IL CEDRO

Dalla Dietista del Centro, Raffaella Bosisio

Plinio il vecchio definì il cedro ”la mela assira”: infatti il frutto fu importato in Europa dal Medio Oriente. Si diffuse rapidamente in tutto il bacino del Mediterraneo grazie agli Ebrei che tuttora lo consumano nelle festività dei tabernacoli in agosto. In Italia esiste una rinomata coltivazione in Calabria, chiamata la “riviera dei cedri” in provincia di Cosenza, dove viene coltivata la varietà liscio di Diamante. Il cedro è un agrume appartenente alla famiglia delle Rutacee e si presenta come un grande arbusto capace di raggiungere anche i 4 metri di altezza. Il frutto ha una buccia molto spessa, aromatica, con all’interno una scorza bianca che costituisce il 70% del peso totale. La polpa, succosa e dal gusto amaro, viene utilizzata per la preparazione di bibite o marmellate. La parte pregiata del frutto è la scorza, ricca di olio essenziale assai utilizzato nell’industria cosmetica per la preparazione di saponi e profumi. Tra tutte le  varietà, si preferisce la  cedrina in quanto più ricca di essenza. Il cedro presenta un buon contenuto di vitamina C e di antiossidanti. Povero di calorie (solo 32 kcal per 100 grammi) è indicato anche nelle diete per diabetici, come dimostrato da uno studio svolto dalla facoltà di scienze farmacologiche dellUniversità della Calabria.

I PAZIENTI CON ARTERIOPATIA OBLITERANTE DEGLI ARTI INFERIORI E DIABETE SONO AD ALTO RISCHIO DI EVENTI ISCHEMICI CARDIOVASCOLARI E DEGLI ARTI

Queste sono le conclusioni a cui sono giunti i ricercatori dell’Università del Colorado, USA, che hanno valutare il rischio di sviluppare eventi cardiovascolari e degli arti nei pazienti con arteriopatia periferica (PAD) e diabete rispetto a quelli con sola PAD. Nell’ambito dello studio EUCLID (Examining Use of Ticagrelor in Peripheral Artery Disease), 13.885 pazienti con PAD sintomatica sono stati seguiti per una media di 30 mesi, con un endpoint primario costituito da un evento cardiovascolare maggiore (MACE) (morte cardiovascolare, infarto miocardico, ictus ischemico). 5.345 pazienti (38.5%) erano diabetici; la maggioranza (n = 5.134 [96,1%]) presentava diabete di tipo 2.
L’endpoint primario si è verificato nel 15.9% dei pazienti con PAD e diabete rispetto al 10.4% di quelli senza diabete (differenza assoluta di rischio 5.5%, HR: 1.56, 95% CI: 1.41-1.72; p <0,001). Ogni aumento dell’1% di HbA1c era associato a un aumento del 14.2% del rischio relativo per MACE (IC 95%: 1.09-1.20; p <0,0001).

J Am Coll Cardiol (IF=16.834) 72:3274,2018

UN ITALIANO DI 75 ANNI NE DIMOSTRA BIOLOGICAMENTE 65

A 65 anni ci si può sentire come un cinquantenne o come un ottuagenario. Il fenomeno è sotto gli occhi di tutti ed è dettato da una combinazione di d geni ereditati, stile di vita e contesto ambientale. La differenza tra età anagrafica ed età biologica è stata oggetto di uno studio condotto in varie nazioni del mondo. Utilizzando i dati del “Global Burden of Diseases, Injuries, and Risk Factors Study” (2017), i ricercatori hanno calcolato per ogni nazione un indice (DALYs, Disability Adjusted Life Years), che riflette l’insieme di morbilità e mortalità correlate all’età, derivanti da 92 patologie. Tanto maggiore è il DALYs, tanto peggiore è lo stato di salute, tanto maggiore è l’età biologica. Le patologie correlate all’età che maggiormente contribuiscono all’accumulo di DALYs sono cardiopatia ischemica, emorragia cerebrale e broncopneumopatia cronico-ostruttiva (BPCO).
La bandiera nera della ‘classifica’ stilata dai ricercatori americani va alla Papua Nuova Guinea, con il peggiore stato di salute correlato all’età e oltre 506.6 DALYs/1000 adulti, quasi cinque volte quelli totalizzati dalla Svizzera, con 104.9 DALYs/1000 adulti. Nella parte centrale della classifica gli USA (53° posto) con 161.5 DALYs/1000 adulti, che si collocano così tra Algeria (52° posto, 161.7 DALYs/1000 adulti) e Iran (54° posto, 164.8 DALYs/1000 adulti). L’Italia conquista un rilevante 5° posto, con 115.2 DALYs/1000 adulti. Questi valori di DALYs si traducono in un gap di trent’anni tra le nazioni con minore e maggiore ‘età biologica’: le condizioni di salute tipiche di un 65enne (assunte come riferimento) si raggiungono a 76.1 anni in Svizzera, ma solo a 45.6 anni in Papua Nuova Guinea; un nostro connazionale mostra l’età biologica di un 65enne a quasi 75 anni (74.8).
L’aumento dell’aspettativa di vita può rappresentare sia un’opportunità, che una minaccia per il welfare  delle popolazioni, a seconda dei problemi di salute correlati all’età che le persone sviluppano, indipendentemente dall’età anagrafica. Le patologie correlate all’età possono portare infatti al pensionamento anticipato, a una contrazione della forza lavoro e a un  aumento della spesa sanitaria. Le autorità governativa e gli altri stakeholder implicati nei sistemi sanitari devono sapere a quale età le persone cominciano a risentire degli effetti negativi dell’invecchiamento.

La top ten delle Nazioni i cui abitanti dimostrano un’età biologica di 65 anni a un’età anagrafica più avanzata. 1. Svizzera: 76.1 anni; 2. Giappone: 76.1 anni; 3. Francia: 76.0 anni; 4. Singapore: 76.0 anni; 5. Kuwait: 75.3 anni; 6. Corea del Sud: 75.1 anni; 7. Spagna: 75.1 anni; 8. Italia: 74.8 anni; 9. Porto Rico: 74.6 anni; 10. Perù: 74.3 anni.
La top ten delle Nazioni i cui abitanti dimostrano un’età biologica di 65 anni a un’età anagrafica minore. 1. Papua New Guinea: 45.6 anni; 2. Isole Marshall: 51.0 anni; 3. Afghanistan: 51.6 anni; 4. Vanuatu: 52.2 anni; 5. Isole Solomon: 53.4 anni; Repubblica Centrafricana: 53.6 anni; 7. Lesotho: 53.6 anni; 8. Kiribati: 54.2 anni; 9. Guinea-Bissau: 54.5 anni; 10. Stati Federati della Micronesia: 55.0 anni.

Lancet Public Health 4:e159,2019

L’IDROMELE

Dalla Dietista del Centro, Raffaella Bosisio

Antichissima bevanda, l’idromele è un composto fermentato ottenuto da acqua (idro) e miele (meli). Le prime notizie provengono addirittura dalle civiltà precolombiane dove i Maya chiamavano l’infuso balche, dalla radice dell’albero con cui aromatizzavano la bevanda, che veniva riservata solo ai sacerdoti per officiare rituali religiosi. Nel nostro mondo la diffusione dell’idromele si ebbe principalmente nell’Europa del nord fra i popoli celtici. Inizialmente furono i Druidi ad utilizzarla per le feste religiose ma ben presto divenne bevanda per tuttala popolazione. Mantenne però nel tempo una valenza propiziatoria in riferimento allo scandire delle stagioni. Sembra che la nostra espressione “luna di miele” nasca dall’usanza di portare alla sposa un quantitativo adeguato (28 giorni) di idromele come auspicio di abbondanza e fertilità. Al giorno d’oggi la produzione avviene solo a livello  artigianale. La qualità del prodotto è data dalle caratteristiche del miele usato oltre, ovviamente, alla perizia del produttore, che deve monitorare costantemente la bevanda. Infatti dopo una prima fermentazione dovuta ai lieviti naturali del miele, se ne compie, nel tempo, una seconda, meno aggressiva, ma che determina le caratteristiche finali. Al gusto si deve avvertire un aroma di “pan brioche” ed i più esperti riescono a riconoscere la qualità del miele con cui si è prodotto il mosto.

TUMORE DEL FEGATO. QUANTO CONTA QUELLO CHE MANGIAMO?

Cereali integrali e fibre possono ridurre il rischio di tumore del fegato? È questa la domanda alla quale ha cercato di rispondere uno studio osservazionale americano dopo aver seguito le abitudini alimentari di oltre 125mila individui per 24 anni. I ricercatori hanno analizzato caratteristiche (BMI, diabete di tipo 2) e stili di vita (attività fisica, abitudine al fumo, assunzione di alcool) di oltre 77 mila donne e 48 mila uomini di età media pari a 63 anni. E hanno focalizzato la loro attenzione in particolare sull’assunzione di alcuni alimenti come cereali, crusca, frutta e verdura, effettuando lungo tutta la durata della ricerca dei controlli ogni quattro anni. Nel corso del follow-up sono stati riscontrati 141 casi (70 donne e 71 uomini) di carcinoma epatocellulare, la forma più comune di tumore del fegato. Un maggior apporto alimentare di cereali integrali è associato a un minor rischio di sviluppare questo tipo di tumore (HR, 0.63; 95% CI, 0.41-0.96; P = .04); non è stata invece riscontrata un’associazione significativa tra assunzione di frutta e verdura e rischio di epatocarcinoma. L’assunzione di cereali integrali e fibre è stata già associata a un ridotto rischio di tumore al colon, verosimilmente perché il consumo di fibre determina una maggiore velocità del transito intestinale e quindi un minor contatto delle eventuali sostanze cancerogene presenti nei cibi con l’intestino.
Nel caso dell’epatocarcinoma, lo stile di vita alimentare non deve essere sottovalutato perché fattori come l’obesità, ma anche il sovrappeso e il colesterolo alto possono aumentare il rischio di accumulo di grasso nel fegato, con conseguente steatosi epatica e in alcuni casi steatoepatite, la forma più grave e uno dei principali fattori di rischio dell’epatocarcinoma. Mentre un paziente affetto da epatite è riconosciuto formalmente come paziente a rischio di carcinoma del fegato ed è quindi soggetto a una sorveglianza periodica dell’organo, molti pazienti obesi o diabetici sfuggono a questi controlli e la diagnosi del tumore al fegato avviene più tardivamente.

JAMA Oncol (IF=20.871) February 21, 2019. doi:10.1001/jamaoncol.2018.7159

DISTURBI DEL SONNO E SALUTE CARDIOVASCOLARE

I disturbi respiratori durante il sonno sono stati associati a una peggiore salute cardiovascolare. Sebbene sia nota la relazione tra sonno e malattie/fattori di rischio cardiovascolari, quali fossero le caratteristiche del sonno associate con la salute cardiovascolare rimaneva ignoto. Per chiarie l’argomento, gli autori di uno studio appena pubblicato su Journal of the American Heart Association hanno esaminato 1.826 individui, studiandone le caratteristiche del sonno mediante questionari e polisonnografia, nonché lo stato di salute cardiovascolare in maniera multiparametrica secondo le linee guida dell’American Heart Association. Regressioni logistiche multiple hanno evidenziato forti associazioni dose-risposta tra le variabili connesse alla saturazione di ossigeno (indice di desaturazione dell’ossigeno; saturazione media di ossigeno; percentuale del tempo totale di sonno trascorso con una saturazione di ossigeno inferiore al 90%) e all’apnea ostruttiva notturna (categorie di gravità; indice di apnea/ipopnea) con la salute cardiovascolare globale, comportamentale e biologica. La saturazione media di ossigeno ha mostrato la più forte associazione positiva, mentre l’indice di desaturazione dell’ossigeno la più forte associazione negativa, con la salute cardiovascolare globale (RRR, relative risk ratio: 1.31-1.78 nel primo caso, 0.45-0.71 nel secondo). Non altrettanto decisivo l’impatto dell’architettura del sonno e della frammentazione del sonno sulla salute cardiovascolare. Gli autori concludono affermando che i disturbi respiratori durante il sonno e la relativa (de)saturazione di ossigeno sono più importanti per una buona salute cardiovascolare rispetto all’architettura del sonno o alla relativa frammentazione. È importante che i  medici riconoscano i disturbi del sonno per accelerarne la diagnosi e il trattamento, poiché intervenire sull’apnea ostruttiva notturna potrebbe migliorare la salute cardiovascolare.

J Am Heart Assoc (IF=4.450) 8:e011372, 2019

LA SALSAPARIGLIA

Dalla Dietista del Centro, Raffaella Bosisio

Che sia il cibo preferito dei Puffi è arcinoto a tutti i bambini, ma che sia a tutti gli effetti una pianta arbustiva molto diffusa nei paesi mediterranei è assai meno risaputo. La salsapariglia appartiene alla famiglia della Liliaceae e deve il suo nome alla schiuma saponosa (salsa) che produce strofinandone le foglie, che ricorda la schiuma dei cavalli (pariglia). In Sardegna viene chiamata straccabraghe per via delle spine presenti su tutto il  corpo della pianta. La parte edibile è rappresentata dai teneri germogli primaverili che vengono cucinati come gli asparagi selvatici di cui ricordano il sapore. È un vegetale di particolare importanza in fitoterapia dove fin dall’antichità viene utilizzato come depurante. In centro America le popolazioni native facevano largo uso delle radici della salsapariglia come antinfiammatorio e antimicotico. In questa pianta sono presenti saponine steroidee, steroli vegetali e antiossidanti tra cui l’astilbina. È un diaforetico naturale, favorisce cioè la sudorazione e tuttora viene impiegato come depurativo, diuretico ed espettorante. Si utilizzano le radici essiccate (20 grammi) che vengono fatte bollire in acqua (circa 2 litri) fino ad ottenere un decotto da bere come tonico o depurativo.

IL COLESTEROLO ALIMENTARE AUMENTA IL RISCHIO DI INFARTO, ICTUS E MORTALITÀ

Le uova strapazzate con la fettina di bacon tutte le mattine a colazione non sono una buona abitudine; come non lo è il pane imburrato o il toast con affettati e formaggio.
Ricercatori americani hanno indagato l’impatto del colesterolo alimentare sull’incidenza di malattie cardiovascolari e di mortalità per tutte le cause. Dall’apparenza un po’ ‘vintage’, questo studio offre al contrario una puntualizzazione molto importante perché una dieta povera di colesterolo, inserita in un corretto stile di vita, ha la sua importanza nell’ambito della prevenzione.
Lo studio ha interessato circa 30 mila adulti americani (età media 51.6 anni, 44% maschi, 31.1% di colore), afferenti a 6 studi di coorte prospettici. Nel corso di un follow up mediano di 17.5 anni, si sono verificati 5.400 nuovi eventi cardiovascolari (2.088 casi di ischemia miocardica fatale e non fatale, 1.302 casi di ictus fatali e non fatali, 1.897 casi di scompenso cardiaco fatale e non fatale) oltre a 113 altri casi di morte per cause cardiovascolari e 6.123 decessi per tutte le cause.
Per ogni 300 mg di colesterolo alimentare consumati ogni giorno, il rischio di malattie cardiovascolari è aumentato del 17% e quello di mortalità per tutte le cause del 18%. Un mezzo uovo al giorno (circa 100 mg di colesterolo) in più è risultato associato in maniera significativa a un maggior rischio di malattie cardiovascolari e di mortalità per tutte le cause. L’associazione tra consumo alimentare di colesterolo e comparsa di malattie cardiovascolari è risultata più importante tra i partecipanti con indice di massa corporea inferiore a 25 (rischio +25% per 300 mg/die di colesterolo) che rispetto ai partecipanti in sovrappeso (rischio +5%) o agli obesi (rischio + 14%). L’associazione tra colesterolo alimentare e mortalità per tutte le cause è risultata più forte tra le femmine (rischio +28%) che tra i maschi (rischio +14%).

JAMA (IF=47.661) 321:1081,2019

L’ASPARAGO DI BASSANO

Dalla Dietista del Centro, Raffaella Bosisio

Fu Linneo a classificare per primo l’asparago come “Aspearagus officinalis” per evidenziare le proprietà medicamentose di questo ortaggio. Se ne conoscono diverse qualità, che si differenziano per dimensioni, colore e gusto. Uno dei più prelibati è l’asparago bianco di Bassano: viene coltivato in una zona ben circoscritta nella provincia di Vicenza che raggruppa soltanto dieci comuni. Solo questa zona gode del microclima particolare capace di produrre, se pure in quantità limitata (non rispondendo alla grande richiesta del mercato) un prodotto di ottima qualità certificata dal marchio DOP. Il consorzio che raggruppa tutti i produttori stabilisce le caratteristiche che questo ortaggio, per potersi fregiare del marchio DOP deve avere: il turione (la parte edibile dell’asparago) di una lunghezza tra i 18-22 cm, con un diametro centrale di 11 mm con apice serrato. La raccolta avviene ad aprile e deve essere consumato entro pochi giorni perché facilmente deteriorabile. Il sapore dell’asparago bianco è particolare, dolce-amaro risultando piacevolmente croccante al palato. Ha un apporto calorico molto basso (24 Kcal per 100 grammi) ed è ricco di vitamine e di fibra.

BYPASS GASTRICO E REMISSIONE DEL DIABETE

Secondo uno studio danese, tre quarti dei pazienti diabetici obesi sottoposti a bypass gastrico Roux-en-Y (Rygb) mostrano una remissione del diabete entro un anno dall’intervento. I ricercatori hanno esaminato i dati relativi a 1.111 pazienti con diabete di tipo 2 sottoposti a intervento Rygb tra il 2006 e il 2015. A sei mesi dall’intervento, il 65% dei pazienti era guarito dal diabete; la percentuale è salita al 74% nei successivi sei mesi ed è rimasta invariata per il resto del periodo di studio. I pazienti avevano più probabilità di eliminare il diabete con l’intervento chirurgico quando erano più giovani, convivevano da meno tempo con il diabete e avevano una forma di malattia meno grave; gli uomini hanno ottenuto risultati migliori delle donne. Rispetto ai 1.074 pazienti obesi con diabete di tipo 2 non trattati chirurgicamente, quelli che si sono sottoposti all’intervento hanno avuto meno probabilità di sviluppare complicanze microvascolari, come malattie ai reni o agli occhi. Con la chirurgia, il rischio di retinopatia si è ridotto del 48% e la probabilità di malattia renale si è ridotta del 46%. Entro 30 giorni dall’intervento, il 7.5% dei pazienti è stato ricoverato per complicazioni correlate alle procedure di bypass gastrico.
Dalla diagnosi di diabete, prima viene eseguito l’intervento di bypass gastrico, maggiore sarà il suo potenziale impatto sulla prevenzione di molte complicanze legate al diabete. Dato che comporta un intervento chirurgico addominale importante, sottoporsi a una procedura di bypass gastrico non è certamente privo di rischi per la salute, comprese le complicazioni a breve termine della chirurgia stessa e quelle a lungo termine, come le carenze di micronutrienti dovute al malassorbimento di vitamine e minerali assunti con l’alimentazione.

Diabetologia (IF=6.023) 62:611,2019