IL COLESTEROLO ALIMENTARE AUMENTA IL RISCHIO DI INFARTO, ICTUS E MORTALITÀ

Le uova strapazzate con la fettina di bacon tutte le mattine a colazione non sono una buona abitudine; come non lo è il pane imburrato o il toast con affettati e formaggio.
Ricercatori americani hanno indagato l’impatto del colesterolo alimentare sull’incidenza di malattie cardiovascolari e di mortalità per tutte le cause. Dall’apparenza un po’ ‘vintage’, questo studio offre al contrario una puntualizzazione molto importante perché una dieta povera di colesterolo, inserita in un corretto stile di vita, ha la sua importanza nell’ambito della prevenzione.
Lo studio ha interessato circa 30 mila adulti americani (età media 51.6 anni, 44% maschi, 31.1% di colore), afferenti a 6 studi di coorte prospettici. Nel corso di un follow up mediano di 17.5 anni, si sono verificati 5.400 nuovi eventi cardiovascolari (2.088 casi di ischemia miocardica fatale e non fatale, 1.302 casi di ictus fatali e non fatali, 1.897 casi di scompenso cardiaco fatale e non fatale) oltre a 113 altri casi di morte per cause cardiovascolari e 6.123 decessi per tutte le cause.
Per ogni 300 mg di colesterolo alimentare consumati ogni giorno, il rischio di malattie cardiovascolari è aumentato del 17% e quello di mortalità per tutte le cause del 18%. Un mezzo uovo al giorno (circa 100 mg di colesterolo) in più è risultato associato in maniera significativa a un maggior rischio di malattie cardiovascolari e di mortalità per tutte le cause. L’associazione tra consumo alimentare di colesterolo e comparsa di malattie cardiovascolari è risultata più importante tra i partecipanti con indice di massa corporea inferiore a 25 (rischio +25% per 300 mg/die di colesterolo) che rispetto ai partecipanti in sovrappeso (rischio +5%) o agli obesi (rischio + 14%). L’associazione tra colesterolo alimentare e mortalità per tutte le cause è risultata più forte tra le femmine (rischio +28%) che tra i maschi (rischio +14%).

JAMA (IF=47.661) 321:1081,2019

DIABETE TIPO 2. MINOR RISCHIO DI CARDIOPATIE SE SI MANGIA FRUTTA SECCA

Secondo uno studio statunitense, i pazienti diabetici che mangiano regolarmente frutta secca hanno minori probabilità di sviluppare una cardiopatia rispetto a pazienti che lo fanno raramente, se non mai.
I ricercatori hanno somministrato questionari sull’alimentazione a 16.217 pazienti diabetici di tipo 2 di entrambi i sessi, seguiti per diversi anni. Le domande riguardavano il consumo di arachidi e frutta a guscio. Durante lo studio, 3.336 pazienti hanno sviluppato una malattia cardio- o cerebro-vascolare; 5.682 sono deceduti, di cui 1.663 per una patologia cardiovascolare e 1.297 per neoplasia. Dopo correzione per altri fattori di rischio, è emerso che nei pazienti diabetici che mangiavano almeno cinque porzioni a settimana da 28 grammi di frutta secca la probabilità di sviluppare una cardiopatia era ridotta del 17% rispetto ai pazienti che non consumavano più di una porzione a settimana. La mortalità cardiovascolare era ridotta del 34% e la mortalità totale del 31%. Non è stata riscontrata alcuna associazione tra consumo di frutta secca e incidenza di ictus o mortalità per cancro. Il consumo di frutta a guscio come noci, mandorle, noce brasiliana, anacardi, pistacchi, noci pecan, noci macadamia, nocciole e pinoli era più strettamente correlata a un minor rischio di cardiopatia rispetto alle arachidi, che in realtà sono legumi che crescono sottoterra.
È possibile che il consumo di frutta secca contribuisca a migliorare il controllo della glicemia e l’infiammazione grazie, almeno in parte, alla presenza di nutrienti quali acidi grassi insaturi, fibra, vitamina E e folati e di minerali come calcio, potassio e magnesio.
Un motivo per cui la frutta a guscio potrebbe essere più protettiva delle arachidi è che tende ad essere consumata con la buccia o con la scorza esterna, dove si trovano la maggior parte degli antiossidanti, mentre le arachidi vengono generalmente ingerite senza il guscio; le arachidi di solito vengono tostate e salate, e il sale aggiunto potrebbe contrastare il beneficio dei componenti originari del frutto. Questi dati forniscono nuove evidenze a sostegno del consiglio di integrare la frutta secca nei modelli alimentari salutari per la prevenzione delle complicazioni cardiovascolari e dei decessi prematuri nei pazienti diabetici.

Circ Res (IF=15.211) 2019 Feb 19. doi: 10.1161/CIRCRESAHA.118.314316.

MANGIARE CIBI FRITTI ACCORCIA LA VITA

L’ennesima conferma che i cibi fritti danneggiano la salute viene da un’analisi dei dati raccolti nel corso del programma “Women’s Health Initiative”, avviato negli Stati Uniti anni 1993-1998 e che ha coinvolto più di 100.000 donne (età 50-79 anni al momento del reclutamento). Dall’inizio dello studio al 2017 sono stati registrati 31.558 decessi. Il consumare almeno una porzione di “fritto” al giorno aumenta dell’8% la mortalità totale e di altrettanto la mortalità cardiovascolare. La mortalità totale aumenta del 13% se si mangia pollo fritto, e del 7% se si mangia pesce fritto. Non esiste alcuna relazione tra consumo di cibi fritti e mortalità per cancro.

Brit Med J (IF=23.562) 364:k5420,2019

FIBRE E CEREALI INTEGRALI FANNO BENE ALLA SALUTE

La prestigiosa rivista Lancet ha pubblicato pochi giorni fa un imponente lavoro di revisione sistematica e metanalisi sull’impatto di carboidrati di diversa qualità sulla salute. Gli autori hanno preso in esame tutti gli studi prospettici pubblicati a partire dal 30 aprile 2017 e tutti i trial clinici randomizzati pubblicati a partire dal 28 febbraio 2018 che riportavano l’indicazione della qualità dei carboidrati e dell’incidenza di patologie non trasmissibili, mortalità e fattori di rischio (sono stati esclusi gli studi su pazienti con patologie croniche o i trial su calo ponderale o quelli riguardanti la somministrazione di supplementi). Sono stati così selezionati dati relativi a circa 135 milioni di anni-paziente, provenienti da 185 studi prospettici e 58 trials clinici su 4.635 partecipanti.
I dati osservazionali suggeriscono che i soggetti che riferiscono un elevato consumo di fibre alimentari, rispetto ai bassi consumatori, presentano una riduzione del 15-30% nella mortalità cardiovascolare e per tutte le cause, nell’incidenza di coronaropatie, di incidenza e mortalità per ictus, di diabete mellito di tipo 2 e di cancro del colon retto. Il beneficio maggiore si riscontra in chi consuma 25-29 gr fi fibre al giorno (Figura).

Risultati simili emergono dai dati relativi al consumo di cereali integrali, mentre non sono state riscontrate differenze significative confrontando diete a basso ed elevato indice o carico glicemico.
L’implementazione di raccomandazioni volte ad aumentare il consumo di fibre alimentari e a sostituire i cereali raffinati con quelli integrali potrebbe dunque apportare notevoli benefici alla salute.

Lancet (IF=53.254) 2019 Jan 10. doi: 10.1016/S0140-6736(18)31809-9.

LA SAUNA FA BENE AL CUORE

La sauna finlandese è una forma di esposizione a calore passivo molto usata in Finlandia e in altri Paesi, soprattutto scandinavi, per rilassarsi. E ha numerosi benefici per la salute, grazie anche all’aria secca con un’umidità del 10-20% circa; la temperatura varia da 80°C a 100°C a livello del capo, ma è più bassa a livello del pavimento (circa 30°C), condizione che mantiene efficiente la ventilazione, assicurando condizioni confortevoli. La durata dell’esposizione dipende dal comfort individuale e dalla temperatura, di solito varia da 10 a 45 minuti.

Trenta minuti di sauna quattro volte a settimana diminuiscono il rischio di eventi e mortalità cardiovascolare. È quanto dimostrano ricercatori finlandesi, che hanno condotto uno studio, durato 15 anni, su quasi 1700 individui, età media 63 anni (range 53-74). Lo studio ha evidenziato come una maggiore frequenza di saune corrisponda a una minore mortalità cardiovascolare. La relazione è lineare: maggiore è il numero di saune settimanali, minore è la mortalità. La riduzione è del 29% in coloro che fanno la sauna 2-3 volte a settimana e del 70% in coloro che fanno la sauna 4-7 volte a settimana, rispetto a chi la fa una sola volta a settimana. Anche la durata della sauna (minuti/settimana) si associa linearmente alla mortalità cardiovascolare: quattro volte alla settimana per almeno 30 minuti è l’ideale.
La sauna ha un impatto positivo su funzione circolatoria e cardiovascolare. Il calore può migliorarle agendo sulle cellule endoteliali che rivestono le arterie, riducendone la rigidità, stimolando nella fase acuta il sistema simpatico e successivamente quello vagale, infine abbassando la pressione arteriosa. Attenzione, però, a non correre pericoli: la sauna è sconsigliata nei pazienti ad alto rischio cardiovascolare, come quelli con scompenso cardiaco, ipertensione non controllata, ipotensione, o nei pazienti con infezioni acute, miocarditi, pericarditi, epilessia.

BMC Med (IF=9.088) 16:219,2018

IN QUANTO TEMPO SI MANIFESTANO I BENEFICI DELLA TERAPIA IPOLIPEMIZZANTE?

Il “Time To Benefit” (TTB) viene definito come l’intervallo di tempo che intercorre tra l’inizio di una terapia e la comparsa dei suoi risultati. Si tratta di una variabile che deve essere tenuta in considerazione non solo nella pianificazione dei trials clinici, ma anche nella pratica clinica per decidere se trattare un paziente in funzione dell’aspettativa di vita. Lo studio che proponiamo oggi ha confrontato il TTB calcolato per 24 trials clinici con farmaci ipolipemizzanti ed endpoints clinici.

I risultati mostrano che il TTB varia in modo considerevole, da 1 a 30 mesi, con una media di 13.1 mesi. Il TTB è più breve per le statine rispetto ai farmaci ipolipemizzanti di altro tipo (10.3 vs 20.0 mesi). Tra i trials con statine (n=17), il TTB è più breve per atorvastatina (n=6) rispetto agli altri farmaci della stessa classe (n=11), 4.75 vs 11.4 mesi. I trials che hanno valutato gli inibitori di PCSK9 hanno mostrato un TTB medio di 12 mesi. Tra le variabili che possono influenzare il TTB occorre includere il numero degli endpoints dei vari trials, i livelli basali di LDL-colesterolo, la popolazione oggetto di studio e il contesto clinico (prevenzione primaria, coronaropatia stabile o post-acuta, …), oltre alle caratteristiche specifiche dei singoli farmaci. Alcune evidenze indicano p.es. che l’atorvastatina produce un metabolita attivo dotato di potente azione antiossidante, che potrebbe influenzare favorevolmente il TTB.

J Clin Lipidol. (IF=3.580) 12:857,2018

ANCORA UN ALLARME SULL’EFFICACIA DELL’ASPIRINA IN PREVENZIONE PRIMARIA. QUESTA VOLTA NELL’ANZIANO

Una serie di grandi studi clinici sta sollevando importanti dubbi sull’efficacia dell’aspirina in prevenzione primaria. Alla fine di agosto, i risultati degli studi ASCEND e ARRIVE, che hanno reclutato quasi 30.000 individui a rischio cardiovascolare moderato o diabetici senza malattia cardiovascolare (ne abbiamo parlato su questa pagina), avevano dimostrato l’assenza di benefici da aspirina sulla mortalità e sugli eventi cardiovascolari. Ora un terzo colpo si abbatte sulla molecola. Sono stati pubblicati, in tre articoli contemporanei sul New England Journal of Medicine, i risultati dello studio ASPREE (Aspirin in Reducing Events in the Elderly), condotto in più di 19.000 individui di età superiore a 70 anni, senza malattie cardiovascolari, demenza o disabilità, quindi ancora in prevenzione primaria. Il trattamento consisteva in 100 mg/die di aspirina o placebo, e l’end-point primario era un composito di mortalità, demenza e disabilità. Lo studio è stato terminato in anticipo, dopo 4.7 anni di follow-up, perché le analisi dimostravano che non ci sarebbe stato alcun beneficio sull’end-point primario nel continuare il trattamento con aspirina. Ecco i risultati.

La mortalità totale è più elevata del 14% nei pazienti trattati con aspirina (HR, 1.14; 95% CI, 1.01-1.29). In particolare, si è riscontrato un aumento della mortalità per cancro (HR, 1.31; 95% CI, 1.10-1.56), come già osservato nello studio ASCEND, e peraltro a oggi inspiegabile . L’incidenza di eventi cardiovascolari è ridotta, seppur modestamente e in maniera non statisticamente significativa, dall’aspirina (HR, 0.95; 95% CI, 0.83-1.08). Questo potenziale beneficio è però controbilanciato da un eccesso di emorragie (HR, 1.38; 95% CI, 1.18-1.62). L’aspirina non ha alcun effetto sull’insorgenza di demenza e grave disabilità.

Il risultato globale emerso da questi tre grandi studi è perlomeno scoraggiante. In tre categorie diverse di individui (a rischio cardiovascolare moderato, diabetici e anziani) non affetti da malattie cardiovascolari la somministrazione di una bassa dose giornaliera di aspirina (peraltro quella raccomandata dalle linee guida internazionali) si è rivelata inefficace nel prolungare la vita e ridurre gli eventi cardiovascolari. Aumenta invece il rischio di sanguinamento e forse di cancro. Alla luce di queste evidenze appare chiaro che non tutti i pazienti traggono beneficio dalla somministrazione di aspirina in prevenzione primaria (ferma restando l’indicazione in prevenzione secondaria).

Va ricordato che già prima dei risultati di ASPREE, ARRIVE e ASCEND, nel 2016, la United States Preventive Services Task Force (USPSTF) aveva rivisto le raccomandazioni in materia, affermando che l’aspirina a basse dosi in prevenzione primaria deve essere utilizzata negli adulti di età compresa tra 50 e 59 anni con un rischio cardiovascolare a 10 anni ≥10%, non a rischio di sanguinamento, e con un’aspettativa di vita di almeno 10 anni. L’utilizzo di aspirina in individui di età compresa tra 60 e 69 anni, con un rischio cardiovascolare a 10 anni ≥10%, deve essere valutato su base individuale analizzando i potenziali rischi/benefici. Infine l’ USPSTF afferma che non vi sono prove sufficienti per raccomandare la somministrazione di aspirina in soggetti di età ≥70 anni.

 

New Engl J Med (IF=79.260) 379:1499,1509,1519;2018

I FATTORI DI RISCHIO CARDIOVASCOLARE HANNO LO STESSO IMPATTO NELL’ADULTO E NELL’ANZIANO?

Per rispondere a questa domanda ricercatori Scandinavi hanno seguito per più di 40 anni 2322 maschi, che avevano 50 anni nel 1970-74. Hanno così analizzato il variare con l’invecchiamento dell’impatto dei classici fattori di rischio cardiovascolare (BMI, LDL-colesterolo, pressione arteriosa, glicemia e fumo) su tre outcomes cardiovascolari: infarto miocardico (AMI), ictus (stroke) e insufficienza cardiaca (HF).

In generale, l’impatto dei fattori di rischio diminuisce con l’età. In particolare, all’aumentare dell’età si attenua l’impatto dell’obesità e del fumo sul rischio di infarto, e della pressione arteriosa sistolica sul rischio di ictus e insufficienza cardiaca. Rimane invece elevato il rischio di infarto dovuto all’aumento del colesterolo-LDL, e il rischio di insufficienza cardiaca dovuto all’obesità e al diabete.

Questi dati suggeriscono di adattare all’avanzare dell’età le strategie di prevenzione cardiovascolare attraverso la correzione dei tradizionali fattori di rischio.

J Amer Heart Ass (IF=4.450) 7:e007061,2018

L’ATTIVITÀ FISICA ALLUNGA LA VITA

Abbiamo già parlato su questa pagina dello studio PURE (Prospective Urban Rural Epidemiology), che ha monitorato più di 130000 soggetti fra 35 e 70 anni di età, arruolati in 18 Paesi a diverso sviluppo socio-economico e reddito, distribuiti in 5 continenti. In questa analisi i ricercatori hanno esaminato la relazione tra quantità/tipologia di attività fisica e mortalità.

La mortalità totale è ridotta del 20% e del 35% negli individui che svolgono un’attività fisica moderata (150-750 minuti/settimana di attività fisica moderata) o intensa (>750 minuti/settimana), rispetto a quelli con una scarsa attività fisica (<150 minuti/settimana) (Figura). Come atteso, l’attività fisica riduce anche gli eventi e la mortalità cardiovascolari. Il pregio di questo studio sta, oltre che nell’ampio numero di soggetti analizzati, nella distribuzione assai eterogenea delle popolazioni esaminate. I ricercatori hanno così potuto stabilire che l’effetto protettivo dell’attività fisica è indipendente dal reddito e dalla qualità (ricreativa o lavorativa) dell’attività fisica svolta.

I ricercatori concludono che incrementare l’attività fisica è una strategia a basso costo per allungare la vita e migliorarne la qualità.

Lancet (IF=53.254) 390:2643,2017

INTEGRATORI ALIMENTARI E PREVENZIONE CARDIOVASCOLARE. LA PRESA DI POSIZIONE DELL’AIIPA: “POSSONO ESSERE UTILI MA NON SOSTITUIRE UNA DIETA SANA”

Una corretta informazione scientifica sugli integratori e sul loro uso a complemento dell’alimentazione. Con questo obiettivo Integratori Italia, gruppo dell’Associazione Italiana Industrie Produttori Alimentari (AIIPA), che fa capo a Confindustria, prende posizione sulla rassegna del St. Michael’s Hospital e dell’università di Toronto, pubblicata dal Journal of the American College of Cardiology (ne abbiamo parlato la scorsa settimana). Queste le osservazioni dell’AIIPA.

Lo studio del St. Michael’s Hospital e dell’università di Toronto, attraverso una meta-analisi di 170 lavori precedenti, ha analizzato la correlazione tra l’uso di integratori di vitamine e minerali e il rischio di eventi cardiovascolari come l’infarto, o di morte per qualunque causa. I risultati di un così vasto numero di studi non sono di facile confronto, in quanto ciascuno di essi prevede l’impiego di differenti dosaggi dei vari principi presi in esame.

Inoltre, i soggetti esaminati presentano caratteristiche diverse (per età, sesso, stile di vita e stato di salute), e assumono questi principi per periodi di tempo differenti; gli integratori alimentari sono alimenti, il cui obiettivo primario è quello di integrare la normale dieta contribuendo al benessere dell’organismo. In quanto alimenti, gli integratori non possono in alcun modo fare riferimento a proprietà di prevenzione, trattamento o cura di malattie, ma solo ad effetti di natura nutritiva o fisiologica.

In particolare, gli integratori di vitamine e minerali, in Italia e nel mondo, non vengono abitualmente impiegati per ridurre il rischio di infarto o di morte, ma per obiettivi di salute differenti, come il completamento dell’apporto dietetico degli stessi composti (si pensi all’uso della vitamina B12 nei vegani o degli integratori di Calcio e vitamina D nelle persone a rischio di osteoporosi), e comunque a supporto delle funzioni fisiologiche di soggetti sani.

Il miglioramento dello stato complessivo di salute che può essere ottenuto impiegando correttamente questi composti è confermato da una normativa europea rappresentata dal Regolamento (CE) 1924/2006 sui claims che ha sottoposto a valutazione da parte di Efsa e ad autorizzazione le indicazioni sulla salute attualmente utilizzabili. Lo studio ha documentato l’effetto protettivo di alcune vitamine del gruppo B sul rischio di ictus e la riduzione, associata all’uso dei multivitaminici, della mortalità per tutte le cause (-5%), che sfiora la significatività statistica (p=0.12).

In conclusione, l’AIIPA ribadisce che gli integratori non possono in alcun modo sostituire una dieta sana ed equilibrata, ma il loro uso può essere utile in particolari momenti della vita, come ad esempio la gravidanza e la menopausa, o nel supportare le funzioni fisiologiche del nostro organismo al fine di mantenere un buono stato di salute.