FRUTTA E VERDURA. CON 100 GRAMMI IN PIÙ AL GIORNO SI RIDUCE DEL 25% IL RISCHIO DI DIABETE

Non per forza le canoniche cinque porzioni di frutta e verdura al giorno. Anche solo un piccolo sforzo in più basta ad allontanare il diabete mellito di tipo 2. Per la precisione, bastano 66 grammi in più di questi due alimenti per ridurre del 25% il rischio di sviluppare un diabete di tipo 2.
È quanto emerge da uno studio di ricercatori europei, che hanno esaminato l’associazione tra livelli ematici di vitamina C e carotenoidi (i pigmenti presenti in frutta e verdura colorate) e rischio di sviluppare un diabete di tipo 2. I risultati si basano su 9.754 adulti che hanno sviluppato un diabete di tipo 2 di nuova insorgenza e un gruppo di controllo di 13.662 adulti reclutati tra i 340mila partecipanti alla European Prospective Investigation in Cancer and Nutrition (EPIC) – Studio InterAct in otto paesi europei.
Valori più elevati di vitamina C e carotenoidi totali si associano a un ridotto rischio di sviluppare diabete: rispettivamente HR per SD=0.82  (95%CI 0.76-0.89) e HR per SD=0.75 (95%CI 0.68-0.82). Controllando i dati per stile di vita e altri fattori di rischio per il diabete, i ricercatori hanno calcolato che un aumento medio di 66 grammi al giorno nell’assunzione totale di frutta e verdura (95%CI 61-71) riduce di un quarto (HR=0.75; 95%CI 0.67-0.83) il rischio di sviluppare un diabete di tipo 2.
Anche se si tratta di uno studio osservazionale, e quindi non è possibile stabilire un nesso di causa-effetto, il risultato fornisce un’ulteriore conferma di come il consumo di frutta e verdura possa avere un impatto significativo sulla riduzione del rischio di insorgenza del diabete di tipo 2.

Brit Med J (IF=30.223) 370:m2194,2020. doi: 10.1136/bmj.m2194

L’OBESITÀ RADDOPPIA IL RISCHIO DI RICOVERO PER COVID-19

Una metanalisi ha calcolato che le persone obese hanno un rischio più che doppio di ospedalizzazione per Covid-19 rispetto ai normopeso, e un 50% di probabilità in più di morire. E vista la diffusione dell’obesità, a sua volta un’autentica epidemia che colpisce ormai il 13% della popolazione mondiale, si tratta senz’altro di un fattore di rischio da prendere attentamente in considerazione. I ricercatori dell’Università del North Carolina a Chapel Hill hanno analizzato i risultati di 75 studi internazionali sul rapporto tra obesità e Covid-19, che includevano 399.461 individui, 55% maschi. Dalla metanalisi emerge che un obeso ha il 46% di probabilità in più di contrarre la malattia (OR=1.46; 95%CI 1.30–1.65), il 113% in più di essere ricoverato in caso di contagio (OR=2.13; 95%CI 1.74–2.60), il 74% in più di finire in terapia intensiva (OR=1.74; 95%CI 1.46–2.08), e il 48% in più di morire a causa di Covid-19 (OR=1.48; 95%CI 1.22–1.80).
I motivi alla base dei risultati ottenuti sono molteplici. Gli adipociti, come le cellule dei polmoni, esprimono la proteina ACE2, cui si lega il virus, che può facilmente staccarsi e raggiungere i polmoni, facilitando l’invasione di Sars-Cov-2. Gli obesi presentano poi uno stato di infiammazione cronica che facilita l’insorgenza della tempesta di citochine, che abbiamo imparato essere una delle complicanze più gravi di Covid-19. L’obesità in sé, inoltre, crea problemi di respirazione e complica le procedure di ventilazione messe in pratica nelle terapie intensive, rendendo così più probabile un esito infausto.

Obes Rev (IF=7.310) 21:e13128,2020. doi: 10.1111/obr.13128.

IPERCOLESTEROLEMIA FAMILIARE. ACIDO BEMPEDOICO EFFICACE NEL RIDURRE IL COLESTEROLO

L’acido bempedoico riduce significativamente i livelli plasmatici di colesterolo nei pazienti con ipercolesterolemia familiare. A sostenerlo i risultati di uno studio di fase III condotto da ricercatori dell’Oregon Health & Science University di Portland e presentato all’88° Congresso annuale della European Atherosclerosis Society (EAS 2020).
Lo studio è stato condotto su un campione di pazienti con ipercolesterolemia familiare eterozigote (HeFH), una condizione comune, che colpisce più 10mila persone nel nostro Paese e aumenta il rischio di eventi cardiovascolari. Fino all’80% dei pazienti con HeFH non raggiunge gli obiettivi di colesterolo LDL (LDL-C) raccomandati dalle linee guida internazionali, nonostante riceva trattamenti con statine e altre terapie ipolipemizzanti.
L’acido bempedoico è un innovativo trattamento first-in-class, che agisce sulla sintesi del colesterolo, a monte del target delle statine, consentendo una ulteriore riduzione dei livelli di LDL-C quando aggiunto alla terapia con statine o altri farmaci ipolipemizzanti. Grazie al suo innovativo meccanismo d’azione, l’acido bempedoico non è attivo nel muscolo scheletrico, diminuendo così la possibilità di effetti collaterali muscolo-correlati. È approvato in Europa per la riduzione dell’LDL-C negli adulti con ipercolesterolemia primaria o dislipidemia mista.
Nello studio in oggetto 3000 pazienti con HeFH, che assumevano statine alla massima dose tollerata, con o senza ulteriori terapie ipolipemizzanti, l’acido bempedoico ha ridotto i livelli di LDL-C del 22,3% rispetto al placebo. Il farmaco inoltre è stato ben tollerato e non sono stati osservati nuovi eventi avversi.

 

AMILOIDOSI CARDIACA. UN UPDATE DELL’AMERICAN HEART ASSOCIATION

Recentemente, l’American Heart Association (AHA) ha pubblicato un documento di consenso sull’amiloidosi cardiaca, in particolare la forma più comune da accumulo da transtiretina (ATTR). Esistono due forme di amiloidosi da transtiretina: 1) la forma ereditaria, autosomica dominante, nella quale si verifica il patologico accumulo della proteina mutata; 2) la forma wild type, detta in precedenza amiloidosi cardiaca senile. L’ATTR può infiltrare anche altri organi, come il sistema nervoso autonomico e quello periferico, ma il coinvolgimento cardiaco rappresenta il principale determinante della sopravvivenza. La sopravvivenza mediana dopo la diagnosi, nei pazienti non trattati, è di 2,5 anni per le forme dovute a mutazione e 3,6 anni per quelle wild-type. Fondamentale è la diagnosi precoce, e l’AHA sottolinea che la diagnosi della cardiomiopatia da amiloidosi non è appannaggio dei centri esperti, dove si esegue la biopsia endomiocardica, ma può essere effettuata anche da centri di livello specialistico inferiore.
La cardiomiopatia da ATTR si ritrova nel 16% delle stenosi aortiche severe e nel 13-17% dei pazienti con scompenso cardiaco. Il documento di consenso attribuisce un ruolo fondamentale, nella diagnosi di amiloidosi cardiaca, alla scintigrafia miocardica con tracciante osseo, che permette di effettuare diagnosi senza ricorrere alla biopsia endomiocardica. L’ecocardiogramma e la risonanza magnetica sono metodiche essenziali per porre il sospetto clinico, e per la diagnosi differenziale con altre cardiomiopatie. In alcuni casi, quando il quadro scintigrafico è dubbio, oppure non è possibile effettuare la scintigrafia, si deve ricorrere alla biopsia endomiocardica, presso centri specializzati. Nel documento vengono riportate anche le terapie più recenti: quelle che agiscono sul silenziamento della proteina come il Patirisan e l’Inotersen, oppure il Diflunisan o il Tafamidis che stabilizzano la proteina con meccanismi differenti, e infine farmaci che provocano la distruzione e/o il riassorbimento della proteina. Infine, si affrontano la gestione dello scompenso cardiaco e delle aritmie in tale contesto clinico.

Circulation (IF=23.603) 142:e7,2020. doi: 10.1161/CIR.0000000000000792.

PRESTIGIOSO PREMIO A UNA RICERCATRICE DEL CENTRO

L’assegnista del Centro Alice Ossoli vince il premio SIF-Farmindustria 2020 per ricerche farmacologiche con il lavoro:
“Recombinant LCAT (Lecithin:Cholesterol Acyltransferase) Rescues Defective HDL (High-Density Lipoprotein)-Mediated Endothelial Protection in Acute Coronary Syndrome” Pubblicato su Arteriosclerosis, Thrombosis, and Vascular Biology nel 2019

GIOVANI RICERCATRICI CRESCONO!

La nostra Marta Turri, con una brillante discussione del suo progetto di ricerca “Role of lecithin:cholesterol acyltransferase (LCAT) in brain cholesterol metabolism”, vince una Borsa di Studio del Dottorato in Scienze Farmacologiche Biomolecolari, Sperimentali e Cliniche dell’Università degli Studi di Milano. Che sia l’inizio di una brillante carriera… Buon lavoro!

NEGLI ULTIMI 40 ANNI I LIVELLI PLASMATICI DI COLESTEROLO SONO DIMINUITI IN OCCIDENTE, MA AUMENTATI IN ORIENTE E IN AFRICA

I ricercatori del NCD Risk Factor Collaboration (NCD-RisC), coordinati dalla School of Public Health dell’Imperial College di Londra, hanno condotto un’analisi sulla variazione dei livelli plasmatici di colesterolo “non-HDL” (colesterolo totale – colesterolo-HDL; un valore che corrisponde grossolanamente al colesterolo-LDL, difficile da misurare su grandi numeri) dal 1980 al 2018 in 200 Paesi. Si tratta di dati relativi a 102,6 milioni di individui. I ricercatori hanno riscontrato che nel mondo Occidentale, a partire dagli anni ’80, i livelli di colesterolo non-HDL hanno incominciato a diminuire, grazie, secondo gli autori della ricerca, a cambiamenti nell’alimentazione, specialmente la sostituzione dei grassi saturi con insaturi e la riduzione dei grassi trans, e più tardi all’uso su larga scala delle statine. In contrasto con quanto osservato nei Paesi occidentali, i livelli di colesterolo  non-HDL sono aumentati nell’Est e Sud-Est dell’Asia, e in Africa, dove il consumo di cibo animale, carboidrati raffinati e olio di palma è aumentato, e l’utilizzo delle statine rimane basso.
In Italia, la riduzione del colesterolo non-HDL è stata meno pronunciata di quella osservata nei Paesi del nord Europa, e di conseguenza i livelli sono oggi più alti che in molti Paesi nord-Europei (Belgio, Svezia, Germania, Finlandia, Danimarca, Regno Unito). Nel 1980 i livelli di colesterolo non-HDL nelle donne italiane erano i 30° più alti del mondo e i 24° più alti d’Europa; nel 2018, erano gli 80° più alti nel mondo e i 22° più alti in Europa. Nei maschi, nel 1980 i livelli di colesterolo non-HDL erano i 21° più alti del mondo e i 18° più alti d’Europa; nel 2018, erano i 43° più alti nel mondo e i 21° più alti in Europa.

Nature (IF=42.778) 582:73,2020. doi: 10.1038/s41586-020-2338-1.

I RICERCATORI DEL CENTRO PUBBLICANO NUOVI IMPORTANTI RISULTATI DELLE RICERCHE SUL DEFICIT DI LCAT

Il deficit familiare di LCAT (FLD) è una malattia molto rara del metabolismo delle HDL, dovuta a mutazioni genetiche che causano la perdita di funzione dell’enzima lecitina:colesterolo aciltransferasi (LCAT). La più grave manifestazione clinica nella FLD è la malattia renale, che ne rappresenta la principale causa di morbilità e mortalità, per la quale l’attuale unica possibilità terapeutica è la dialisi o il trapianto di rene. La prognosi è ancora sconosciuta e la velocità di deterioramento della funzione renale può essere molto variabile da paziente a paziente. Uno dei limiti degli studi sulle malattie rare, come il deficit di LCAT, è il numero limitato di casi disponibili, spesso insufficiente per condurre analisi che abbiano un sufficiente potere statistico. Grazie però alla collaborazione di diversi gruppi di studio è possibile ottenere un numero di casi adeguato. I ricercatori del Centro hanno raccolto i dati di 18 pazienti con FLD provenienti da diversi Centri italiani e seguiti in media per 12 anni. Ne è emerso che l’insufficienza renale si presenta a un’età mediana di 46 anni. Il trapianto renale, pur efficace nel breve-medio termine, non è risolutivo perché la funzionalità del rene trapiantato inizia presto a deteriorarsi, fino a una nuova condizione di insufficienza renale, che può ripresentarsi in una decina di anni. È poi emerso che livelli plasmatici elevati di colesterolo non esterificato sono predittivi di un più rapido deterioramento della funzione renale. Emerge quindi la necessità di una diagnosi precoce di FLD e l’urgenza di trattamenti efficaci che prevengano o rallentino l’accumulo di colesterolo non esterificato e la conseguente progressione della malattia renale.

Pavanello C, Ossoli A, Arca M, D’Erasmo L, Boscutti G, Gesualdo L, Lucchi T, Sampietro T, Veglia F, Calabresi L. Progression of chronic kidney disease in Familial LCAT Deficiency: a follow-up of the Italian cohort. J Lipid Res. 2020 Sep 30:jlr.P120000976. doi: 10.1194/jlr.P120000976.

DOLORE AL PETTO. L’OROLOGIO FA L’ECG E SCOPRE L’INFARTO

Lo smartwatch è sempre più utile per chi soffre di malattie cardiovascolari. Non solo può diagnosticare un’aritmia, ma permette anche di fare un elettrocardiogramma a nove derivazioni per la diagnosi precoce di infarto. La nuova funzione può essere per ora utilizzata esclusivamente dal medico o dall’infermiere in condizioni di emergenza, quando non è disponibile un elettrocardiogramma standard ma il paziente ha sintomi di un possibile attacco cardiaco. In un futuro non troppo lontano potrebbe essere disponibile un software che consenta la diagnosi automaticamente.
Stando ai risultati di uno studio dell’Università Magna Graecia di Catanzaro, un ‘orologio intelligente’ potrebbe contribuire a ridurre drasticamente i tempi di diagnosi dell’infarto e quindi migliorare la prognosi dei pazienti, che dipende moltissimo dal tempo che intercorre fra l’inizio dei sintomi e l’instaurarsi di una terapia. Per l’indagine sono stati esaminati 100 soggetti, di cui 80 con sintomi di infarto e 20 asintomatici di controllo, 67 maschi, con età media di 61 anni. Sono state effettuate registrazioni dell’ECG con un Apple Watch, collocato in nove posizioni sul torace, e contemporaneamente un esame elettrocardiografico standard. È stato utilizzato l’Apple Watch perché ad oggi è l’unico smartwatch le cui funzioni ‘cardiologiche’ (dalla serie 4 in poi) sono considerate dalle autorità sanitarie USA ed Europee come un vero e proprio dispositivo medico.
La sensibilità dello smartwatch, cioè la percentuale di diagnosi di infarto identificate correttamente, è stata dell’88% (95%CI 0.78-0.97); la specificità, percentuale di ECG normali identificati correttamente, è stata del 90% (95%CI 0.78-1.00).
La possibilità di individuare un infarto in corso con rapidità e semplicità grazie all’uso di un semplice smartwatch può essere di grande aiuto nel ridurre le conseguenze negative di un attacco cardiaco. In caso di dolore toracico, soprattutto se associato a sudorazione e difficoltà di respirazione, è indispensabile effettuare subito un ECG per verificare l’eventualità di un infarto in corso ed instaurare al più presto una terapia.

JAMA Cardiol (IF=12.794) 31:e203994,2020. doi: 10.1001/jamacardio.2020.3994

TUMORE AL SENO. LA DIETA MIMA-DIGIUNO MIGLIORA LA RISPOSTA ALLA CHEMIOTERAPIA

Sono circa 370 mila gli individui che ogni anno in Italia ricevono una diagnosi di cancro (dati Airtum 2019) e per ciascuno di essi si apre un mondo di dubbi, speranze e ricerca delle opzioni terapeutiche migliori. In questo scenario la nutrizione è uno degli elementi a cui si guarda con maggiore interesse dopo una diagnosi di tumore. È ormai indubbio infatti che i nutrienti abbiano un ruolo di modulatori nei processi patologici, di guarigione e di risposta alle terapie, con effetti importanti sulla prognosi.

Nello studio multicentrico Direct, 131 donne con carcinoma mammario HER-2 negativo allo stadio 2/3 sono state randomizzate in due gruppi: uno che avrebbe seguito il proprio regime alimentare 3 giorni prima e durante i 6 cicli di chemioterapia adiuvante (quella eseguita dopo l’intervento allo scopo di ridurre il rischio di recidiva della malattia), l’altro che avrebbe seguito un regime mima-digiuno (FMD, Fasting Mimicking Diet) prima e durante la chemioterapia, per un totale di 4 giorni. Alle pazienti del secondo gruppo è stata assegnata una dieta di circa 1200 kcal il primo giorno, ridotti poi a 200 kcal nei tre giorni successivi, derivate per l’80% da carboidrati complessi.
53 pazienti su 65 (81,5%) hanno completato il primo ciclo di FMD, il 50% ne ha completati due, il 33,8% è arrivato a 3 cicli e il 20% ha completato 6 cicli. L’FMD ha sensibilmente migliorato l’efficacia della chemioterapia. La malattia definita ‘stabile’ o ‘progressiva’ era marcatamente inferiore nel gruppo mima-digiuno rispetto a quello di controllo: 11,3% contro 26,9%.
I risultati di questa ricerca, per quanto estremamente preliminari sono certamente interessanti. È possibile che la restrizione calorica protegga le cellule sane da fattori di rischio e stress come la chemioterapia, mentre le cellule malate non sono in grado di proteggersi e adattarsi alla scarsità energetica.

 

Nat Commun (IF=12.121) 11:3083,2020. DOI: 10.1038/s41467-020-16138-3