DONNE IN MENOPAUSA: SE IL PUNTO VITA SI ‘ALLARGA’, AUMENTA IL RISCHIO DI INFARTO

È ben noto che il peso eccessivo aumenta il rischio di patologie cardiache. L’obesità provoca disfunzione endoteliale e insulino-resistenza, facilita l’aterosclerosi coronarica e si accompagna spesso a ipertensione e diabete, altri due fattori di rischio cardiovascolari potentissimi. Recentemente è stato dimostrato che non sono solo o non tanto i chili in eccesso a rappresentare un pericolo, quanto la loro distribuzione. E il grasso viscerale, quello che contribuisce all’allargamento del punto vita, è il più pericoloso ai fini del rischio di infarto.
Tra le tante alterazioni che accompagnano la menopausa c’è purtroppo anche l’allargamento della circonferenza vita, che si va a sommare alla perdita dell’ombrello protettivo degli estrogeni contro le malattie cardiovascolari. Fino alla menopausa l’incidenza di patologie cardiovascolari nelle donne è inferiore a quella degli uomini; in età post-menopausale le donne pareggiano i conti con gli uomini e addirittura superano le controparti maschili.
Lo studio KoROSE (KoRean wOmen’S chest pain rEgistry) è stato condotto su 659 donne coreane di età superiore ai 55 anni e sottoposte ad angiografia coronarica per sospetta coronaropatia. 311 di esse aveva in effetti una coronaropatia ostruttiva (CO, stenosi coronarica ≥50%). La presenza di CO è risultata significativamente maggiore tra le donne con una obesità di tipo centrale, definita da una circonferenza vita ≥85 cm, rispetto alle donne con circonferenza vita normale (55% vs 41%). Al contrario, non è stata riscontrata alcuna differenza nell’indice di massa corporea (BMI) tra donne con o senza CO.
I risultati di questo studio sono consistenti con quanto già sappiamo degli effetti deleteri dell’obesità centrale. Non tutto il grasso è uguale e l’obesità centrale è particolarmente pericolosa perché si associa a un aumentato rischio di patologie cardiache. Individuare le donne con un eccesso di grasso addominale, anche in presenza di un BMI normale, è molto importante per invitarle a implementare gli interventi su uno stile di vita salutare.

Menopause (IF=2.942) 2019 Aug 26. doi: 10.1097/GME.0000000000001392.

IL SORBETTO

Dalla Dietista del Centro, Raffaella Bosisio

Dolce fresco da consumare al cucchiaio, il sorbetto è un composto di acqua, zucchero e frutta. Di consistenza semidensa e cremosa si ottiene mediante congelamento parziale di succo e polpa di frutta. La sua nascita è antichissima: i primi sorbetti vennero confezionati dalle popolazioni dell’Asia Minore, raffreddando la frutta con la neve dei monti. In epoca moderna Buontalenti e Ruggieri, due pasticceri fiorentini, per lungo tempo si disputarono la paternità del sorbetto. Ma fu, sempre grazie ad un altro Italiano, Procopio, gestore dell’omonimo caffè parigino, che il sorbetto raggiunse grande fama in tutta Europa. Attualmente la normativa dell’Unione Europea stabilisce che il sorbetto di frutta, per poter essere denominato tale, debba contenere almeno il 25% di frutta, ad eccezione di quelli prodotti con i frutti acidi (limone e ribes nero), che possono raggiungere il 15%. In Italia esistono sorbetti molto caratteristici: in Veneto si usa a fine pasto lo sgroppino, un sorbetto di limone con l’aggiunta di prosecco, nel Lazio la cremolada, un incrocio tra granita e sorbetto che viene servita con ciuffi di panna.

ALIMENTAZIONE POVERA E FRAGILITÀ NEGLI ANZIANI

Sul rapporto tra alimentazione e fragilità nella popolazione anziana ha indagato uno studio prospettico olandese. I ricercatori della Vrije Universiteit di Amsterdam hanno seguito 2.154 anziani statunitensi per quattro anni. Al reclutamento, i partecipanti avevano un’età compresa tra i 70 e gli 81 anni. La qualità dell’alimentazione seguita nell’anno precedente il reclutamento è stata analizzata mediante questionari e valutata utilizzando tre indicatori: qualità generale, utilizzando lo score “Healthy Eating Index” (HEI), che misura l’adeguatezza alle linee guida americane per una sana alimentazione, apporto calorico totale giornaliero e consumo giornaliero di proteine. Per quanto riguarda la fragilità, i partecipanti sono stati classificati sani se non avevano problemi cognitivi o di fragilità fisica, “pre-fragili” se avevano uno o due sintomi di fragilità; la condizione di “fragilità” era definita dalla presenza di 3-5 sintomi di fragilità (secondo il Fried’s test, che include: perdita di peso involontaria di oltre il 5% negli ultimi 12 mesi; debolezza della presa della mano o troppo dolore alle articolazioni per completare questa valutazione; fatica quotidiana; bassa velocità di camminata e inattività fisica).
Durante i 4 anni di follow-up 277 dei 2154 partecipanti (sani o pre-fragili al reclutamento) sono diventati fragili; dei 1.020 individui che erano sani al reclutamento, 629 sono diventati fragili o pre-fragili.

Gli anziani che seguivano un’alimentazione di scarsa qualità (secondo l’HEI) hanno fatto registrare quasi il doppio (+92%) della probabilità di diventare fragili rispetto a quelli con alimentazione di alta qualità; un’alimentazione di media qualità è stata associata a un rischio di fragilità del 40% più elevato (Figura). Non è stata osservata alcuna differenza significativa nel rischio di fragilità in funzione all’assunzione di proteine o all’apporto calorico totale.
Lo studio non ha indagato i potenziali meccanismi dell’associazione tra alimentazione e fragilità nell’anziano, ma si può ipotizzare che un’alimentazione equilibrata, specie se associata a un’adeguata attività fisica, sia in grado di rallentare la perdita di massa muscolare e di forza che si verifica con l’invecchiamento.

J Am Geriatr Soc (IF=4.113) 67:1835,2019

L’ESERCIZIO FISICO ALLUNGA LA VITA. A QUALUNQUE ETÀ

Un gruppo di ricercatori del Regno Unito ha condotto uno studio incentrato sul rapporto tra attività fisica e longevità in uomini e donne di mezza età e anziani. Hanno valutato per otto anni l’attività fisica complessiva svolta durante il lavoro e il tempo libero di 14.599 uomini e donne, che al reclutamento avevano tra i 40 e gli 80 anni. Hanno poi iniziato a monitorare la mortalità, e hanno continuato in media per 12.5 anni.
Durante questo periodo sono deceduti 3.148 partecipanti, di cui 950 per malattie cardiovascolari e 1.091 per cancro. Hanno osservato che il passaggio da una vita sedentaria a un’attività fisica moderata (almeno 150 minuti a settimana, come raccomandato dall’OMS) era associato a una riduzione del rischio di morte per qualunque causa del 24%, di morte per malattie cardiovascolare del 29%, di morte per cancro dell’11%. Tutti i partecipanti hanno beneficiato dell’esercizio fisico, anche coloro che soffrivano di una condizione cronica grave come malattie cardiache o cancro prima dello studio. La riduzione della mortalità era associata all’aumento dell’attività fisica indipendentemente dai livelli di attività pregressi e persino dal peggioramento di altri fattori di rischio come dieta, peso corporeo, pressione arteriosa e livelli di colesterolo nel corso degli anni. A livello di popolazione, i ricercatori hanno stimato che almeno 150 minuti a settimana di attività fisica a intensità moderata potrebbero prevenire il 46% dei decessi associati all’inattività fisica.

BMJ (IF=27.604) 365:l2323,2019

ACCURATEZZA DELLA PRESSIONE ARTERIOSA DOMICILIARE NEI PAZIENTI CON DECADIMENTO COGNITIVO

Ipertensione e declino cognitivo coesistono spesso negli anziani. In questo studio olandese è stato valutata l’incidenza di una diagnosi errata di ipertensione in pazienti con declino cognitivo e demenza, confrontando la misurazione della pressione arteriosa (PA) domiciliare e clinica, e utilizzando per la diagnosi i rispettivi valori di normalità suggeriti dalle linee guida europee. Sono stati valutati 213 pazienti (età media di circa 73 anni, 40% donne) dei quali 82 con diagnosi di demenza, 65 con decadimento cognitivo lieve e 66 senza decadimento cognitivo. I valori medi di PA clinica erano di 156/84 mmHg e quelli di PA domiciliare di 139/79. È stata osservata una discordanza nella diagnosi di ipertensione nel 31% dei pazienti, con una maggiore discordanza nei pazienti con decadimento cognitivo (38.5%) e demenza (35.4%) rispetto a quelli senza decadimento cognitivo (18.2%). L’accuratezza diagnostica della PA domiciliare è risultata maggiore rispetto alla PA clinica nei pazienti con decadimento cognitivo e demenza. Questo studio conferma la validità della misurazione domiciliare della PA domiciliare nella diagnosi di ipertensione, dimostrandone l’efficacia anche in pazienti vulnerabili, nei quali si rischierebbe l’instaurazione di un trattamento improprio.

Eur J Cardiovasc Nurs (IF=2.497) 18:637,2019

INFARTO MIOCARDICO SILENTE E RISCHIO DI MORTE CARDIACA IMPROVVISA

Un infarto miocardico che non viene diagnosticato perché non accompagnato dai sintomi tipici (o i sintomi non vengono riconosciuti dal paziente) viene definito infarto silente.
Uno studio condotto in Finlandia e Stati Uniti, analizzando le autopsie e gli ECG disponibili di oltre 5 mila persone decedute, ha rilevato un legame tra pregressi infarti miocardici silenti e morte cardiaca improvvisa.
I ricercatori hanno esaminato i dati di 5869 individui (età media 64.9 anni, 78.8% uomini) deceduti per morte cardiaca improvvisa. In 4392 casi (74.8%) la causa della morte è stata una cardiopatia coronarica (CAD). Tra questi, 3122 soggetti (il 71.1%) non avevano precedenti della patologia; ma in 1322 (42.4%) di essi sono state osservate, durante l’autopsia, vecchie cicatrici miocardiche, segno di un pregresso infarto silente. Costoro erano più anziani, più spesso maschi, e avevano un cuore di maggiori dimensioni rispetto agli individui senza pregresso infarto silente; la morte cardiaca improvvisa spesso era avvenuta durante l’attività fisica.
Un pregresso infarto silente si associa quindi a ipertrofia cardiaca e aumentato rischio di morte improvvisa. Di qui la necessità di una più accurata diagnosi, al fine di implementare misure terapeutiche in grado di ridurre le morti improvvise.

JAMA Cardiol (IF=11.866) 2019 Jul 10, doi: 10.1001/jamacardio.2019.2210

IL BORSCH

Dalla Dietista del Centro, Raffaella Bosisio

Simbolo famossissimo della cucina russa, questa particolare zuppa nasce in Ucraina risentendo di numerose influenze, turche, ceke, greche e polacche. Forse per queste ragioni ne esistono mille varietà, a seconda della zona dove viene cucinata. Il denominatore comune rimangono le barbabietole, che sono protagoniste sia nella classica zuppa calda che nella versione ghiacciata consumata in estate. La ricetta prevede la preparazione di un brodo di carne, che può essere di manzo, pollo o montone. Lessare in una pentola quattro grosse barbabietole e conservare il liquido di cottura. In una casseruola far soffriggere con un pezzetto di burro la cipolla e l’aglio, e agggiungere la carne del brodo precedentemente preparato, tagliata a dadini. Irrorare con l’acqua di cottura delle barbabietole, aggiungendo un cavolo, carote e qualche pomodoro. Cuocere a fuoco lento, aggingendo il brodo di carne fino a quando le verdure non sono morbide. A fine cottura si aggiunge un trito di aneto, prezzemolo ed erba cipollina e si condisce con un cucchiaio di panna acida. Questa zuppa, con un gusto agrodolce particolare, si può conservare per alcuni giorni ed è un ottimo piatto unico, molto energetico.

PRESSIONE ARTERIOSA MATTUTINA DOMICILIARE: RIPRODUCIBILITÀ E ASSOCIAZIONE CON IL DANNO VASCOLARE

La riproducibilità della misurazione domiciliare della pressione arteriosa (PA) mattutina e la sua relazione con il danno vascolare sono state valutate in 1049 individui (età media 51 anni, 51.9% donne) non trattati, che avevano eseguito un monitoraggio 24h della PA, la misurazione della PA domiciliare nell’arco di 7 giorni e una valutazione della rigidità arteriosa (pulse wave velocity carotido-femorale, vedi www.centrogrossipaoletti.org). I valori della PA mattutina domiciliare sono maggiormente correlati con la rigidità arteriosa rispetto a quelli registrati nelle prime 2 ore dal risveglio con il monitoraggio 24h. Nei 135 soggetti in cui le misurazioni della PA sono state ripetute entro 1 mese, il coefficiente di variazione tra le 2 rilevazioni è risultato del 11% per la PA mattutina dal monitoraggio 24h e del 5% per la PA mattutina domiciliare. I risultati di questo studio indicano nella misurazione domiciliare il metodo migliore per la valutazione della PA mattutina, perché fornisce misure più riproducibili e maggiormente associate al danno vascolare rispetto ai valori derivati dal monitoraggio pressorio delle 24 ore.

Hypertension (IF=7.017) 74:137,2019

DEMENZA. UNO STILE DI VITA SANO PROTEGGE ANCHE I SOGGETTI A ELEVATO RISCHIO GENETICO

La questione se sia più importante l’impronta genetica o lo stile di vita nel determinismo delle malattie è un dei temi più dibattuti nella comunità scientifica. Per la maggior parte delle patologie non monogeniche la genetica conferisce al più un rischio aumentato di malattia, non un determinismo assoluto. Per questo è così importante adottare un sano stile di vita, tanto più se in famiglia ricorrono alcune patologie.
Un nuovo studio appena pubblicato su JAMA e presentato in contemporanea all’Alzheimer’s Association International Conference 2019 indica che uno stile di vita sano può contrastare anche il rischio genetico di demenza. Lo studio retrospettivo ha analizzato i dati relativi a oltre 196 mila caucasici (47.3% maschi, 52.7% femmine), ultra-60enni, registrati nella UK Biobank. Per ciascun individuo è stato calcolato un indice di rischio genetico, analizzando la presenza di tutte le varianti genetiche associate alla demenza; gli individui sono stati poi categorizzati a rischio genetico basso (1° quintile, 20%), intermedio (2°-4° quintili, 60%) o elevato (5° quintile, 20%). Per quanto riguarda lo stile di vita, i soggetti sono stati suddivisi in tre categorie (sano, intermedio, malsano) definite sulla base dei dati auto-riferiti su abitudini alimentari, attività fisica, fumo e consumo di alcol; il 68% ha adottato uno stile di vita sano, il 24% uno stile intermedio e l’8% uno stile di vita malsano.
1.769 individui hanno sviluppato una demenza durante il follow-up di 8 anni; il 1.23% di quelli con score genetico elevato, e lo 0.63% di quelli con basso score genetico. Tra gli individui con score genetico elevato, l’incidenza di demenza è del 1.13% in coloro che hanno adottato un sano stile di vita e del 1.78% in chi invece segue uno stile di vita malsano.
È il primo studio ad analizzare se lo stile di vita può influenzare il rischio genetico di demenza. I risultati smantellano l’atteggiamento fatalistico nei confronti della demenza, dimostrando che esiste una sorta ‘libero arbitrio’ nel determinare il rischio individuale di demenza, che non tutto è scritto nei cromosomi, e che ciascuno di noi ha un ruolo e una responsabilità nello sviluppo della malattia.

JAMA (IF=51.273) 322:430,2019

IL GELATO

Dalla Dietista del Centro, Raffaella Bosisio

Alimento amato da tutti, il gelato viene consumato in ogni stagione. In commercio si trovano gelati sia artigianali che industriali. Esistono differenze tra i due prodotti con vantaggi e svantaggi per entrambi. Il gelato industriale è sicuramente più sicuro da un punto di vista igenico, essendo prodotto con sistemi standarizzati e controllati. Può avere un’incorporazione di aria dal 100 al 130%, essere prodotto con basi liofilizzate e avere l’aggiunta di emulsionanti e conservanti. Il gelato artigianale, invece, incorpora un minor quantitativo di aria (30- 50%), di solito gli emulsionanti sono più naturali (farina di carrube) e le basi vengono prodotte da un buon gelataio artigiano, con ingredienti freschi. Soprattutto nei mesi estivi, per molti è ormai consuetudine sostituire il veloce pranzo di mezzogiorno con una coppa di gelato. Dal punto di vista nutrizionale, pure se le calorie sono pressappoco equivalenti, non si può affermare che i nutrienti apportati dal gelato siano ben bilanciati. Ovviamente dipende dai gusti scelti, ma, ad esempio, le creme sono ricche di grassi e zuccheri. Anche il senso di sazietà che apporta è minore rispetto a quello di un normale pasto dove la presenza di carboidrati complessi e di fibre nelle verdure contribuisce a farci sentire meno affamati durante la giornata. Tuttavia concederci un peccato di gola una volta a settimana può essere una scelta accettabilissima.