NON TUTTO IL GRASSO È UGUALE: QUELLO BRUNO PROTEGGE DALLE MALATTIE CRONICHE

Non tutto il grasso è uguale. Quello che si deposita sugli organi interni è dannoso per la salute, perché produce mediatori dell’infiammazione e aumenta il rischio di malattie metaboliche e cardiovascolari. Esiste però anche un grasso “buono”, il grasso bruno (BA), che potrebbe al contrario proteggere proprio dalle malattie metaboliche o cardiache. Il BA è una sorta di centrale energetica dell’organismo: più abbondante nei neonati e scarso negli adulti, è correlato inversamente all’indice di massa corporea (BMI); al crescere del BMI tende a diminuire. Il BA brucia moltissime calorie per mantenere la temperatura corporea (è il motivo per cui è presente in grandi quantità negli animali che vanno in letargo), ma contribuisce anche a regolare il metabolismo, equilibrando i livelli plasmatici di glucosio e riducendo la pressione sul pancreas per produrre insulina.
Ricercatori americani e tedeschi hanno esaminato 134.529 PET (tomografia a emissione di positroni) di più di 52.000 pazienti sottoposti a tale indagine per la diagnosi o il monitoraggio di un tumore. I radiologi, quando eseguono questo esame, segnalano sempre la presenza di BA per distinguerlo da un tumore. Con questo tipo di reclutamento è stato possibile valutare gli effetti del BA sulla salute dei soggetti esaminati, senza dover sottoporre a radiazioni individui sani.
BA è stato identificato solo in 5.070 pazienti (9.7%). Era più prevalente nelle donne e la sua quantità era inversamente correlata con l’età e il BMI. I soggetti con BA (BAT+) erano più sani dal punto di vista metabolico e cardiovascolare dei soggetti senza grasso bruno (BAT-): presentavano una minor prevalenza di diabete mellito di tipo 2 (4.6% vs 9.5%), dislipidemia (18.9% vs 22.2%), ipertensione (26.7% vs 30.7%) fibrillazione atriale (2.8% vs 3.6%), insufficienza cardiaca (1.0% vs 2.0%), malattia coronarica (3.1% vs 4.9%) e malattia cerebrovascolare (2.1% vs 2.8%). È inoltre emerso che il BA mitiga gli effetti negativi dell’obesità: le persone obese con BA avevano un rischio ridotto di sviluppare malattie metaboliche e cardiovascolari.
Ma come si può aumentare la quantità di BA? Purtroppo non si sa. A oggi sappiamo che si può stimolare il BA esponendosi a basse temperature. Alcuni ingredienti dei cibi, come la capsaicina o le catechine, sembrano capaci di attivare il BA e sono allo studio farmaci specifici che potrebbero essere efficaci attivatori del BA.

Nat Med (IF=36.130) 27:58,2021. doi: 10.1038/s41591-020-1126-7

VARIABILITÀ DELLA PRESSIONE ARTERIOSA E SVILUPPO DI MALATTIA RENALE CRONICA NEL PAZIENTE IPERTESO

I dati sull’associazione tra variabilità da visita a visita ambulatoriale della pressione arteriosa (BPV) e rischio di malattie renali croniche (CKD) nei pazienti ipertesi trattati sono limitati. L’obiettivo di questo studio era di valutare la relazione tra BPV e sviluppo di CKD nei pazienti ipertesi. Si tratta di un’analisi post-hoc del sotto-studio renale del China Stroke Primary Prevention Trial (CSPPT). Sono stati inclusi un totale di 10.051pazienti ipertesi senza CVD e CKD con almeno sei visite ambulatoriali di misurazione della BP in un arco di 24 mesi. La BPV è stata calcolata come deviazione standard (SD) delle 6 misurazioni. L’end-point primario è stato lo sviluppo di CKD, definita come una diminuzione della velocità di filtrazione glomerulare stimata ≥30% e <60 mL/min/1,73 m2, o malattia renale allo stadio finale (ESRD). La durata mediana del follow-up è stata di 4,4 anni.
Dopo un aggiustamento per alcune variabili, che includevano la pressione sistolica di base (SBP) e la SBP media durante i primi 2 anni, si è osservata una relazione significativamente positiva tra BPV e rischio di CKD (per incremento di 1 SD, OR=1,27; 95%CI 1,10-1,46). I risultati in vari sottogruppi, in cui i pazienti erano suddivisi per età, sesso, SBP al basale, compliance al trattamento e farmaci antipertensivi concomitanti sono stati coerenti.
La variabilità dell’SBP, indipendentemente dal livello medio di BP, è associata in modo significativo allo sviluppo di CKD nei pazienti ipertesi trattati.

Nephrol Dial Transplant (IF=4.531) 35:1739,2020

COLCHICINA E INFIAMMAZIONE NEL PAZIENTE CORONARICO

Nei pazienti con cardiopatia ischemica cronica ed elevati livelli di proteina c-reattiva ad alta sensibilità (hs-CRP) l’infiammazione gioca un ruolo fondamentale nel promuovere il processo aterotrombotico. Gli effetti protettivi cardiovascolari dei farmaci antinfiammatori sembrano però limitati e riscontrabili solo nei pazienti con una risposta biochimica alla terapia. Ricercatori olandesi hanno verificato se l’esposizione a breve termine alla colchicina, un potente farmaco antinfiammatorio, sia in grado di modificare i livelli dei marcatori di infiammazione in pazienti con malattia coronarica cronica.
138 pazienti con malattia coronarica cronica e livelli serici di hs-CRP ≥ 2 mg/L, sono stati valutati prima e dopo 30 giorni di esposizione a colchicina (0,5 mg/die). Hs-CRP è diminuita del 16% rispetto ai valori basali (da 4.40 mg/L a 2.33 mg/L, differenza mediana -1.66 mg/L, 95%CI -2.17;-1.22 mg/L).

La concentrazione di Interleuchina-6 (IL-6) è diminuita anch’essa del 16%, da 2.51 ng/L to 2.22 ng/L (differenza mediana -0.36 ng/L, 95%CI -0.70; -0.01 ng/L). Sia il conteggio dei leucociti che quello dei trombociti è diminuito (differenza mediana rispetto al basale, -7% e -4% rispettivamente). Non sono state osservate variazioni clinicamente rilevanti nelle frazioni lipidiche.
Nei pazienti con malattia coronarica cronica e con elevata hs-CRP l’esposizione di un mese a colchicina ha prodotto una riduzione dei marcatori infiammatori, potenzialmente efficace per ridurre il rischio cardiovascolare.

PLoS One (IF=) 5:e0237665,2020 doi: 10.1371/journal.pone.0237665

LA TERAPIA ANTICOAGULANTE PRIMA DELL’OSPEDALIZZAZIONE È UN FATTORE PROTETTIVO NELL’INFEZIONE DA COVID-19

La polmonite da COVID19 è associata a eventi trombotici e alterazioni a carico dell’endotelio e della coagulazione. Scopo di questo studio è stato valutare se la terapia anticoagulante potesse modificare il rischio di malattia severa da COVID-19.
Tutti i pazienti COVID-19 ricoverati nei reparti di Medicina Interna di 24 ospedali francesi sono stati studiati prospetticamente dal 26 febbraio al 20 aprile 2020. È stato valutato l’effetto della terapia anticoagulante sul rischio di ricovero in terapia intensiva (UTI) e/o sulla mortalità ospedaliera. Sono stati arruolati 2.878 pazienti COVID-19 positivi, dei quali 382 (13.2%) erano in terapia anticoagulante orale prima del ricovero. Il 61% di questi era trattato con dabigatran, apixaban e rivaroxaban.
L’essere sottoposti a terapia anticoagulante prima del ricovero era associato a prognosi migliore (HR 0.70, 95%CI 0.55-0.88), ridotto rischio di ricovero in UTI (HR 0.43, 95%CI 0.29–0.63) e di ricovero in UTI e/o di mortalità intra-ospedaliera (HR 0.76, 95%CI 0.61–0.98). Invece, la terapia anticoagulante, iniziata durante il ricovero, non era associata a nessuno degli indicatori di outcome.
In conclusione, la terapia anticoagulante prima dell’ospedalizzazione risultava associata a migliore prognosi rispetto alla terapia anticoagulante iniziata durante l’ospedalizzazione. La terapia anticoagulante introdotta nelle prime fasi della malattia può prevenire il danno endoteliale e le alterazioni della coagulazione associati a COVID-19, e quindi migliorare la prognosi in questi pazienti.

J Am Heart Assoc (IF=4.605) 2021 Feb 8:e018288. doi: 10.1161/JAHA.120.018624.

PREVENZIONE CARDIOVASCOLARE CON TERAPIA IPOCOLESTEROLEMIZZANTE NEI SOGGETTI PIÙ ANZIANI

Una meta-analisi ha valutato gli effetti della terapia ipocolesterolemizzante sulla prevenzione cardiovascolare in soggetti anziani. Sono stati analizzati 29 studi clinici randomizzati con follow-up di almeno 2 anni (2.2-6.0 anni), per un totale di 244090 soggetti. Di questi, 21492 soggetti avevano un’età >75 anni: 11750 (54.7%) in trattamento con una statina, 6209 (28.9%) con ezetimibe e 3533 (16.4%) con un inibitore di PCSK9.
Durante il follow-up si sono verificati 3519 eventi vascolari (morte cardiovascolare, infarto miocardico, ictus, rivascolarizzazione coronarica). Per ogni riduzione di 1 mmol/l  (38.6 mg/dl) di colesterolo-LDL (LDL-C) si è osservata una riduzione del 26% degli eventi vascolari (RR 0.74; 95%CI 0.61-0.89), addirittura maggiore di quella osservata nei soggetti più giovani (<75 anni) (RR 0.85; 95%CI 0.78-0.92). Nei soggetti più anziani, la riduzione degli eventi non era significativamente diversa nei pazienti trattati con statina (RR 0.82; 95%CI 0.73-0.91) o con altri farmaci (RR 0.67; 95%CI 0.47-0.95). Il beneficio della riduzione dell’LDL-C nei soggetti più anziani era simile su mortalità cardiovascolare (RR 0.85; 95%CI 0.74-0.98), infarto miocardico (RR 0.80; 95%CI 0.71-0.90), ictus (RR 0.73; 95%CI 0.61-0.87) e rivascolarizzazione coronarica (RR 0.80; 95%CI 0.66-0.96).

Si conferma quindi la necessità di intervenire con un’adeguata terapia ipocolesterolemizzante anche nei soggetti più anziani.

Lancet (IF=60.390) 396:1637,2020. doi: 10.1016/S0140-6736(20)32332-1

QUANTO DEVE SCENDERE IL COLESTEROLO-LDL DOPO UN ICTUS?

Ricercatori francesi e sudcoreani hanno valutato il beneficio in termini di prevenzione cardiovascolare del ridurre il livello di colesterolo-LDL (LDL-C) a due diversi valori-target in pazienti cha hanno subito un ictus. Hanno reclutato 2860 pazienti (età media di 67 anni; 68% maschi), di cui l’86% con ictus ischemico entro i 3 mesi precedenti e il 14% con un attacco ischemico transitorio (TIA) nei 15 giorni precedenti l’arruolamento. Li hanno indirizzati a una terapia con statina±ezetimibe per raggiungere due diversi valori-target di LDL-C (1430 per gruppo): <70 mg/dl o 90-110 mg/dl.
Il valore basale medio di LDL-C era di 135 mg/dl ed è sceso a 65 mg/dl e 96 mg/dl nei gruppi a target basso e alto. Durante il follow-up di 3.5 anni si sono verificati 277 eventi cardiovascolari (morte cardiovascolare, infarto miocardico, ictus, rivascolarizzazione coronarica o carotidea): 121 nei pazienti a target basso, 156 nei pazienti a target più alto. Il rischio di sviluppare un evento è quindi diminuito del 22% (HR 0.78; 95%CI 0.61-0.98) nei pazienti a target più basso.
Anche nei pazienti che hanno subito un ictus la prevenzione cardiovascolare è più efficace quando il trattamento ipocolesterolemizzante è più aggressivo.

N Engl J Med (IF=74.699) 382:9,2020. doi: 10.1056/NEJMoa1910355.

POLIFENOLI E CAPACITÀ COGNITIVE. UNA META-ANALISI

Ricercatori emiliani hanno condotto una meta-analisi di 21 studi che hanno valutato gli effetti dei polifenoli sulle capacità cognitive.
5 studi, per un totale di 508 pazienti trattati e 501 controlli, hanno utilizzato come end-point una variazione dell’ADAS-Cog (Alzheimer’s Disease Assessment Scale–Cognitive Subscale), un test utilizzato per valutare il deterioramento cognitivo nella malattia di Alzheimer. Gli effetti complessivi non hanno mostrato un impatto significativo dei polifenoli su ADAS-Cog (p=0,310), ma l’analisi per sottogruppi ha mostrato un effetto positivo di Ginkgo biloba su ADAS-Cog, rispetto al placebo (differenza media −2,02, 95%CI tra −3,79 e −0,26, p=0,020).
In 8 studi, per un totale di 1868 pazienti trattati e 1856 controlli, è stato utilizzato il Mini-Mental State Examination (MMSE) un breve esame per valutare diversi domini della funzione cerebrale, come orientamento, memoria, attenzione, calcolo, linguaggio e capacità di richiamare determinate acquisizioni. Anche in questo caso non è emerso alcun effetto significativo dei polifenoli sull’esito di MMSE (p=0,080).Il Wechsler Adult Intelligence Scale (WAIS) Digital symbol test, che si focalizza principalmente sulla memoria, è stato riportato in 8 studi, per un totale di 4.032 pazienti (2.029 pazienti e 2.003 controlli); complessivamente non si è riscontrato un effetto significativo dei polifenoli (p=0,380). Il WAIS Block design, che si focalizza su orientamento spaziale e capacità motoria,  è stato valutato in 4 studi, per un totale di 3.389 pazienti, indicando invece un miglioramento significativo (p=0,005), in particolare quando è stato utilizzato l’estratto di Ginkgo biloba (differenza media −0,43, 95%CI tra −0,73 e −0,13).
Infine, 3 studi, per un totale di 301 soggetti (150 trattati e 151 controlli) hanno utilizzato il Reys Auditory Verbal Learning Task (RAVLT), che valuta l’apprendimento verbale e la memoria. La somministrazione di polifenoli ha aumentato significativamente il punteggio del RAVLT-richiamo immediato (differenza media 1,63, 95%CI 1,2- 2,00, p<0,001). Il WCST è stato riportato in 4 studi per un totale di 456 pazienti. L’effetto complessivo non è stato significativamente influenzato dalla somministrazione di polifenoli (p=0,070). Il test trail making A (TMT-A) è stato utilizzato in 7 studi, per un totale di 3473 pazienti. La somministrazione di polifenoli non ha migliorato significativamente questo punteggio (p=0,620). Allo stesso modo, il test trail making B (TMT-B) è stato utilizzato in 8 studi, per un numero totale di 3.503 soggetti (1.765 pazienti e 1.738 controlli). L’effetto complessivo dei polifenoli è stato statisticamente significa> goli (differenza media −1,85, IC 95%: −3,14, −0,55, p=0,005).
In conclusione, i risultati di questa meta-analisi suggeriscono che l’integrazione con polifenoli potrebbe migliorare alcuni indicatori specifici dello stato cognitivo nell’uomo. Tra tutti i composti utilizzati, l’estratto di Ginkgo biloba sembra essere il più attivo; i benefici riportati potrebbero essere attribuibili all’intero fitocomplesso, dove è probabile che sia composti polifenolici che non polifenolici giochino un ruolo attivo.

Giorn Ital Arterioscler 11:5,2020

POLIFENOLI E CAPACITÀ COGNITIVE

Numerosi studi clinici osservazionali e di intervento hanno suggerito l’esistenza di un’associazione tra l’assunzione di alimenti a elevato contenuto di polifenoli, come frutti di bosco, uva, cacao e tè verde, e un miglioramento delle funzioni cognitive. Ciò nonostante, non tutti gli studi hanno dato risultati positivi in modo univoco, lasciando aperto il dibattito sul potenziale utilizzo dei polifenoli per il mantenimento della salute cognitiva. Per esempio, la dieta mediterranea, il cui apporto di polifenoli corrisponde a circa 1 g/die, tende a prevenire il deterioramento cognitivo. Invece, gli effetti neuroprotettivi degli isoflavoni della soia sembrano limitati, essendo influenzati da diversi fattori legati alle caratteristiche individuali, al tipo di trattamento e a fattori correlati alla pianta stessa. Le ragioni alla base di queste discrepanze si possono ritrovare nella diversa quantità e biodisponibilità dei composti utilizzati, come pure nella variabilità interindividuale della composizione e funzione del microbiota intestinale, che fa sì che l’assunzione degli stessi polifenoli si traduca in effetti diversi, a seconda delle caratteristiche di ciascun individuo. In sintesi, la mancanza di risultati convincenti degli studi clinici rende difficile trarre una conclusione solida sull’effetto preventivo dei polifenoli sulle funzioni cognitive e sulla neurodegenerazione. Per cercare di fare un po’ di chiarezza sull’argomento, in un prossimo post esporremo i risultati di una recente meta-analisi condotta da ricercatori emiliani.

QUANDO LA QUALITÀ È PIÙ IMPORTANTE DELLA QUANTITÀ

Sapete bene che nell’uomo elevati livelli di colesterolo, in particolare quello trasportato dalle LDL, si associano all’insorgenza di eventi cardiovascolari. Eppure la natura a volte si smentisce.
Le ricercatrici del Centro hanno collaborato con colleghi del prestigioso Karolinska Institutet di Stoccolma nell’analisi dei lipidi plasmatici dell’orso bruno (Ursus arctos), scoprendo che i livelli di colesterolo e trigliceridi dell’orso sono circa il doppio di quelli dell’uomo. Eppure questo animale non sviluppa aterosclerosi in età adulta. Come è possibile? Per cercare di spiegare questa apparente discordanza, i ricercatori hanno valutato la composizione e le proprietà aterogene e ateroprotettive delle lipoproteine dell’orso, scoprendo che queste sono molto diverse da quelle dell’uomo. In particolare, le LDL ursine sono più grandi, contengono meno colesterolo e più trigliceridi di quelle umane; sono anche in grado di legarsi meno ai proteoglicani, che agganciano le LDL alla parete arteriosa, e quindi non si accumulano nelle arterie. Allo stesso modo, le HDL dell’orso sono in grado di promuovere un maggior efflusso di colesterolo dalle cellule, di fatto dimostrando maggiori capacità ateroprotettive rispetto a quelle umane.
Ancora una volta si dimostra che la “qualità” delle lipoproteine circolanti è talora più importante della loro concentrazione nel plasma. È pur sempre vero che elevati livelli di colesterolo LDL sono pericolosi per le nostre arterie e vanno quindi ridotti con qualsiasi mezzo.

J Lipid Res (IF=4.483) 2021 Mar 10;100065. doi: 10.1016/j.jlr.2021.100065

POLIFENOLI E MALATTIE CARDIOVASCOLARI. UNA META-ANALISI

Ricercatori emiliani hanno condotto una meta-analisi per cercare di fare chiarezza sugli effetti cardiovascolari dei polifenoli. Hanno analizzato i risultati di 34 studi clinici, in cui sono state somministrate dosi di polifenoli significativamente più elevate di quelle assunte per via alimentare (per es. >100 mg/die di quercetina e 80-132 mg/die di isoflavoni). È stata riscontrata una notevole eterogeneità tra gli studi analizzati per differenze di trattamento in termini di formulazione, dose, fonte e tipo di polifenoli utilizzati.
16 studi, per un totale di 1.190 soggetti (606 trattati con polifenoli e 584 con placebo), hanno valutato gli effetti sulla pressione arteriosa (PA). L’analisi complessiva ha mostrato una riduzione significativa della PA sistolica (differenza media −1.01 mmHg, 95%CI tra −2.04 e 0.02 mmHg, p=0.005) e della PA diastolica (differenza media −1.32 mmHg, 95%CI tra −2.37 e −0.27 mmHg, p=0,001) dopo somministrazione di polifenoli. 21 studi, per un totale di 1.933 soggetti (988 trattati con polifenoli e 945 con placebo) hanno valutato gli effetti sulla colesterolemia (HDL-C e LDL-C). La somministrazione di polifenoli ha ridotto significativamente i livelli di LDL-C (differenza media −4.39 mg/dL, 95%CI tra −7.66 e −1.11 mg/dL, p=0.009) e aumentato i livelli di HDL-C (differenza media 2.68 mg/dL, 95%CI 2.43-2.92 mg/dL, p<0.001). 8 studi, per un totale di 568 soggetti (289 trattati con polifenoli e 279 con placebo), hanno valutato gli effetti vascolari dei polifenoli, misurando la vasodilatazione flusso-mediata (FMD), un parametro di funzionalità endoteliale (vedi articoli precedenti), che è aumentata (differenza media 0.89%, 95%CI 0.40- 1.38%, p<0.001). In 9 studi, per un totale di 611 pazienti (303 trattati con polifenoli e 308 con placebo), è stata esaminata la hs-CRP, un classico parametro infiammatorio, che non è variata.
L’analisi complessiva ha rivelato un effetto positivo dei polifenoli sui parametri cardiovascolari considerati. Nonostante questi effetti siano significativi dal punto di vista statistico, le differenze evidenziate sono di modesta entità e talvolta di dubbio beneficio clinico.

Giorn Ital Arterioscler 11:5,2020