CONTARE I PASSI MANTIENE IN SALUTE

Le persone che contano i passi quotidianamente sono più attive e hanno meno probabilità di sviluppare problemi di salute che conducono a eventi come attacchi cardiaci o fratture. I ricercatori della St George’s University di Londra hanno reclutato 1.297 individui (età 45-75 anni), la metà dei quali era stata assegnata a rilevare il numero di passi con un contapassi per un periodo di 12 settimane. Tre-quattro anni dopo, i partecipanti che avevano utilizzato i contapassi avevano meno di probabilità di riportare una frattura (-44%) e di avere un grave evento cardiovascolare come un attacco cardiaco o un ictus (-66%).
I contapassi possono essere utili per monitorare l’attività fisica perché forniscono dati oggettivi sull’attività svolta e possono essere usati per creare obiettivi realistici per aumentare gradualmente la camminata.

PLoS Med (IF=11.408) 16:e1002836,2019

PAPAYA: LA RICETTA

Dalla Dietista del Centro, Raffaella Bosisio

Di consistenza delicata, il sapore della papaya si può definire una via di mezzo tra l’albicocca e il melone. Succoso e rinfrescante, se colto acerbo questo frutto raggiunge lentamente la maturazione favorendo una conservazione più lunga. Usata per marmellate e frullati la papaya in sud America è consumata anche in piatti salati. La zuppa di pollo e papaya prevede come ingredienti per quattro persone: 350 gr. di papaya matura, 250 gr. di carne di pollo, 1 cipolla, un pizzico di zenzero, qualche foglia di menta,30 g. di olio extravergine, sale e pepe q.b. In una padella cuocere il pollo tagliato a dadini, condito con sale e pepe. In un’altra casseruola far soffriggere la cipolla con l’olio ed aggiungere la papaya tagliata a cubetti, lo zenzero e la menta. Aggiustare di sale e coprire con l’acqua portando a cottura per circa 30 minuti a fuoco basso. Unire il pollo e servire la zuppa fredda in coppette.

Per porzione. Kcal. 164.75; Proteine 14.51 g; Lipidi 8.16 g (saturi 1.39 g, monoinsaturi 5.86 g, polinsaturi 0.79 g); Carboidrati 8.84 g; Fibra 2.23 g.

LE CORONAROPATIE POSSONO ACCELERARE IL DETERIORAMENTO COGNITIVO

Gli adulti con coronaropatie sono più inclini al deterioramento cognitivo rispetto ai loro coetanei che non soffrono di queste patologie. Per circa 12 anni, ricercatori cinesi e inglesi hanno seguito 7.888 adulti (58.7% donne) reclutati nell’ambito dell’English Longitudinal Study of Ageing. Al reclutamento avevano in media 62 anni e nessuno aveva avuto ictus, coronaropatie o demenza. Durante lo studio, 480 individui, il 5,6% dei partecipanti, hanno sviluppato una coronaropatia (254 infarto miocardico, 286 angina). Prima di questi eventi i pazienti con coronaropatia hanno mostrato un deterioramento cognitivo simile a quello dei soggetti che non hanno avuto una coronaropatia. Invece, i test effettuati negli anni successivi alla diagnosi di infarto miocardico o angina hanno evidenziato un deterioramento cognitivo più rapido rispetto alle loro controparti, con peggioramento di memoria, fluidità delle parole e orientamento temporale. Pertanto, i pazienti che hanno avuto un evento cardiovascolare dovrebbero essere monitorati nel tempo per le loro funzioni cognitive.

J Am Coll Cardiol (IF=18.639) 73:3041,2019

BASTANO DUE ORE A SETTIMANA NELLA NATURA PER VIVERE MEGLIO

Stare a contatto con la natura per almeno 2 ore a settimana migliora la salute psico-fisica. A certificare la validità di questo concetto è un ampio studio britannico condotto dai ricercatori dell’European Centre for Environment and Human Health all’University of Exeter Medical School. Hanno analizzato 19.800 risposte fornite nel biennio 2014-2016 a un’indagine del governo britannico che valutava il “coinvolgimento nell’ambiente naturale” di un campione di residenti in Inghilterra, rappresentativo dell’intera nazione. Ai partecipanti sono state poste domande sul rapporto con la natura (visite a parchi, aree naturali, spiagge, terreni coltivati, colline e fiumi) e quesiti sulla salute e il benessere generale.
Le persone che avevano passato almeno due ore nella natura la settimana precedente la rilevazione presentavano una maggior probabilità di riferire un grande benessere (+23%) e di essere in buona salute (+59%), rispetto a quelle che non avevano avuto contatti con la natura. L’effetto positivo aumentava con l’aumentare del tempo trascorso nella natura, raggiungendo il picco con tre ore a settimana per la salute e cinque ore a settimana per la sensazione di benessere.

Sci Rep (IF=4.011) 9:7730,2019

IL CONSUMO DI CARNI ROSSE, PEGGIO SE PROCESSATE, ACCORCIA LA VITA

È noto che il consumo di carni rosse si associa a un aumentato rischio di diabete di tipo 2, di malattie cardiovascolari, di alcune forme di tumore (come il cancro del colon retto) e a una ridotta aspettativa di vita. Il rischio aumenta ulteriormente se si consumano carni rosse processate (es. salumi, hot dog, salsicce). Alcuni studi hanno associato il consumo di carni processate anche a un aumentato rischio di broncopatia cronica ostruttiva (BPCO), scompenso cardiaco, ipertensione e malattie neurodegenerative. Associazioni evidenziate da studi osservazionali, con tutti i limiti di questa tipologia di studi, ma che hanno tuttavia una plausibilità biologica, visto che le carni rosse e processate sono ricche di grassi pro-aterosclerotici (i grassi saturi), cancerogeni potenziali (es. idrocarburi aromatici policiclici e ammine eterocicliche), sodio e conservanti.
Per confermare l’esistenza di un’associazione tra variazioni nel consumo di carni rosse e mortalità nei due sessi, un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Nutrizione della Harvard School of Public Health (Boston, Usa) ha esaminato i dati relativi a due grandi studi prospettici: la coorte di 53.553 donne del Nurses’ Health Study e quella di 27.916 uomini dell’Health Professionals Follow-up Study. Endpoint principale dello studio era la mortalità.
Durante il follow-up di 1,2 milioni di anni-persona, sono stati registrati 14.019 decessi; 8.426 nel Nurses’ Health Study, 5.593 nell’Health Professionals Follow-up Study. Un aumento nel consumo di carni rosse rilevato nel corso di 8 anni è risultato associato a un più elevato rischio di mortalità nei successivi 8 anni, tanto negli uomini che nelle donne.
Un aumentato consumo di almeno mezza porzione di carni rosse al giorno è risultato associato ad un rischio di mortalità maggiorato del 10% (per le carni processate +13%, per le carni rosse non processate +9%). Una riduzione del consumo di carni rosse, processate e non, pari ad almeno mezza porzione al giorno, non ha prodotto per contro una riduzione del rischio di mortalità. Ma una riduzione del consumo di carni rosse, compensata da un contemporaneo aumento di frutta a guscio, pesce, pollo, latticini, uova, cereali integrali o vegetali, era associata a una riduzione del rischio di morte.
“Questi risultati – commentano gli autori dello studio – suggeriscono dunque che un cambiamento delle fonti di proteine alimentari e un aumentato consumo di cibi di origine vegetale può aumentare la longevità”.

Brit Med J (IF=27.604) 365:l2110,2019

LA PAPAYA

Dalla Dietista del Centro, Raffaella Bosisio

Diffusa in tutte le regioni tropicali e subtropicali, la papaya è un piccolo albero simile alla palma. Il frutto ha l’aspetto di una grossa bacca arrotondata e può arrivare a pesare anche 10 chili. All’esterno si presenta di colore verde-giallo, mentre l’interno è di un colore arancione brillante con numerosi semi neri ricoperti di mucillagine. Nella medicina popolare la papaya viene suggerita per contrastare i disturbi digestivi; questo frutto infatti contiene diverse proteasi, come da papaina, chimopapaina e papaina A e B. È noto che tali composti risultano particolarmente efficaci come adiuvanti nella digestione proteica e nell’insufficienza pancreatica. La loro analogia con la pepsina umana gli ha attribuito il soprannome di “pepsina vegetale” e non a caso questa proprietà viene sfruttata nei prodotti impiegati per detergere le lenti a contatto dai depositi proteici. A differenza della pepsina umana, che ha bisogno di un attivatore (acido cloridrico), queste proteasi si attivano in ambiente neutro o basico. In commercio esistono molti integratori a base di papaya fermentata, a cui vengono attribuite molte proprietà antiossidanti. Di certo la composizione è interessante: caroteni, vitamina A e selenio sono agenti antiossidanti. Buono è pure il contenuto di fibra con un valore calorico modesto (30K calorie per 100 grammi).

CAMMINARE, ANCHE POCO, RIDUCE LA MORTALITÀ NELLE DONNE ANZIANE

A tutti voi è noto che camminare riduce morbidità e mortalità. Gli esperti delle Organizzazioni Internazionali pongono l’asticella dell’elisir di lunga vita a quota 10 mila passi al giorno. Che sono veramente tanti per alcuni (gli inattivi non fanno più di 2.000 passi al giorno), e una passeggiata per altri.
Ricercatori del Brigham and Women’s Hospital di Boston e Harvard Medical School hanno analizzato i livelli di attività fisica di 16741 donne di età media pari a 72 anni, e hanno poi registrato i decessi nei successivi 4.3 anni. Alle partecipati è stato chiesto di indossare un accelerometro durante le ore diurne, per 7 giorni, con il quale venivano rilevati il numero di passi giornalieri e la velocità della camminata (passi/minuto). Le donne che hanno partecipato allo studio facevano in media 5499 passi al giorno.
Nel corso del follow-up 504 donne sono decedute. Le donne che fanno circa 4.400 passi al giorno presentano una mortalità ridotta del 41% rispetto a coloro che si fermano a 2.700 passi al giorno. Aumentando il numero di passi giornalieri, la mortalità continua a diminuire fino ai 7.500 passi al giorno; oltre tale livello non si riscontrano ulteriori riduzioni della mortalità. L’intensità della camminata invece si associa a una riduzione della mortalità.
“Il consiglio di camminare 10 mila passi al giorno può scoraggiare, commentano gli autori. Il nostro studio dimostra che anche un modesto aumento nel numero di passi giornalieri si associa a una riduzione significativa della mortalità nelle donne anziane, a sostenere con forza il messaggio: camminare di più, anche un po’ di più, fa la differenza”.

JAMA Intern Med (IF=20.768) 2019 May 29. doi: 10.1001/jamainternmed.2019.0899.

PRE-DIABETE. NON È MAI TROPPO TARDI PER UNA GLICEMIA NORMALE

Nel 2017 il numero di soggetti con pre-diabete nel mondo veniva stimato intorno ai 352 milioni (7.3% della popolazione totale); un numero che le proiezioni per il 2045 danno in drastica crescita, fino a 587 milioni, pari all’8.3% della popolazione. Il pre-diabete rappresenta una condizione ad alto rischio per lo sviluppo di diabete; ogni anno, il 5-10% dei soggetti con pre-diabete progredisce infatti a una condizione di diabete conclamato e secondo l’American Diabetes Association, il 70% dei soggetti con pre-diabete è destinato a sviluppare il diabete. Ma è anche possibile tornare indietro a una condizione di normoglicemia e ci sono studi che dimostrano che ogni anno, il 3% dei soggetti con pre-diabete, nella fascia d’età tra i 25 e i 52 anni, torna a una condizione di normalità. Ma come evolve il pre-diabete in un 60enne?
Se lo sono chiesto gli autori di uno studio condotto al prestigioso Karolinska Institute di Stoccolma, che hanno seguito per 12 anni una popolazione di 2575 individui non diabetici ultra-60enni. I partecipanti sono stati arruolati nell’ambito dello Swedish National Study on Aging and Care-Kungsholmen. L’attenzione dei ricercatori si è concentrata sui 918 soggetti che all’arruolamento erano pre-diabetici (emoglobina glicata ≥5.7%). Nel 22% di essi la glicemia è tornata normale, ovvero il pre-diabete è regredito; nel 13% il pre-diabete è progredito a diabete conclamato (glicata ≥6.5%) e il 23% è deceduto. Chi presentava all’arruolamento una bassa pressione sistolica, non aveva problemi di cuore e riusciva a perdere peso aveva maggiori probabilità di tornare a una condizione di normoglicemia. Al contrario, l’obesità accelerava inesorabilmente il passaggio da pre-diabete a diabete.

È il primo studio ad aver descritto la storia naturale del pre-diabete in una popolazione anziana. I risultati della ricerca suggeriscono che anche le persone anziane possono tornare a una condizione di normoglicemia grazie alla perdita di peso e a un buon controllo della pressione arteriosa.

J Intern Med (IF=6.051) 286:326,2019

I PINOLI

Dalla Dietista del Centro, Raffaella Bosisio

I pinoli sono semi oleosi commestibili prodotti dal Pinus Pinea o pino comune, albero a larga diffusione nell’area mediterranea, spesso presente anche nei parchi e nei viali cittadini. La pigna viene comunemente considerata il frutto dei pini: in realtà è lo strobilo, lo pseudo frutto che funge da protezione ai piccoli semi definiti mandorle. Le pigne giungono a maturazione nel periodo di circa tre anni e in autunno cadono dall’albero per poi essere raccolte e ammucchiate fino a primavera quando, una volta essiccate, aprono le squame ed espongono i pinoli. Questi sono ancora racchiusi dal guscio legnoso e devono essere liberati, lavati, essiccati prima di essere messi in commercio. Tutti questi procedimenti aumentano i costi di produzione facendo salire il prezzo dei pinoli. Da 100 chili di pigne si ottengono circa 25 kg di pinoli con guscio e alla fine della lavorazione rimangono dai 6 agli 8 chili di prodotto per l’immissione sul mercato. Molto energetici, i pinoli contengono una elevata percentuale di lipidi (50%). Questi grassi sono insaturi e costituiti in maggior parte dall’acido linoleico (omega 6). Hanno un buon contenuto proteico e tra tutti gli amminoacidi spicca l’arginina, precursore dell’ossido nitrico noto per le sue proprietà dilatatorie sul sistema vascolare. Il buon contenuto di tocoferoli (vitamina E) caratterizza i pinoli come antiossidanti. E’ bene valutare l’elevato contenuto calorico, 600 Kcal per ogni 100 grammi, e quindi considerare sufficiente una porzione di circa 20 grammi/die.

MALATTIE CARDIACHE. RISCHI PIÙ ALTI PER I BAMBINI PREMATURI

I bambini che nascono troppo presto potrebbero avere maggiori probabilità di sviluppare malattie cardiache da adulti rispetto ai neonati a termine. In uno studio condotto dalla Icahn School of Medicina at Monte Sinai di New York, gli adulti che sono nati prima della 37a settimana di gestazione hanno fatto registrare il 53% di probabilità in più di sviluppare malattie cardiache rispetto alle persone nate a termine.
La gravidanza dura normalmente circa 40 settimane e i bambini nati dopo 37 settimane di gestazione sono considerati a termine. I bambini nati prematuramente – prima della 37a settimana – hanno spesso difficoltà a respirare e digerire il cibo nelle settimane successive alla nascita, e possono avere problemi a lungo termine come alterazioni della vista, compromissione delle capacità uditive e cognitive, problemi sociali e comportamentali.
Il parto pretermine è stato anche associato a un aumento del rischio di ipertensione e diabete a distanza di decenni. Ma la ricerca fino ad oggi non aveva collegato in modo definitivo un parto precoce a un aumentato rischio di cardiopatia ischemica.
I ricercatori hanno esaminato i dati di oltre 2.1 milioni di bambini nati in Svezia tra il 1973 e il 1994, seguendoli fino al 2015 e valutando l’incidenza di malattie cardiache. Durante il follow-up, 1.921 adulti hanno sviluppato una malattia cardiaca in età compresa tra 30 e 43 anni. Il rischio di sviluppare la malattia era significativamente maggiore nei nati prematuri (HR=1.53, CI 95% 1.20-1.94) rispetto ai nati a termine (HR=1.19, CI 95% 1.01-1.40). Il rischio era particolarmente elevato nelle donne premature (HR=1.93, CI 95% 1.28-2.90) rispetto agli uomini prematuri (HR=1.37, CI 95% 1.01-1.84).
“La nascita pretermine interrompe lo sviluppo del sistema cardiovascolare e di altri organi, portando alla formazione di strutture o funzioni anormali dei vasi sanguigni e ad altri disturbi, come il diabete, che a loro volta possono portare a malattie cardiache”, osservano glu Autori; “i nostri risultati non sono spiegati da fattori materni che potrebbero contribuire alla nascita pretermine e alla futura cardiopatia, come obesità, ipertensione, diabete e fumo. Inoltre, gli adulti nati pretermine hanno un rischio di cardiopatia maggiore dei fratelli nati a termine, il che suggerisce che i risultati non sono spiegati da altri fattori di rischio condivisi all’interno delle famiglie, ma sono più probabilmente legati agli effetti diretti della nascita pretermine”.

JAMA Pediatr (IF=12.004) 2019 Jun 3. doi: 10.1001/jamapediatrics.2019.1327