DOMANDE E RISPOSTE SULLA VITAMINA D

1. Cos’è la vitamina D?
La vitamina D è un pro-ormone liposolubile prodotto a livello della cute per azione dei raggi ultravioletti B (UVB). L’esposizione solare rappresenta la principale sorgente naturale di vitamina D, tuttavia, essa può essere assunta anche con gli alimenti.

2. Che ruolo svolge nel corpo umano?
Il principale ruolo della vitamina D è quello di regolare l’assorbimento intestinale di calcio e fosforo, favorendo la normale formazione e mineralizzazione dell’osso. Inoltre, la vitamina D è coinvolta nel processo che garantisce una normale contrattilità muscolare nonché interagisce con il sistema immunitario esercitando un effetto immunomodulante.

3. Cosa comporta una carenza di vitamina D?
In molte persone la carenza di vitamina D è del tutto asintomatica. Una grave carenza determina il rachitismo nei bambini e l’osteomalacia negli adulti. Inoltre, condizioni di ipovitaminosi D possono portare anche a riduzione della forza muscolare e dolori diffusi.

4. Come si può valutare la disponibilità di vitamina D nel corpo umano?
Il dosaggio della vitamina D nella forma 25(OH)D sierica rappresenta il metodo più accurato per stimare lo stato di riserva di vitamina D nell’organismo.

5. Quando è necessario eseguire il dosaggio di vitamina D?
Il dosaggio deve essere eseguito solo in presenza di specifiche condizioni di rischio, su indicazione del medico. Il dosaggio della vitamina D [dosaggio della 25(OH)D] esteso alla popolazione generale è inappropriato.

6. Quali sono i valori “normali” di vitamina D?
I valori desiderabili di 25(OH)D sono compresi tra 20 e 40 ng/mL. Infatti, per valori superiori ai 20 ng/mL si considera garantita l’efficacia per gli esiti scheletrici, mentre per valori inferiori ai 40 ng/mL si considera garantita la sicurezza, non essendo documentati rischi aggiuntivi.
Una condizione di “carenza” di vitamina D è individuata per valori di 25(OH)D inferiori a 20 ng/mL. Pertanto, per valori di 25(OH)D < 20 ng/mL è giustificato l’inizio della supplementazione di vitamina D. Il controllo sistematico dei livelli di 25(OH)D non è raccomandato.

7. Quali sono le fonti naturali di vitamina D?
L’efficace esposizione alla luce solare e l’apporto dietetico di vitamina D rappresentano i principali fattori che determinano i livelli sierici di 25(OH)D.
ESPOSIZIONE SOLARE
L’esposizione solare rappresenta il meccanismo principale di produzione di vitamina D nell’essere umano. Un’esposizione solare regolare rappresenta il modo più naturale ed efficace per un’adeguata produzione endogena di vitamina D. Fattori che possono influenzare la capacità di produrre vitamina D a seguito dell’esposizione alla luce solare (raggi UVB) includono l’ora del giorno, la stagione, il colore della pelle, la quantità di pelle esposta alla luce solare, il tempo di esposizione, nonché l’utilizzo di protezione solare. In generale le persone con pelle più scura potrebbero aver bisogno di un tempo di esposizione più prolungato rispetto a persone con carnagione chiara. Il tempo di esposizione dipende dalla sensibilità della pelle alla luce solare, assicurandosi di evitare scottature.
APPORTO ALIMENTARE
La maggior parte degli alimenti contiene scarse quantità di vitamina D, pertanto la sola alimentazione non può esserne considerata una fonte adeguata. La vitamina D è relativamente stabile e viene alterata poco da conservazione e cottura. Ecco una lista di alimenti con corrispondente contenuto di vitamina D espresso o in UI/100g o in UI/L.
Latte e latticini. Latte vaccino: 5-40 UI/L. Latte di capra 5-40 UI/L. Burro 30 UI/100g. Yogurt 2.4 UI/100g. Panna 30 UI/100g. Formaggi 12-40/100g.
Altri alimenti. Maiale 40-50 UI/100g. Fegato di manzo 40-70 UI/100g. Dentice, merluzzo, orata, palombo, sogliola, trota, salmone, aringhe 300-1500/100g. Olio di fegato di merluzzo 400 UI/5ml (1 cucchiaino da the). Tuorlo d’uovo 20 UI/100g.

8. In quali casi è previsto l’utilizzo di vitamina D per prevenirne o trattarne la carenza?
L’utilizzo di vitamina D, indipendentemente dalla misurazione della 25(OH)D, è previsto:
• negli anziani ospiti delle residenze sanitario-assistenziali
• nelle donne in gravidanza o in allattamento
• nelle persone affette da osteoporosi da qualsiasi causa o osteopatie accertate per cui non è indicata una terapia remineralizzante.
L’utilizzo previa misurazione della 25(OH)D è previsto:
• nelle persone con livelli sierici di 25(OH)D < 20 ng/mL e sintomi attribuibili a ipovitaminosi (astenia, mialgie, dolori diffusi o localizzati, frequenti cadute immotivate)
• nelle persone con diagnosi di iperparatiroidismo secondario a ipovitaminosi D
• nelle persone affette da osteoporosi di qualsiasi causa o osteopatie accertate per le quali la correzione dell’ipovitaminosi dovrebbe essere propedeutica all’inizio della terapia remineralizzante.
• in caso di una terapia di lunga durata con farmaci interferenti col metabolismo della vitamina D (antiepilettici, glucocorticoidi, antiretrovirali, antimicotici, ecc.).
• in caso di malattie che possono causare malassorbimento nell’adulto (fibrosi cistica, celiachia, morbo di Crohn, chirurgia bariatrica ecc.).

9. Perché è importante attenersi alla corretta posologia? Quali effetti sfavorevoli sulla salute può provocare un eccesso di vitamina D? Perché è sempre importante rivolgersi al medico prima di assumere farmaci a base di vitamina D? La vitamina D è liposolubile e pertanto tende ad accumularsi nell’organismo umano. L’assunzione per lunghi periodi ad alte dosi, può provocare effetti gravi per la salute, ad esempio ipercalcemia e nefrolitiasi (calcolosi renale), nonché aumentare il rischio di fratture nei mesi successivi alla somministrazione di boli di vitamina D e il rischio di alcune neoplasie nelle popolazioni con livelli di 25(OH)D > 40-50 ng/mL. Per tali motivi è sempre importante rivolgersi al medico prima di assumere farmaci a base di vitamina D e attenersi alla corretta posologia prescritta. Inoltre, è necessario ricordare che il sovradosaggio di vitamina D durante i primi 6 mesi di gravidanza può avere effetti tossici nel feto e pertanto anche in questo caso l’assunzione di tali medicinali non può prescindere dalla prescrizione medica.

10. In quali casi l’assunzione di vitamina D si è rivelata inefficace? Le evidenze scientifiche disponibili indicano come la somministrazione di vitamina D per la prevenzione cardiovascolare e cerebrovascolare e per la prevenzione dei tumori sia inefficace e, pertanto, inappropriata.

11. I medicinali a base di vitamina D possono essere acquistati senza prescrizione del medico? No, tali medicinali necessitano di prescrizione medica in quanto il medico curante deve essere a conoscenza dell’assunzione di tali farmaci in considerazione dei possibili eventi avversi.

Fonte: AIFA (Agenzia Italiana dal Farmaco)

SMETTERE DI FUMARE DOPO UN EVENTO CARDIOVASCOLARE RIDUCE NOTEVOLMENTE IL RISCHIO DI RECIDIVE E LA MORTALITÀ DA TUTTE LE CAUSE

Questo studio ha analizzato la relazione tra interruzione del fumo, rischio di recidive e mortalità in pazienti con un precedente evento cardiovascolare. Nello studio sono stati inclusi 4673 pazienti che avevano avuto un evento cardiovascolare nei precedenti 12 mesi; l’età media era di 61 ± 8.7 anni. Tra i pazienti arruolati, un terzo dei soggetti fumatori ha smesso di fumare dopo l’evento. Durante il follow-up, di durata mediana pari a 7.4 anni, 794 pazienti sono deceduti e 692 hanno avuto una recidiva cardiovascolare. Rispetto ai pazienti che hanno continuato a fumare, quelli che hanno smesso hanno mostrato un minor rischio di recidive cardiovascolari (HR 0.66, 95% CI 0.49–0.88) e di mortalità da tutte le cause (HR 0.63, 95% CI 0.48–0.82). Di conseguenza, i pazienti che hanno smesso di fumare hanno vissuto in media 5 anni di più e sono andati incontro a un secondo evento cardiovascolare 10 anni più tardi. Un miglioramento della sopravvivenza è stato osservato anche nei pazienti che avevano avuto il primo evento a un’età >70 anni. Pertanto, smettere di fumare dopo un evento cardiovascolare, indipendentemente dall’età del primo evento, riduce significativamente le recidive cardiovascolari e la mortalità. La riduzione delle recidive è più marcata di quella osservata con qualunque altro trattamento farmacologico dei fattori di rischio, per cui lo stop al fumo dovrebbe essere considerato un obiettivo fondamentale del trattamento di tutti i pazienti cardiovascolari.

Am Heart J (IF=4.023) 213:112,2019

LIVELLI ELEVATI DI LDL-COLESTEROLO E MALATTIA DI ALZHEIMER A ESORDIO PRECOCE

La malattia di Alzheimer a esordio precoce (EOAD) è una rara forma di AD che si presenta prima dei 65 anni di età, le cui basi genetiche sono ancora ampiamente sconosciute. Meno del 10% dei pazienti con EOAD presenta mutazioni note associate ad AD, quali mutazioni della proteina precursore dell’amiloide (APP) e della presenilina 1 (PSEN1) e 2 (PSEN2). È noto che elevati livelli di colesterolo in età adulta si associano a un aumento del rischio di AD a esordio senile, anche dopo aggiustamento per l’allele E4 dell’apolipoproteina E (APOE E4), gene che rappresenta un fattore di rischio sia per AD che per ipercolesterolemia LDL. Non è chiaro invece se i livelli di colesterolo influenzino anche il rischio di EOAD. Lo studio che proponiamo oggi ha analizzato 2125 soggetti arruolati nel periodo gennaio 1984 – dicembre 2015, di cui 654 pazienti con EOAD (età media 55.6±4.3 anni, vs 72.0±9.6 anni per i controlli). Dopo aggiustamento per l’allele APOE E4, i pazienti con EOAD presentavano livelli più elevati di colesterolo totale (differenza 21.9±5.2 mg/dL), colesterolo-LDL (differenza 22.0±4.5 mg/dL) e ApoB (differenza 12.0±2.4 mg/dL) rispetto ai controlli. Circa il 3% dei pazienti con EOAD era portatore di mutazioni note associate ad AD. I test finalizzati a indagare varianti genetiche più rare, condotti su 2066 campioni, hanno mostrato che varianti rare di APOB erano significativamente più frequenti nei pazienti con AD precoce rispetto ai controlli. Questi dati suggeriscono quindi un ruolo significativo del colesterolo-LDL nella patogenesi dell’EOAD e sembrano indicare una connessione diretta tra varianti genetiche del gene APOB e rischio di AD.

JAMA Neurol (IF=12.321) 76:809,2019

PERCHÉ LIMITARE IL CONSUMO DI BEVANDE ZUCCHERATE (SOFT DRINKS)?

Le bevande analcoliche, addolcite con zucchero o dolcificanti artificiali, aumentano la mortalità. È quanto emerge da un’analisi dei dati di uno studio multinazionale, l’European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition (EPIC), che ha seguito più di 400.000 adulti europei di 10 diversi Paesi per oltre 16 anni. I ricercatori hanno analizzato le abitudini alimentari di ciascun individuo, incluso il consumo di bevande analcoliche, all’inizio del periodo di osservazione. Dopo l’esclusione degli individui con patologie pregresse come tumori, cardiopatie e diabete, i ricercatori hanno valutato 451.743 soggetti (71.1% donne), età media al reclutamento di 50.8 anni. Durante il follow-up di 16.4 anni, 41.693 partecipanti sono deceduti.
La mortalità per tutte le cause è più elevata del 17% nei soggetti che bevono più di 2 bicchieri al giorno di bevande zuccherate, rispetto a coloro che bevono meno di un bicchiere al mese. In particolare aumenta del 52% la mortalità per malattie cardiovascolari e del 59% la mortalità per malattie digestive.
Questi risultati forniscono un ulteriore supporto alla limitazione del consumo di bevande zuccherate e alla loro sostituzione con altre bevande più salutari.

JAMA Intern Med (IF=20.768) 3 Sep 2019. doi: 10.1001/jamainternmed.2019.2478

IL GRASSO ADDOMINALE FA MALE ALLE DONNE IN MENOPAUSA. ANCHE QUANDO SONO MAGRE

Essere in sovrappeso, lo sapete, può aumentare significativamente la mortalità per tutte le cause, tra cui malattie cardiovascolari e alcuni tipi di cancro. La novità è che il grasso addominale (o viscerale) è pericoloso anche quando si è normopeso. Le donne in menopausa, il cui indice di massa corporea (BMI) è nel range normale, ma che hanno un eccesso di grasso addominale, hanno mostrato avere gli stessi rischi per la salute delle donne obese.
Questo ampio studio prospettico di coorte ha utilizzato i dati di 156.624 donne (età media 63.2 anni) iscritte alla Women’s Health Initiative in 40 centri clinici tra il 1993 e il 1998 per esaminare l’associazione tra peso normale con eccesso di grasso addominale e le principali cause di morte. Le donne sono state seguite fino al febbraio 2017, il che significa per 20 anni o più. Le donne sono state categorizzate in funzione del BMI (normale 18.5-24.9; sovrappeso 25.0-29.9; obesa ≥30) e della circonferenza della vita (WC: normale ≤88 cm; elevata >88 cm). 43.838 donne sono decedute durante il follow-up: 12.965 (29.6%) per cause cardiovascolari, 11.828 (27%) per cancro. Dopo aver controllato per fattori come stile di vita, istruzione, reddito, fumo e uso di ormoni, la mortalità per tutte le cause nelle donne con BMI normale e grasso addominale in eccesso (WC elevata) era maggiore del 31% rispetto alle donne con BMI e WC normali, ed era quasi uguale a quella delle donne obese, che mostravano una mortalità maggiore del 30% rispetto alle donne “normali”. Questi risultati sono in linea con ciò che già sappiamo: una circonferenza della vita elevata aumenta il rischio di sviluppare malattie metaboliche, cardiovascolari e cancro. Ciò è già stato dimostrato non solo nelle persone in sovrappeso, ma anche in uomini e donne di peso normale. Questo studio è unico in quanto è molto ampio, ha seguito le persone per molto tempo e ha osservato una popolazione specifica, le donne in post-menopausa.
Il grasso addominale più profondo, che è il grasso viscerale che si accumula attorno agli organi addominali come pancreas, fegato e intestino tenue e crasso, è un tessuto metabolico attivo e rilascia ormoni e acidi grassi liberi, che sono stati collegati a malattie cardiovascolari, diabete e ipertensione. Le persone con più grasso addominale tendono ad avere un profilo metabolico peggiore rispetto a chi ingrassa su cosce o glutei, dove il grasso è più inerte, non metabolicamente attivo.

JAMA Netw Open 2:e197337,2019

I DOLCIFICANTI

Dalla Dietista del Centro, Raffaella Bosisio

Largamente diffusi, i dolcificanti vengono comunemente classificati come naturali o di sintesi. Aggiunti agli alimenti, grazie alla loro capacità di conferire un sapore dolce, sono impiegati non solo nel settore alimentare, ma anche nelle preparazioni medicinali e dietetiche. Il potere dolcificante può definirsi come la capacità di una sostanza d’eguagliare la stessa intensità di sapore del saccarosio. Quindi una soluzione acquosa di 0.25 grammi, ad esempio, di acesulfame, produce una sapore analogo a quello di una soluzione contenente 50 grammi di saccarosio definendo cosi il potere dolcificante dell’acesulfame pari a 200. Tra i dolcificanti di sintesi, la saccarina è stato il primo scoperto casualmente da un ricercatore della Johns Hopkins University. Divenuta popolare dopo la prima guerra mondiale a causa della scarsità di zucchero, ha un potere dolcificante 300 volte superiore a quello del saccarosio. Usato meno frequentemente, il ciclammato ha un potere dolcificante di 30. Tra i dolcificanti naturali e i derivati dei polialcoli, xilitolo, sorbitolo e mannitolo sono preferiti per la loro proprietà acariogena. Lo stevioside, estratto dalla stevia rebuidiana, è un terpene. Fin dall’antichità tale pianta veniva utilizzata dalle popolazioni dell’America latina come dolcificante, oggi rimane una delle più usate.

NEI PAESI RICCHI IL CANCRO UCCIDE PIÙ DELLE MALATTIE CARDIOVASCOLARI

Le malattie cardiovascolari restano la prima causa di morte nel mondo, ma è in corso una transizione epidemiologica. Lo dimostra uno studio internazionale coordinato dal Population Health Research Institute della McMaster University in Canada, che ha coinvolto 162.534 adulti di 35-70 anni, provenienti da 21 Paesi a basso, medio e alto reddito, seguiti per un periodo medio di 9.5 anni.

È emerso che complessivamente le malattie cardiovascolari rappresentano la causa più comune di morte (40%), ma si va da un minimo del 23% nei Paesi ricchi al 41% nei Paesi a medio reddito, fino al 43% nei Paesi poveri, sebbene i fattori di rischio cardiovascolare (obesità, fumo, sedentarietà) siano più frequenti nei Paesi ricchi. I tumori rappresentano la seconda causa più frequente di morte (il 26% dei decessi), andando però da un massimo del 55% nei Paesi ricchi al 30% nei Paesi a medio reddito e al 15% in quelli poveri.
Il fatto che nei Paesi ricchi i decessi per tumore siano divenuti il doppio rispetto a quelli per malattie cardiovascolari indica una transizione nelle cause predominanti di morte. Siccome le malattie cardiovascolari si riducono in molti Paesi grazie a un’alimentazione più corretta, a una più incisiva prevenzione e alla disponibilità di terapie e interventi più efficaci, è necessario trasferire i traguardi raggiunti anche ai Paesi a medio e basso reddito.

Lancet (IF=59.102) Sep 3 2019. doi: 10.1016/S0140-6736(19)32007-0

ATTIVITÀ FISICA. PER I CARDIOPATICI PIÙ BENEFICI

L’attività fisica riduce la mortalità; ma il benefico è più evidente nelle persone con problemi cardiovascolari. Un gruppo di ricercatori coreani ha seguito per 5.9 anni 131.558 pazienti con malattie cardiovascolari e 310.240 persone sane, da quando avevano circa 60 anni. I livelli e l’intensità dell’attività fisica svolta dai partecipanti sono stati valutati in termini di equivalenti metabolici (MET-minuti a settimana) (vedi www.centrogrossipaoletti.org). È stata osservata una correlazione inversa tra attività fisica e mortalità in entrambi i gruppi. Ma la riduzione della mortalità indotta dall’esercizio è superiore in prevenzione secondaria. Infatti, nei pazienti con malattie cardiovascolari, ogni 500 MET-minuti/settimana in più comportano una riduzione del 14% della mortalità; negli individui sani la riduzione è del 7%.

Ricordiamo che le linee guida raccomandano di eseguire un’attività fisica corrispondente a 500-1000 MET-minuti a settimana.

Eur Heart J (IF=24.889) Sep 1 2019. doi: 10.1093/eurheartj/ehz564.

DONNE IN MENOPAUSA: SE IL PUNTO VITA SI ‘ALLARGA’, AUMENTA IL RISCHIO DI INFARTO

È ben noto che il peso eccessivo aumenta il rischio di patologie cardiache. L’obesità provoca disfunzione endoteliale e insulino-resistenza, facilita l’aterosclerosi coronarica e si accompagna spesso a ipertensione e diabete, altri due fattori di rischio cardiovascolari potentissimi. Recentemente è stato dimostrato che non sono solo o non tanto i chili in eccesso a rappresentare un pericolo, quanto la loro distribuzione. E il grasso viscerale, quello che contribuisce all’allargamento del punto vita, è il più pericoloso ai fini del rischio di infarto.
Tra le tante alterazioni che accompagnano la menopausa c’è purtroppo anche l’allargamento della circonferenza vita, che si va a sommare alla perdita dell’ombrello protettivo degli estrogeni contro le malattie cardiovascolari. Fino alla menopausa l’incidenza di patologie cardiovascolari nelle donne è inferiore a quella degli uomini; in età post-menopausale le donne pareggiano i conti con gli uomini e addirittura superano le controparti maschili.
Lo studio KoROSE (KoRean wOmen’S chest pain rEgistry) è stato condotto su 659 donne coreane di età superiore ai 55 anni e sottoposte ad angiografia coronarica per sospetta coronaropatia. 311 di esse aveva in effetti una coronaropatia ostruttiva (CO, stenosi coronarica ≥50%). La presenza di CO è risultata significativamente maggiore tra le donne con una obesità di tipo centrale, definita da una circonferenza vita ≥85 cm, rispetto alle donne con circonferenza vita normale (55% vs 41%). Al contrario, non è stata riscontrata alcuna differenza nell’indice di massa corporea (BMI) tra donne con o senza CO.
I risultati di questo studio sono consistenti con quanto già sappiamo degli effetti deleteri dell’obesità centrale. Non tutto il grasso è uguale e l’obesità centrale è particolarmente pericolosa perché si associa a un aumentato rischio di patologie cardiache. Individuare le donne con un eccesso di grasso addominale, anche in presenza di un BMI normale, è molto importante per invitarle a implementare gli interventi su uno stile di vita salutare.

Menopause (IF=2.942) 2019 Aug 26. doi: 10.1097/GME.0000000000001392.

IL SORBETTO

Dalla Dietista del Centro, Raffaella Bosisio

Dolce fresco da consumare al cucchiaio, il sorbetto è un composto di acqua, zucchero e frutta. Di consistenza semidensa e cremosa si ottiene mediante congelamento parziale di succo e polpa di frutta. La sua nascita è antichissima: i primi sorbetti vennero confezionati dalle popolazioni dell’Asia Minore, raffreddando la frutta con la neve dei monti. In epoca moderna Buontalenti e Ruggieri, due pasticceri fiorentini, per lungo tempo si disputarono la paternità del sorbetto. Ma fu, sempre grazie ad un altro Italiano, Procopio, gestore dell’omonimo caffè parigino, che il sorbetto raggiunse grande fama in tutta Europa. Attualmente la normativa dell’Unione Europea stabilisce che il sorbetto di frutta, per poter essere denominato tale, debba contenere almeno il 25% di frutta, ad eccezione di quelli prodotti con i frutti acidi (limone e ribes nero), che possono raggiungere il 15%. In Italia esistono sorbetti molto caratteristici: in Veneto si usa a fine pasto lo sgroppino, un sorbetto di limone con l’aggiunta di prosecco, nel Lazio la cremolada, un incrocio tra granita e sorbetto che viene servita con ciuffi di panna.