantenuto un peso corretto durante quel periodo della vita. I ricercatori dell’Università di Goteborg hanno esaminato i dati relativi ad altezza, peso e livelli di forma fisica di oltre 1.6 milioni di uomini in leva obbligatoria in Svezia tra il 1969 e il 2005, quando avevano 18 o 19 anni; circa il 10% di essi era sovrappeso e il 2% obeso.
Dopo un follow-up mediano di 17 anni, 4.477 uomini hanno sviluppato una cardiomiopatia, con un’età media di 46 anni al momento della diagnosi. La cardiomiopatia è una malattia relativamente rara, e solo lo 0.27% degli individui reclutati nello studio ha ricevuto diagnosi di una delle diverse forma della patologia.
Il rischio di sviluppare questo danno al muscolo cardiaco era doppio nei partecipanti sovrappeso da adolescenti e cinque volte superiore in quelli obesi, rispetto agli adolescenti normopeso. Gli individui con un indice di massa corporea (BMI) inferiore a 20 da adolescenti presentavano un basso rischio di cardiomiopatia, che aumentava poi costantemente con l’aumento del BMI, anche tra gli uomini all’estremità superiore di quello che viene considerato normale, compreso tra 22.5 e i 25. Gli uomini chiaramente obesi, con un BMI pari o superiore a 35 in gioventù, presentavano otto volte più probabilità di sviluppare una cardiomiopatia da adulti rispetto a quelli che durante l’adolescenza erano stati magri.

Circulation (IF=23.054) 2019 May 28. doi: 10.1161/CIRCULATIONAHA.118.039132

NEI GIOVANI CON INFARTO MIOCARDICO I FATTORI DI RISCHIO MODIFICABILI SONO ALTAMENTE PREVALENTI E PROGRESSIVAMENTE AUMENTATI NEL TEMPO

Queste sono le conclusioni a cui sono giunti i ricercatori del Westchester Medical Center and New York Medical College di Valhalla, New York. I fattori di rischio modificabili (RF) svolgono un ruolo importante nello sviluppo e nella prognosi dell’infarto miocardico acuto (IMA). Pertanto i ricercatori hanno voluto analizzare la prevalenza e l’andamento nel tempo di RF modificabili (ipertensione, dislipidemia, diabete mellito, obesità, fumo e abuso di droghe) prima di un IMA nei giovani adulti statunitensi. A tal proposito è stata condotta un’analisi retrospettiva su un campione nazionale di adulti di età compresa tra 18 e 59 anni ospedalizzati per un primo IMA tra il 2005 e il 2015. Sono stati arruolati 1.462.168 giovani adulti con un primo IMA (età media 50 ± 7 anni, 71.5% uomini, 58.3% bianco) di cui il 19.2% aveva un’età compresa tra 18 e 44 anni e l’80.8% tra 45 e 59 anni di età.

Nel gruppo dai 18 ai 44 anni, il 90.3% dei pazienti aveva almeno 1 RF, con fumo (56.8%), dislipidemia (51.7%) e ipertensione (49.8%) largamente prevalenti. Nel gruppo di età compresa tra 45 e 59 anni, il 92% dei pazienti aveva almeno 1 RF, con ipertensione (59.8%), dislipidemia (57.5%) e fumo (51.9%) prevalenti. Disparità sessuali significative sono state osservate nella prevalenza dei singoli RF. Le donne avevano una maggiore prevalenza di diabete mellito, ipertensione e obesità, e gli uomini avevano una maggiore prevalenza di dislipidemia, abuso di droghe e fumo. La prevalenza di RF è andata aumentando nel tempo, tranne che per la dislipidemia, che è diminuita negli anni più recenti.
J Amer Coll Cardiol (IF=18.639) 73:573,2019

ICTUS. PER CHI CONTINUA A FUMARE, TRIPLICA IL RISCHIO DI RECIDIVA

Il fumatore che ha avuto un ictus, se non smette o almeno riduce il numero di sigarette, ha molte probabilità di essere vittima di un secondo ictus. Su questo aspetto ha fatto luce uno studio condotto dalla Nanjing Medical University di Jiangsu, che ha preso in considerazione 3.609 pazienti sopravvissuti a un ictus.
Di questi, 1.475, pari al 48%, erano fumatori, mentre il 9% erano ex fumatori. Tra coloro che fumava al momento dell’ictus, 908 persone – pari al 62% – sono riuscite a smettere pochi mesi dopo. Tutti quelli che avevano smesso dopo l’ictus presentavano il 29% in meno di probabilità di averne un secondo rispetto a chi aveva deciso di continuare a fumare.
Rispetto ai non fumatori, coloro che invece continuavano a fumare fino a 20 sigarette al giorno presentavano il 68% in più di probabilità di avere un altro ictus e il rischio si triplicava con 40 sigarette al giorno.

J Am Heart Assoc (IF=4.45) 8:e011696,2019

SIGARETTA ELETTRONICA O TERAPIA SOSTITUTIVA PER SMETTERE DI FUMARE?

 L’utilizzo delle sigarette elettroniche è oramai molto diffuso ed è spesso considerato una valida strategia per tentare di smettere di fumare. Tuttavia, ad oggi, non esistono evidenze che dimostrino una diversa efficacia della sigaretta elettronica rispetto ai prodotti a base di nicotina attualmente approvati come terapia sostitutiva nei fumatori che vogliono abbandonare le sigarette. Nello studio che vi proponiamo oggi 886 adulti sono stati randomizzati a ricevere un prodotto a base di nicotina – da assumere per tre mesi – o una sigaretta elettronica di seconda generazione (in un pacchetto contenente una sigaretta ricaricabile e una bottiglia di liquido a base di nicotina, 18mg/ml). Per entrambi i gruppi era inoltre previsto un counselling di supporto con frequenza settimanale, per un periodo di almeno 4 settimane. L’outcome primario dello studio era rappresentato dalla cessazione dell’abitudine tabagica, definita come astensione dal fumo di sigaretta per almeno un anno, confermata mediante test biochimici.

I risultati a 12 mesi hanno mostrato un tasso di astensione dal fumo pari al 9% negli individui in terapia sostitutiva e al 18% in coloro che utilizzavano la sigaretta elettronica (RR 1.83, 95% CI 1.30 – 2.58; p<0.001). Inoltre, la percentuale di soggetti ancora in trattamento al termine del periodo di follow-up era nettamente superiore nei soggetti che utilizzavano la sigaretta elettronica (52 settimane: 80% vs 9%). Per quanto riguarda le reazioni avverse, i soggetti in trattamento con la sigaretta elettronica hanno riportato principalmente irritazione della gola o del cavo orale (65.3% vs 51.2%), mentre la nausea è stata riferita più spesso dai soggetti che utilizzavano una terapia sostitutiva a base di nicotina (37.9% vs. 31.3%). Infine, nel gruppo della sigaretta elettronica è stata osservata una maggiore riduzione dell’incidenza di tosse e della produzione di escreato rispetto all’inizio del trattamento (RR per tosse 0.8, 95% CI 0.6 – 0.9; RR per escreato 0.7, 95% CI 0.6 – 0.9). Non sono state osservate invece differenze significative nell’incidenza di dispnea o broncostenosi. Pertanto, in associazione a una terapia di tipo comportamentale, la sigaretta elettronica sembra essere più efficace rispetto alle terapie sostitutive per la cessazione dell’abitudine tabagica.

New Engl J Med (IF=79.260) 380:629,2019

UN GRAVE STRESS FA MALE AL CUORE

Lo stress, quello grave, che fa seguito all’esposizione a un evento traumatico (guerra, terremoti, violenze fisiche), fa davvero male al cuore? Nell’immaginario collettivo la risposta è scontata. Per la scienza invece questa è ancora una zona grigia. Ma dalla Svezia arriva un grande studio osservazionale, mirato appunto a verificare la presenza di un’associazione tra disturbi da stress e cardiopatie.
Lo studio del Center of Public Health Sciences, University of Iceland a Reykjavík è stato condotto su varie categorie di individui ‘stressati’ (pazienti affetti da disturbo post-traumatico da stress, o che presentavano reazioni da stress ‘acuto’, disturbi di adattamento e altre reazioni allo stress) e sui loro fratelli non ‘stressati. Con questi criteri sono stati analizzati, in un periodo che va dal 1987 al 2013, 136.637 pazienti inclusi nello Swedish National Patient Register, 171.314 loro fratelli senza disturbi stress-relati e 1.366.370 soggetti della popolazione generale. L’endpoint primario dello studio era la diagnosi di nuove malattie cardiovascolari (qualsiasi forma di cardiopatia ischemica, di malattia cerebro-vascolare, malattia trombo-embolica, ipertensione, scompenso cardiaco, aritimie/disturbi di conduzione, patologie cardiovascolari fatali).
Nell’arco dei 27 anni di follow-up, il tasso di incidenza grezzo di qualunque patologia cardiovascolare è risultato di 10.5/1000 anni persona tra i pazienti affetti da disturbi stress-correlati, di 8.4/1000 anni persona tra i loro fratelli non affetti da disturbi da stress e di 6.9/1000 anni persona tra gli individui della popolazione generale.

I pazienti affetti da disturbi stress-correlati, rispetto ai loro fratelli sani, presentavano un aumento del 64% del rischio di qualunque malattia cardiovascolare; ma il rischio di scompenso cardiaco, nel primo anno dalla diagnosi dei disturbi da stress, risultava aumentato addirittura del 695% in questi soggetti. Superato il primo anno dalla diagnosi di disturbo stress-relato, il rischio di sviluppare nuove patologie cardiovascolari si riduce nettamente (complessivamente +29%), e va da un minimo del +12% per le aritmie al +202% per le trombosi/embolie arteriose. I disturbi da stress sono risultati inoltre più fortemente associati con un aumentato rischio di malattie cardiovascolari ad esordio precoce (+40% per le fasce d’età inferiori ai 50 anni), che ad esordio tardivo (+24% per fasce d’età ≥50 anni).
Gli autori concludono dunque che le patologie da stress sono associate in maniera importante a diverse malattie cardiovascolari, in modo indipendente dal contesto familiare, da una storia di disturbi somatici o psichiatrici e da eventuali comorbilità psichiatriche. E questo avviene in particolare a ridosso dell’evento che ha generato lo stress, tipicamente entro il primo anno dalla diagnosi di disturbo stress-correlato. L’associazione sembra essere ancor più importante tra le fasce d’età al di sotto dei 50 anni.

Brit Med J (IF=23.562) 365:i1255,2019

I PROBLEMI FINANZIARI METTONO A RISCHIO IL CUORE

Stress, malumori e dispiaceri possono compromettere la salute. Fino a rivelarsi, a lungo andare, fatali. I problemi finanziari ad esempio, specie se prolungati nel tempo, espongono a un elevato rischio cardiovascolare e, più in generale, a un eccesso di mortalità. A rivelarlo è uno studio della University of Miami, che ha analizzato l’impatto dell’incertezza economica sulla salute di quasi quattromila giovani adulti americani.
Lo studio nasce da una presa di coscienza: oggi le condizioni economiche di molti giovani americani sono peggiorate rispetto a qualche decennio fa. Una situazione che purtroppo rispecchia abbastanza fedelmente quanto si osserva anche nel nostro Paese: anni di crisi, instabilità, cambiamenti negli asseti politici ed economici globali hanno reso meno solide le finanze di moltissimi giovani adulti. E in molti oggi si trovano a convivere con l’incertezza economica e introiti altalenanti: si stima ad esempio che quasi il 50% degli americani affronti un calo dei propri guadagni nel corso degli anni. Una percentuale che descrive un fenomeno importante, le cui ripercussioni nel campo della salute sono però ancora poco note.

Ricercatori americani hanno utilizzato i dati raccolti dal Coronary Artery Risk Development in Young Adults (Cardia), uno studio longitudinale che coinvolge migliaia di giovani americani sin dall’inizio degli anni ‘90. In questo modo hanno potuto valutare quanto fossero cambiati i guadagni di circa 4mila partecipanti tra il 1995 e il 2005. E come fosse poi mutata la loro salute nel decennio seguente, tra il 2005 e il 2015. Guardando in particolare ai casi di instabilità finanziaria, definita da riduzioni ripetute del 25% della disponibilità finanziaria nell’arco di due anni. I dati hanno rivelato un effetto abbastanza netto: l’instabilità finanziaria raddoppia il rischio cardiovascolare (hazard ratio, 2.54; 95% CI, 1.24–5.19) e la mortalità totale (hazard ratio, 1.92; 95% CI, 1.07–3.44).

Perché accada non è chiaro, ma fare ipotesi è fin troppo facile: basta pensare allo stress e alle cattive abitudini, come fumo o elevato consumo di alcol, che i problemi finanziari tendono ad acuire o a portare con sé. O ancora, alla maggiore difficoltà nell’accesso alle cure causata dalla minore disponibilità di denaro. A prescindere dalla causa, comunque, le ripercussioni in campo di salute pubblica sono piuttosto chiare: per i giovani adulti, sperimentare ripetutamente problemi finanziari rappresenta un autentico fattore di rischio per la salute cardiovascolare. E di conseguenza, potrebbero rientrare nelle categorie da tenere sotto controllo, con programmi di screening e strategie di prevenzione ad hoc.

Circulation (IF=18.881) 2019 Jan 7. doi: 10.1161/CIRCULATIONAHA.118.035521

LA RIGIDITÀ ARTERIOSA È UN PREDITTORE DI SVILUPPO DI DEMENZA

Sono sempre più numerose le evidenze di un’associazione tra i tradizionali fattori di rischio cardiovascolare (diabete mellito, ipertensione arteriosa,…) e i disturbi cognitivi, compresa la malattia di Alzheimer. Nello studio che vi proponiamo oggi, ricercatori francesi hanno analizzato la relazione tra alcuni indicatori di invecchiamento vascolare e progressione da decadimento cognitivo (Mild Cognitive Impairment, MCI) a demenza.

Sono stati arruolati 375 anziani con MCI, seguiti annualmente per individuare l’eventuale progressione a demenza. È stata misurata la rigidità arteriosa mediante Pulse Wave Velocity (PWV) carotido-femorale (vedi articoli su questo sito), mentre la struttura vascolare è stata analizzata con metodica ultrasonografica, valutando lo spessore medio intimale carotideo, il diametro della carotide e la presenza di placche carotidee. Durante il follow-up medio di 4.5 anni, 105 pazienti (28%) hanno mostrato una progressione da MCI a demenza. Questi pazienti presentavano una PWV significativamente più elevata (12.7 vs 11.4 m/s; p<0.01), un maggiore spessore medio-intimale (0.85 vs 0.82 mm; p=0.03) e una maggiore presenza di placche carotidee (41.2% vs 21.3%; p<0.01). Avevano inoltre valori pressori sistolici più elevati. Una volta suddivisi in quartili di PWV, i pazienti che si collocavano nel terzo e quarto quartile presentavano un maggior rischio di progressione a demenza (rispettivamente HR 2.13; 95% CI, 1.13–4.02; p=0.02 e HR 3.54; 95% CI 1.93–6.48; p<0.01).

All’analisi multivariata, valori più elevati di PWV erano predittivi di un maggior rischio di progressione a demenza, dopo aggiustamento per età, sesso, scolarità, pressione sistolica, malattie cardiovascolari, BMI, assunzione di calcio-antagonisti, punteggio basale al Mini–Mental State Examination (MMSE) e status apoE ε4. Inoltre, l’età, un punteggio più basso al MMSE basale e l’allele apoE ε4 erano associati a un maggior rischio di progressione a demenza. Lo spessore medio-intimale, la presenza di placche carotidee e il diametro carotideo non hanno mostrato alcun valore predittivo di progressione a demenza.

Pertanto, la rigidità arteriosa stimata mediante PWV è associata al rischio di progressione dell’MCI a demenza e può quindi fornire informazioni utili a identificare i pazienti che presentano un maggior rischio di sviluppare demenza. Inoltre, potrebbe rappresentare un target di trattamento, al fine di ritardare o addirittura prevenire l’evoluzione a demenza.

Hypertension (IF=6.823) 72:1109,2018

RISCHIO CARDIOVASCOLARE NEI PAZIENTI CON IPERCOLESTEROLEMIA FAMILIARE (ETEROZIGOTE) TRATTATI CON STATINA

Lo studio che vi proponiamo oggi si è proposto di valutare il rischio di infarto miocardico acuto (AMI) e malattia coronarica (CHD) in pazienti con FH, confrontandolo con quello della popolazione generale. Tutti i pazienti con FH geneticamente diagnosticata in Norvegia sono inclusi nel Registro nazionale UCCG (Unit for Cardiac and Cardiovascular Genetics); il registro include 4273 pazienti, di cui 8 omozigoti. Quelli diagnosticati nel periodo 2001-2009, non affetti da AMI o CHD sono stati inclusi nel campione di studio. La coorte complessiva includeva 2795 pazienti con FH senza CHD e 3071 pazienti con FH senza AMI. L’età media al momento della diagnosi genetica era di 32.7 anni. L’89.1% seguiva una terapia ipocolesterolemizzante, generalmente con statine.
L’età media del primo evento (AMI o CHD) è stata rispettivamente di 56.2 e 55.1 anni.
Il rischio di sviluppare un AMI è 2.3 volte superiore nei pazienti FH (identico per maschi e femmine), rispetto alla popolazione generale. È più elevato nella fascia d’età 25-39 anni, di 7.5 volte (CI 3.7-14.9) negli uomini e di 13.6 volte (CI 5.1-36.2) nelle donne, per poi diminuire con l’età (Figura).

Il rischio di sviluppare CHD è più elevato nelle pazienti FH (4.7 volte, CI 3.9-5.7, rispetto alla popolazione generale che nei maschi FH (4.2 volte, CI 3.6-5.0). Anche in questo caso, il rischio è più elevato nei pazienti giovani e diminuisce con l’età.

Lo studio ha quindi confermato l’aumento del rischio di AMI e CHD nei pazienti FH rispetto alla popolazione generale, particolarmente marcato nei pazienti più giovani. Data la natura genetica della malattia, l’effetto dell’FH sui vasi si estrinseca sin dalla giovane età, con esposizione a livelli elevati di colesterolo e consistente aumento del rischio cardiovascolare. È da notare che l’età media della diagnosi genetica nei pazienti esaminati era di 32,7 anni; se ne può dedurre che essi non siano stati adeguatamente trattati per almeno due decenni. Questi dati ribadiscono la necessità di una diagnosi precoce, e di un avvio tempestivo del trattamento ipocolesterolemizzante.

Heart (IF=5.42) 104:1600, 2018

LA PULSE WAVE VELOCITY È UN PREDITTORE DI MORTALITÀ E PROGRESSIONE DELLA MALATTIA RENALE CRONICA

Come è noto, i pazienti con malattia renale cronica (MRC) sono esposti a un aggravamento della funzionalità renale e a un elevato rischio di morte. Questo studio prospettico di coorte ha analizzato l’influenza della rigidità arteriosa sulla progressione della MRC e sulla mortalità in pazienti con funzione renale ridotta arruolati nello studio CRIC (Chronic Renal Insufficiency Cohort), utilizzando la Pulse Wave Velocity (PWV) come misura della rigidità della parete arteriosa (ne abbiamo già parlato su questa pagina; potete trovare gli articoli su www.centrogrossipaoletti.org). Sono stati arruolati 2.795 pazienti con età media pari a 60 anni (56.4% di sesso maschile), di cui il 47.3% affetto da diabete mellito; la media del filtrato glomerulare stimato al reclutamento era di 44.4 ml/min/1.73 m2. Durante il follow-up, 628 pazienti hanno mostrato un aggravamento della MRC, definito come sviluppo di end-stage renal disease (ESRD) o riduzione del filtrato glomerulare di almeno il 50%; 394 pazienti sono deceduti.

I pazienti che si collocavano nel terzile con PWV più elevata (>10.3 m/s) presentavano un rischio maggiore di aggravamento della MRC (HR 1.25, 95% CI 0.98-1.58) e di mortalità (HR 1.72, 95% CI 1.24–2.38). Gli Autori suggeriscono di utilizzare la PWV nel valutare il rischio di peggioramento della malattia e di morte nei pazienti con MRC, e identificano nella rigidità arteriosa un potenziale bersaglio per terapie volte a ridurre i rischi connessi con la malattia.

Hypertension (IF=6.823) 71:1101,2018

I FATTORI DI RISCHIO CARDIOVASCOLARE HANNO LO STESSO IMPATTO NELL’ADULTO E NELL’ANZIANO?

Per rispondere a questa domanda ricercatori Scandinavi hanno seguito per più di 40 anni 2322 maschi, che avevano 50 anni nel 1970-74. Hanno così analizzato il variare con l’invecchiamento dell’impatto dei classici fattori di rischio cardiovascolare (BMI, LDL-colesterolo, pressione arteriosa, glicemia e fumo) su tre outcomes cardiovascolari: infarto miocardico (AMI), ictus (stroke) e insufficienza cardiaca (HF).

In generale, l’impatto dei fattori di rischio diminuisce con l’età. In particolare, all’aumentare dell’età si attenua l’impatto dell’obesità e del fumo sul rischio di infarto, e della pressione arteriosa sistolica sul rischio di ictus e insufficienza cardiaca. Rimane invece elevato il rischio di infarto dovuto all’aumento del colesterolo-LDL, e il rischio di insufficienza cardiaca dovuto all’obesità e al diabete.

Questi dati suggeriscono di adattare all’avanzare dell’età le strategie di prevenzione cardiovascolare attraverso la correzione dei tradizionali fattori di rischio.

J Amer Heart Ass (IF=4.450) 7:e007061,2018