IPERTENSIONE ARTERIOSA E CONTROLLO PRESSORIO: NEGLI USA UNA PERICOLOSA INVERSIONE DI TENDENZA

Una preoccupante inversione di tendenza nella capacità di controllare l’ipertensione emerge da uno studio sull’andamento temporale del controllo pressorio negli Stati Uniti d’America, che descrive i risultati di un’analisi dei dati dell’US National Health and Nutrition Examination Survey (NHANES), un progetto coordinato dal Centro Nazionale per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie (Centers for Disease Control and Prevention) che, con scadenza biennale, si propone di rappresentare incidenza, prevalenza e andamento temporale delle principali patologie. Il caso in questione tratta della prevalenza di ipertensione arteriosa e i risultati sono desunti dall’analisi di una popolazione di 51.761 individui, di cui 18.262 ipertesi.
Il dato più eclatante emerso dallo studio è che la proporzione di ipertesi controllati, rispetto al totale degli ipertesi, che era aumentata in modo costante nel periodo compreso tra gli anni 2000 e 2014, passando dal 32% al 54%, ha segnato una significativa flessione negli ultimi 5 anni, fino a ridursi al 44% nel 2018. Gli ipertesi controllati sono coloro che raggiungono l’obiettivo pressorio prefissato (<140/90 mmHg) con trattamenti non farmacologici e farmacologici.

Le stime derivate dal NHANES dicono che essi rappresentano poco meno della metà di tutti gli ipertesi, essendo ampia la percentuale di ipertesi che non sono a conoscenza di tale condizione (circa il 20%) oppure che assume trattamenti che, per vari motivi, risultano inefficaci (circa il 30%). Vi è poi un altro risultato sul quale gli autori hanno soffermato la loro attenzione: la percentuale di ipertesi non noti e non controllati risulta essere molto ampia nella fascia di età tra i 18 ed i 44 anni, cioè tra i giovani adulti. E’ probabile che la ragione di ciò sia da ricondurre a una scarsa percezione del rischio cardiovascolare futuro, spesso alla base di comportamenti errati quale quello di interrompere arbitrariamente il trattamento anti-ipertensivo.
In Italia la situazione sembra migliore. Un’analisi, condotta nel 2016 a partire dai dati contenuti nei database elettronici gestiti dai medici di famiglia su una popolazione di 940.800 pazienti, dimostra che la prevalenza di ipertensione arteriosa è del 26%, e che il 61% degli ipertesi è “controllato”, percentuale in deciso incremento rispetto a quanto registrato nel 2005, quando la percentuale di ipertesi controllati raggiungeva solamente il 43%.

JAMA (IF=45.540) 324:1190,2020. doi:10.1001/jama.2020.14545.

OBESITÀ. GASTROPLASTICA ENDOSCOPICA EFFICACE A 5 ANNI

In uno studio di follow-up monocentrico la gastroplastica endoscopica (ESG) si è dimostrata sicura ed efficace per la perdita di peso a lungo termine. Durante l’intervento, della durata di circa 30 min, l’endoscopista inserisce un dispositivo di sutura attraverso la bocca e nello stomaco; vengono così create cuciture a tutto spessore lungo la grande curva dello stomaco, determinando una riduzione del volume gastrico.
I ricercatori della Weill Cornell Medicine di New York hanno esaminato 216 pazienti sottoposti a ESG dal 2013 al 2019 (età media 46 anni; 68% donne). I partecipanti avevano un BMI>30 kg/m2 (o >27 con comorbilità) e non erano riusciti a raggiungere una perdita di peso di almeno il 5% con misure non invasive (dieta e farmaci). Tutti gli interventi sono stati eseguiti dallo stesso endoscopista e i pazienti sono stati seguiti fino a cinque anni dalla procedura. Dei 216 partecipanti, i dati sul follow-up a uno, tre e cinque anni sono stati disponibili per 203, 96 e 68 pazienti.
A un anno, la riduzione media del peso è stata del 15.6%, con l’89% e il 77% dei pazienti che hanno perso almeno il 5% e il 10% del peso. A tre anni, la riduzione media era del 14.9%, con l’85% e il 63% dei pazienti che hanno perso almeno il 5% e il 10% del peso. A cinque anni, la riduzione media del peso è stata del 15.9%, con il 90% e il 61% dei pazienti che hanno perso almeno il 5% e il 10% del peso. Il 32% dei pazienti ha manifestato eventi avversi lievi, come pirosi, nausea e vomito; 3 (1.3%) hanno avuto eventi avversi moderati e nessuno ha presentato eventi gravi o fatali.

Clin Gastroenterol Hepatol (IF=8.549). 2020 Oct 1. doi:10.1016/j.cgh.2020.09.055

INSULINA ICODEC IN MONOSOMMINISTRAZIONE SETTIMANALE NEL DIABETE DI TIPO 2

Sono stati divulgati al meeting annuale dell’Associazione Europea per lo Studio del Diabete (EASD) e pubblicati sul New England Journal of Medicine i dati di fase 2 relativi a insulina Icodec, analogo sperimentale dell’insulina in monosomministrazione settimanale. L’insulina Icodec si lega all’albumina per creare una forma di deposito circolante con un’emivita di 196 ore (8.1 giorni); quindi l’iniezione una volta alla settimana è progettata per coprire il fabbisogno basale di insulina di un individuo per un’intera settimana.
Lo studio in questione, della durata di 26 settimane, ha randomizzato in doppio cieco 247 pazienti con diabete mellito di tipo 2, che non avevano precedentemente ricevuto trattamento con insulina e il cui diabete non era adeguatamente controllato (livello di emoglobina glicata: da 7.0 a 9.5% nonostante metformina con o senza un inibitore della DPP 4). Ad essi sono stati somministrati insulina Icodec settimanale più placebo giornaliero (n=125) o insulina Glargina 100 UI giornaliera più placebo settimanale (n = 122). L’endpoint primario era rappresentato dalla variazione del livello di emoglobina glicata dal basale alla settimana 26. Sono stati valutati anche gli endpoint di sicurezza, inclusi gli episodi di ipoglicemia e gli eventi avversi correlati alla terapia insulininica.
Le caratteristiche dei partecipanti erano simili nei due gruppi:  il livello basale medio di emoglobina glicata era 8.09% nel gruppo Icodec e 7.96% nel gruppo Glargina. L’emoglobina glicata si è ridotta dell’1.33% nel gruppo Icodec e dell’1.15% nel gruppo Glargine, scendendo rispettivamente al 6.7% e al 6.9% (P=0.08 per la differenza tra gruppi rispetto al basale). I livelli di glucosio plasmatico a digiuno sono diminuiti di 58 mg/dL con Icodec e di 54 mg/dL con Glargina (P=0.34). L’ipoglicemia lieve era più comune con Icodec che con Glargina (509 vs 211 eventi per 100 pazienti-anno), ma l’ipoglicemia moderata/clinicamente significativa (52.5 vs 46 per 100 pazienti-anno) e l’ipoglicemia grave (1.4 vs 0 per 100 pazienti-anno) non differivano in modo significativo tra i due gruppi. Non vi era alcuna differenza tra i gruppi in termini di altri eventi avversi, inclusa l’ipersensibilità e le reazioni al sito di iniezione, con la maggior parte degli eventi avversi comunque di lieve entità.
I risultati mostrati indicano che il trattamento monosettimanale con insulina Icodec ha un’efficacia ipoglicemizzante e un profilo di sicurezza simili a quelli dell’insulina Glargina somministrata giornalmente. La riduzione della frequenza delle iniezioni di insulina basale con tale trattamento potrebbe facilitare l’accettazione e l’aderenza terapeutica.

New Engl J Med (IF=74.699) September 22, 2020 DOI:10.1056/NEJMoa2022474

DOPO UN INFARTO IL RISCHIO DI UN NUOVO EVENTO È SIMILE NELLE DONNE E NEGLI UOMINI

Le donne hanno un vantaggio biologico sugli uomini in termini di cardiopatia: ne soffrono meno frequentemente e a un’età più avanzata. Ma il vantaggio si attenua notevolmente dopo un infarto miocardico (MI).
Un team internazionale ha esaminato i dati delle assicurazioni sanitarie statunitensi dal 2015 al 2016, individuando 171.897 donne e 167.993 uomini sopravvissuti a MI. Questi pazienti sono stati appaiati in base a età e anno solare a oltre 1.3 milioni di soggetti senza malattia coronarica (CHD).
Durante il follow up fino al 2017, si sono verificati 21.052 eventi cardiovascolari nella coorte di controllo (38% nelle donne) e 40.878 eventi ricorrenti nella coorte sopravvissuta a MI (46% nelle donne). Nei controlli, l’incidenza standardizzata per età di MI su 1.000 persone-anno era significativamente inferiore nelle donne rispetto agli uomini: 4.5  vs 5.7 (HR=0.64; 95%CI 0.62-0.67). Nei sopravvissuti a MI, l’incidenza ovviamente aumentava notevolmente, ma la differenza tra uomini e donne si invertiva a favore degli uomini: 60.2 nelle donne e 59.8 negli uomini (HR=0.94; 95%CI 0.92-0.96). L’incidenza di CHD era di 6.3 nelle donne e 10.7 negli uomini di controllo (HR=0.53; 95%CI 0.51-0.54); saliva a 84.5 vs 99.3 in donne e uomini sopravvissuti a MI (HR=0.87; 95%CI 0.85-0.89). La mortalità totale (sempre standardizzata per età su 1.000 persone-anno) era di 63.7 vs 59.0 in donne e uomini di controllo (HR=0.72; 95%CI 0.71-0.73) e di 311.6 vs 284.5 nelle controparti con MI.

Chiaramente lo studio non fornisce spiegazioni per l’assottigliarsi della differenza di genere nei sopravvissuti a MI. Gli autori suggeriscono che potrebbe essere spiegata dal tradizionale ‘modello maschile’ per gli infarti del miocardio, al punto che l’intervento potrebbe essere ritardato o meno incisivo nelle donne.

J Amer Coll Cardiol (IF=20.589) 76:1751,2020

IPERTENSIONE NEL DIABETE DI TIPO 2. ATTENZIONE ALL’ALCOL!

L’assunzione di 8 o più bevande alcoliche in una settimana aumenta il rischio di ipertensione negli adulti con diabete di tipo 2. È quanto emerge da uno studio della Wake Forest School of Medicine di Winston-Salem.
I ricercatori hanno analizzato i dati relativi a 10.200 partecipanti allo studio ACCORD, disegnato per indagare se è possibile ridurre l’incidenza di cardiopatia nei pazienti con diabete di tipo 2 concentrandosi sul controllo dei fattori di rischio come ipertensione, glicemia e lipidi. Hanno esaminato le risposte alla domanda sul consumo di alcool autosegnalato. Un consumo leggero corrispondeva a 1-7 drink a settimana, un consumo moderato a 8-14 drink a settimana e un consumo elevato a >15 drink a settimana. La pressione arteriosa è stata classificata secondo le linee guida dell’American Heart Association in normale, elevata, e ipertensione di stadio 1 o 2.
Un consumo leggero di alcol non si associava ad aumento della pressione arteriosa, mentre un consumo moderato era già significativamente legato a pressione elevata (OR=1.79; 95%CI 1.04-3.11), ipertensione di stadio 1 (OR=1.66; 95%CI 1.05-2.60) e ipertensione di stadio 2 (OR=1.62; 95%CI 1.03-2.54). Lo stesso valeva per il consumo elevato, con ORs rispettivamente di 1.91 (1.17-3.12), 2.49 (1.03-6.17) e 3.04 (1.28-7.22).

J Amer Heart Ass (IF=4.605) 9:e017334,2020

LA DIETA MEDITERRANEA ALLUNGA LA VITA. ANCHE NEGLI ANZIANI

Non è mai troppo tardi per iniziare a mangiare sano. E la dieta mediterranea, paradigma dell’alimentazione più salutare, fa bene anche quando non si è più giovanissimi. Lo dice uno studio italiano condotto all’IRCCS Neuromed di Pozzilli. Sono stati analizzati i dati di oltre 5mila anziani partecipanti al progetto Moli-sani, un’indagine che raccoglie informazioni su circa 25mila abitanti del Molise, al fine di individuare i fattori di rischio per malattie come tumori e patologie cardiovascolari e riconoscere gli elementi più protettivi per la salute. In questo caso, 5200 ultrasessantacinquenni sono stati seguiti per una media di otto anni, durante i quali sono stati registrati 900 decessi. Come sapete, un’alimentazione mediterranea abbonda di frutta, verdura, pesce, legumi, cereali e olio d’oliva mentre è scarso l’apporto di carne e latticini. L’aderenza di ciascun individuo ai principi della dieta mediterranea è stata valutata con uno score da 0 (pessima aderenza) a 9 (massima aderenza).

Ogni unità di aumento dello score si associa a una riduzione della mortalità totale (HR=0.94; 95%CI 0.90-0.98) e della mortalità cardio- e cerebro-vascolare (HR=0.91; 95%CI 0.83-0.99). Gli stessi ricercatori hanno anche eseguito una meta-analisi di 7 studi simili, con un totale di 11738 partecipanti e 3874 decessi. In questo caso, ogni unità di aumento dello score si associa a una riduzione del 5% (95%CI 4-7%) della mortalità totale. I risultati mostrano quindi chiaramente che un’alimentazione mediterranea riduce la mortalità pure negli over 65, e che una maggior aderenza alla dieta mediterranea comporta un minor rischio di morte, in modo dose-dipendente.

I ricercatori dell’Istituto Neuromed, analizzando le abitudini di 10mila persone (studiate nell’ambito dell’Osservatorio epidemiologico su alimentazione e salute in Italia, INHES), hanno poi dimostrato che la dieta mediterranea è preferita dagli over 50 e al Sud, ed è scelta più spesso dagli uomini che dalle donne.

 

Brit J Nutr (IF=3.334)120:841,2018.  doi: 10.1017/S0007114518002179

CANNABIS E SISTEMA CARDIOVASCOLARE

La cannabis è stata da sempre utilizzata per le proprietà medicinali dei suoi composti, in particolare del delta-9-tetraidrocannabinolo (THC) e del cannabidiolo (CBD). Le piante di Cannabis sono classificate a seconda della loro percentuale di THC e CBD: il tipo I ha un alto rapporto THC/CBD (>>1); il tipo II ha un rapporto THC/CBD prossimo ad 1 e il terzo tipo un rapporto <0,3. Per quanto riguarda invece le formulazioni in commercio, per scopo medico o uso ricreazionale, possono contenere solo THC, CBD oppure la combinazione dei due. Tra i benefici dell’utilizzo della Cannabis sono noti:
– sollievo dal dolore neuropatico, da fibromialgia e nel paziente oncologico;
– miglioramento della sindrome da anoressia/cachessia in pazienti oncologici o nei malati di HIV;
– effetto antiemetico;
– effetto antispastico nella sclerosi multipla;
– riduzione della frequenza degli attacchi epilettici.
La cannabis ha inoltre molteplici effetti sul sistema cardiovascolare. Il THC stimola il sistema nervoso simpatico e inibisce il parasimpatico, aumenta la frequenza cardiaca, la domanda di ossigeno miocardico, lo stress ossidativo, l’attivazione e la disfunzione piastrinica. Invece il CBD può ridurre l’infiammazione e l’iperpermeabilità vascolare nei modelli diabetici, riduce la frequenza cardiaca e la pressione arteriosa. Ciò che è di maggiore interesse è sapere se l’uso continuativo di cannabis può essere associato allo sviluppo di eventi cardiovascolari come infarto del miocardio o aritmie, o abbia un impatto sul rischio cardiovascolare. Purtroppo, non esistono molti dati in letteratura. Lo studio CARDIA ha incluso adulti dai 18 ai 30 anni di età che sono stati seguiti per circa 25 anni e l’84% di essi aveva una storia di uso di cannabis. Questo studio non ha dimostrato un’associazione significativa tra uso cumulativo nel tempo di cannabis e patologie cardiovascolari. Sono però necessari ulteriori studi controllati per meglio comprendere gli eventuali danni e benefici che la cannabis e i suoi principi attivi possono determinare a carico dell’apparato cardiovascolare.

Circulation (IF=23.603) 142:e131,2020

CON GLI ALIMENTI ULTRAPROCESSATI SI INVECCHIA PRIMA

C’è una relazione tra invecchiamento biologico precoce e consumo di alimenti ultra-processati (UPF, ultraprocessed foods), quei prodotti industriali attraenti e colorati, surgelati o no, dolci o salati, sempre più utilizzati da chi non ha voglia, e spesso non ha il tempo, di dedicarsi alla preparazione dei pasti.
Ricercatori spagnoli delle Università di Navarra, Pamplona e Madrid hanno analizzato i dati di 645 uomini e 241 donne, età media 67.7 anni, che hanno fornito campioni di saliva per l’analisi del DNA e accurate registrazioni di quale e quanto cibo industriale assumessero quotidianamente. I ricercatori hanno suddiviso i partecipanti in 4 gruppi, in base al consumo individuale di UPF: basso consumo (meno di 2 porzioni al giorno), consumo medio-basso (da 2 a 2,5 porzioni al giorno), consumo medio-alto (da più di 2,5 a 3 porzioni al giorno) e consumo alto (più di 3 porzioni quotidiane). Hanno utilizzato, come parametro di invecchiamento biologico, la lunghezza dei telomeri. I telomeri sono strutture formate da DNA e proteine, localizzati alle estremità dei cromosomi. Non contengono informazioni genetiche, cioè non sono codificanti, ma sono vitali, perché preservano la stabilità e l’integrità dei cromosomi. Ogni volta che una cellula si divide, una piccola parte di telomero viene persa; pertanto, man mano che le cellule invecchiano, i telomeri si accorciano. Per questa ragione la loro lunghezza è considerata un marcatore dell’età biologica.
Gli individui del gruppo a consumo maggiore di UPF avevano più degli altri l’abitudine di fare spuntini tra un pasto e l’altro, consumavano più grassi (saturi e polinsaturi), sodio, colesterolo, fast food e carni lavorate, e assumevano meno carboidrati, proteine, fibre, olio d’oliva, frutta e verdura. In essi erano più rappresentati storia familiare di malattie cardiovascolari, diabete e iperlipidemia. La probabilità di avere dei telomeri “accorciati” era quasi raddoppiata rispetto agli individui a basso consumo di UPF (OR=1.82; 95%CI 1.05-3.22), con una relazione lineare inversa tra consumo di UPF e lunghezza dei telomeri.
Più si consumano cibi “malsani” più le cellule del nostro organismo invecchiano. E in fin dei conti noi stessi.

Am J Clin Nutr (IF=6.766) 111:1259,2020. doi: 10.1093/ajcn/nqaa075

CHI ACCUMULA GRASSO ADDOMINALE È PIÙ A RISCHIO DI MORIRE DI CANCRO ALLA PROSTATA

Gli uomini che accumulano grasso addominale sono più a rischio di morire di cancro alla prostata. Lo rivela una ricerca dell’Università di Oxford che ha esaminato 218.225 partecipanti allo UK Biobank Study (500.000 volontari sani, età 40-69 anni, reclutati nel 2006-2010 e seguiti per 10.8 anni). Per ciascun partecipante sono stati registrati: BMI, massa grassa (con impedenziometria) e circonferenza-vita.
Durante il follow-up, 571 uomini sono deceduti per cancro alla prostata. Non è stata riscontrata alcuna associazione tra morte per cancro alla prostata e BMI o massa grassa. Al contrario, esiste un’associazione positiva tra circonferenza-vita e mortalità; un uomo con una circonferenza-vita pari o superiore a 103 cm ha un 35% di rischio in più di morire a causa della malattia rispetto a uno che ha un girovita di 90 cm.
Quindi il problema sembra  attribuibile alla localizzazione del grasso, visto che uomini anche più grassi (per es. con un BMI più elevato), ma che non accumulano grasso all’addome, non sono così a rischio.

Perez-Cornago. European and International Conference on Obesity

COLESTEROLO ALTO. A RISCHIARE INFARTO E ICTUS SONO SOPRATTUTTO GLI UNDER 45

Lo stretto legame tra colesterolo alto e rischio di infarto e ictus è ben noto a voi lettori di questa pagina. Un recente studio di grandi dimensioni conferma il nesso, evidenziando che a rischiare di più sono i giovani adulti sotto i 45 anni. La ricerca, condotta dal Multinational Cardiovascular Risk Consortium, ha esaminato i dati di 19 Paesi in Europa, Nordamerica e Australia, per un totale di 398.846 individui, con un follow-up massimo di 43.6 anni. L’età media dei partecipanti (48.4% donne) era di 51 anni.
Durante questo periodo, 54.542 individui hanno sviluppato un evento cardio- o cerebro-vascolare. Come atteso, all’aumentare della concentrazione plasmatica di colesterolo non-HDL (in pratica il colesterolo-LDL), aumenta il rischio di sviluppare un evento. L’aspetto più interessante (a parte l’elevato numero di individui analizzati e la loro eterogeneità genetica/geografica) è l’osservazione che la relazione tra colesterolo non-HDL ed eventi è particolarmente ripida nei soggetti più giovani (<45 anni) (Figura). In essi, una concentrazione plasmatica di colesterolo non-HDL di 145-185 mg/dl  raddoppia il rischio (HR=2.0; 95%CI 1.4-2.8 nei maschi e HR=1.8; 95%CI 1.3-2.4 nelle femmine) rispetto ai soggetti con colesterolo non-HDL <100 mg/dl.  Negli over-60 gli stessi valori di colesterolo non-HDL aumentano il rischio “solo” del 20% e del 30%, rispettivamente nelle donne e negli uomini.

Non si deve attendere un’età avanzata per identificare individui con aumentati livelli di colesterolo “cattivo” nei quali eseguire approfondimenti per determinare il livello di aterosclerosi a livello delle arterie. Attualmente questo può essere valutato in maniera non invasiva a livello carotideo, mediante ecoDoppler vascolare, o a livello coronarico, mediante TAC coronarica. In base all’esito di tali esami andrà poi identificato il trattamento più appropriato: dalle modificazioni dello stile di vita, incrementando l’attività fisica aerobica e correggendo abitudini alimentari sbagliate, fino alla prescrizione, se necessario, di nutraceutici e farmaci ipocolesterolemizzanti.

Lancet (IF=60.392) 394:2173,2019. doi: 10.1016/S0140-6736(19)32519-X