PRATICARE YOGA REGOLARMENTE ABBASSA LA PRESSIONE

I ricercatori della Connecticut University, guidati da Yin Wu, hanno analizzato i dati provenienti da 49 studi clinici per un totale di 3.517 partecipanti. Generalmente, si trattava di uomini e donne sovrappeso, di mezza età e ipertesi (pressione arteriosa media 129.3/80.7 mmHg). È stata misurata la pressione arteriosa prima e dopo l’assegnazione a caso dei partecipanti a fare yoga o a essere parte di un gruppo di controllo senza programmi di esercizio fisico. I partecipanti hanno fatto in media 5 sedute settimanali di yoga da 60 min per un periodo di 14 settimane. Nel complesso, chi ha praticato yoga ha mostrato riduzioni medie della pressione sistolica superiori ai 5 mmHg rispetto ai gruppi di controllo, mentre la pressione diastolica si è ridotta di 3.9 mmHg. Quando i soggetti ipertesi hanno fatto yoga tre volte a settimana in sessioni che hanno incluso anche esercizi di respirazione e rilassamento, i valori medi sono calati di 11 mmHg per quanto riguarda la pressione sistolica e di 6 mmHg per quella diastolica. Lo yoga è apparso meno efficace quando la pratica yoga non era accompagnata da esercizi di respirazione e rilassamento o meditazione; in queste circostanze, lo yoga è stato associato a riduzioni medie di 6 mmHg nella pressione sistolica e di 3 mmHg in quella diastolica.

Mayo Clin Proc (IF=7.199) 94:432,2019

IL LIEVITO MADRE

Dalla Dietista del Centro, Raffaella Bosisio

Il lievito madre o pasta acida, è un composto formato da acqua e farina, che si ottiene dalla reazione di fermentazione lattica operata da batteri e miceti. Questi microorganismi, nutrendosi degli zuccheri presenti nella farina, innescano una reazione che produce anidride carbonica, acido lattico, etanolo. Questa risposta naturale è indispensabile per ottenere la panificazione e conferisce ai prodotti lievitati un aroma particolare. Il lievito madre aumenta la digeribilità e la conservabilità del prodotto, evitando la formazione di muffe. Le caratteristiche di un buon lievito madre sono il colore, che deve essere bianco avorio, la consistenza soffice, l’alveolato fine, il sapore e l’odore dolce tendenti all’acido. Può essere facilmente preparato anche a casa. Spesso, per velocizzare la  fermentazione si usa aggiungere mosto d’uva o polpa di frutta, dando così maggior nutrimento ai microrganismi. Si ottiene un lievito maturo se ha un pH di 4.3-4.5 e un lieve sentore alcoolico. Per poterlo conservare nel tempo è necessario operare dei rinfreschi: ogni 2, 3 giorni il lievito deve esser fatto ossigenare e rimpastato con acqua a 25 gradi circa e farina fino a ottenere un composto omogeneo. Solo a questo punto il lievito può essere utilizzato immediatamente oppure nuovamente conservato in frigorifero.

L’INFIAMMAZIONE SISTEMICA NEL GIOVANE ADULTO SI ASSOCIA A MAGGIOR RISCHIO DI DECLINO COGNITIVO

Un’infiammazione sistemica precoce potrebbe rappresentare un fattore di rischio per il successivo sviluppo di demenza. È quanto emerge da una analisi dello studio ARIC (Atherosclerosis Risk in Communities cohort study. Gli autori hanno esaminato l’associazione tra infiammazione sistemica misurata durante la mezza età e incidenza di declino cognitivo dopo 20 anni. Nell’ambito dello studio è stato creato un punteggio composito di infiammazione basato su 4 biomarcatori misurati in occasione della visita n. 1 (fibrinogeno, conta dei globuli bianchi, fattore di von Willebrand e fattore VIII) e sulla proteina C-reattiva, valutata alla visita n. 2. Lo stato cognitivo è stato valutato in 3 visite nell’arco di 20 anni, utilizzando test di memoria, funzioni esecutive e linguaggio. Un totale di 12.336 partecipanti (età 56.8 [57] anni, 21% di colore, 56% donne) è stato incluso nell’analisi. Dopo correzione per variabili demografiche, fattori di rischio cardiovascolare e comorbidità, ad ogni aumento unitario nel punteggio composito di infiammazione in età giovane-adulta corrispondeva una maggiore riduzione dopo 20 anni nel punteggio cognitivo globale. Una simile associazione è stata riscontrata tra aumento unitario nel livello di proteina C-reattiva e declino cognitivo a 20 anni. I partecipanti con un punteggio composito di infiammazione nel quartile più elevato mostravano  un declino cognitivo più pronunciato del 7.8% rispetto ai partecipanti nel quartile più basso; analogamente, avere livelli di proteina C-reattiva nel quartile più elevato si associava a un declino cognitivo più marcato dell’11.6%. Nelle analisi specifiche delle varie funzioni cognitive, avere marcatori infiammatori elevati durante la mezza età si associava in modo consistente con la successiva diminuzione della memoria. Questi risultati evidenziano un possibile ruolo patogenetico precoce dell’infiammazione sistemica nello sviluppo di successivo declino cognitivo.

Neurology (IF=8.055) 92:e1256,2019

UNO SCARSO CONTROLLO GLICEMICO NEL DIABETE TIPO 1 DANNEGGIA IL CUORE CON MECCANISMO AUTOIMMUNE

Uno scarso controllo glicemico nel diabete mellito di tipo 1 è associato a un aumentato rischio di malattia cardiovascolare, ma i sottostanti meccanismi restano in parte insondati. Un’ipotesi è che l’iperglicemia cronica, tipica di questa condizione, causi un iniziale danno miocardico, a sua volta responsabile dell’induzione di autoimmunità verso il tessuto cardiaco, con rischio di complicanze cardiovascolari a lungo termine. Per indagare tale fenomeno, gli autori di una recente pubblicazione hanno misurato la prevalenza e la tipologia di autoanticorpi cardiaci in pazienti con diabete di tipo 1 arruolati nello studio DCCT (Diabetes Control and Complications Trial) che avevano valori medi di emoglobina glicata ≥9.0% (n = 83) e ≤7.0% (n = 83) durante lo studio. Sono stati poi valutati il successivo sviluppo di calcificazione coronarica (1 misurazione tra il 7° ed il 9° anno nello studio osservazionale post-DCCT EDIC (Epidemiology of Diabetes Interventions and Complications), i livelli di proteina C-reattiva (misurata tra il 4° e 6° anno dello stesso studio), e l’incidenza di eventi cardiovascolari (definiti come infarto miocardico non fatale, ictus, morte per cause cardiovascolari, insufficienza cardiaca o innesto di bypass coronarico) per un periodo di follow-up mediano di 26 anni. Il gruppo con emoglobina glicata media ≥9.0% mostrava livelli di autoanticorpi cardiaci nettamente superiori rispetto ai controlli, con evidenza di un progressivo aumento degli stessi nel tempo.

In particolare, la percentuale di pazienti positivi per ≥1, ≥2 e ≥3 diversi tipi di autoanticorpi cardiaci nel gruppo con emoglobina glicata ≥9.0% era pari al 46%, 22% ed 11%, rispetto a 2%, 1% e 0% nel gruppo con emoglobina glicata ≤7.0%. La positività per ≥2 autoanticorpi era associata a un aumentato rischio di eventi cardiovascolari (HR 16.1, IC 95%, 3.0-88.2) e, nell’analisi multivariata, alla presenza di calcificazione coronarica (OR 60.1; 95% CI, 8.4-410.0). I pazienti con ≥2 autoanticorpi, inoltre, mostravano livelli più elevati di proteina C-reattiva (6.0 mg/L contro 1.4 mg/L in pazienti con ≤1 autoanticorpi). In base a queste evidenze, lo scarso controllo glicemico nel diabete mellito di tipo 1 sembra associarsi ad autoimmunità cardiaca. Gli autori dello studio concludono suggerendo un ruolo per i meccanismi autoimmuni nello sviluppo di malattia cardiovascolare nel diabete mellito di tipo 1, possibilmente mediato da fenomeni infiammatori.

Circulation (IF=18.881) 139:730,2019.

DIABETE MELLITO: IL RISCHIO È NELL’ARIA

L’esposizione a lungo termine al particolato fine (con un diametro inferiore a 2,5 μm; PM2.5) si associa a un incremento significativo nell’incidenza di eventi cardiovascolari, specialmente nel sud-est asiatico, dove la maggior parte dei Paesi è alle prese con il problema di un serio inquinamento dell’aria. Lo studio che vi proponiamo oggi ha indagato gli effetti a lungo termine dell’esposizione a PM2.5 sull’incidenza di diabete di tipo 2 in una popolazione di adulti in Taiwan. 147.908 individui non diabetici, di almeno 18 anni di età, sono stati reclutati tra il 2001 e il 2014 in uno studio longitudinale di coorte in cui venivano sottoposti a visite mediche periodiche e ad almeno due misurazioni della glicemia a digiuno. L’incidenza di diabete di tipo 2 è stata definita come riscontro di glicemia a digiuno ≥7 mmol/L (≥125 mg/dL) o come diagnosi medica di diabete segnalata nei successivi appuntamenti. La concentrazione di PM2.5 nell’abitazione di ciascun partecipante è stata stimata utilizzando misurazioni satellitari con una risoluzione di 1×1 km2. La media biennale delle concentrazioni di PM2.5, ottenuta stimando i relativi valori nell’anno della visita di riferimento e in quello antecedente, è stata considerata un indicatore dell’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico da PM2.5. Dopo correzione per una vasta gamma di covariate (età, genere, scolarità, stagionalità, anno, abitudine al fumo, consumo di alcool, attività fisica, assunzione di verdura e frutta, esposizione professionale, BMI, ipertensione e dislipidemia), il rischio di diabete tra i partecipanti esposti al secondo, terzo e quarto quartile di PM2.5 ambientale era significativamente più elevato rispetto a quello dei partecipanti nel primo quartile (HR rispettivamente pari a 1.28, IC 95% 1.18-1.39; 1.27, IC 95% 1.17-1.38; 1.16, IC 95% 1.07-1.26). I partecipanti che riferivano un consumo alcolico occasionale o regolare (più di una volta alla settimana), o che avevano un BMI <23 kg/m2 risultavano più sensibili agli effetti a lungo termine dell’esposizione a PM2.5 ambientale. Gli autori concludono a favore di un rischio più elevato di sviluppare diabete di tipo 2 tra individui esposti a lungo termine a PM2.5 ambientale. L’impatto sulla salute dell’inquinamento atmosferico, specchio di precisi modelli economici, non deve essere trascurato.

Diabetologia (IF=6.023) 2019 Jan 31. doi: 10.1007/s00125-019-4825-1

LA PATATA DOLCE: LE RICETTE

Dalla Dietista del Centro, Raffaella Bosisio

Introdotta in Europa da Cristoforo Colombo, la patata dolce non fu mai considerata un alimento di particolare valore. Solo nel 1880 Il conte Antonio Donà dalle Rose ne iniziò in Veneto, nella provincia di Rovigo, la coltivazione, intuendo la potenzialità di questo tubero. Nel Polesine se ne diffuse rapidamente la coltivazione e il consumo con nascita di diverse ricette. Non a caso i famosi maneghi, gnocchi dolci conditi con cannella e burro, sono diventati un piatto tipico del Polesine.

La torta di patate e mele è anch’essa caratteristica di questa zona; gli ingredienti sono: 1 kg. di patate dolci, 300 gr. di mele, 150 ml. di latte, 100 gr. di uvetta, 200 gr. di farina, 200 gr. di zucchero, 80 gr. di fichi secchi, scorza di limone grattugiata, 2 uova, una bustina di lievito e un pizzico di sale. Si lessano le patate in abbondante acqua e, una volta cotte, si schiacciano a purea. A questa vanno aggiunte le mele tagliate a tocchetti, l’uvetta, lo zucchero, i fichi, il sale e per ultimo le uova e il lievito setacciato. Foderare una teglia con carta da forno e cuocere a 180° per circa 45 minuti. Servire fredda con una spolverata di zucchero a velo.

Per porzione. Kcal 312.96. Proteine 7.45 gr. Lipidi 2.74 gr (saturi 0.81 gr; monoinsaturi 0.77 gr; polinsaturi 0.29 gr). Carboidrati 92.26 gr. Fibra 6.14 gr.

LA PATATA DOLCE

Dalla Dietista del Centro, Raffaella Bosiso

La patata dolce (Ipomea batatas) è originaria delle aree tropicali delle Americhe. Importata in Europa da Cristoforo Colombo e inizialmente studiata come curiosità botanica, solo in un  tempo più recente è stata apprezzata come alimento. Cresce bene alle temperature miti non tollerando climi rigidi, motivo per il quale le coltivazioni in Italia sono presenti soprattutto in Puglia. La batata è più grande della patata comune e può raggiungere anche i tre chili. Le varietà sono numerosissime e vengono distinte in base alla colorazione della buccia. Le più diffuse sono la rossa, la viola e la bianca. Da un punto di vista nutrizionale, la patata dolce o batata contiene prevalentemente carboidrati complessi e zuccheri semplici; nonostante la presenza di  questi ultimi, l’indice glicemico di questa radice è inferiore a quello delle patate e questo la rende  adatta anche ai diabetici. Il contenuto di vitamina A è quattro volte maggiore rispetto al fabbisogno giornaliero raccomandato soprattutto nella patata rossa. Ricche di potassio, le patate dolci hanno un valore calorico di 87 kcalorie ogni 100 grammi.

NUOVI ANTIDIABETICI? A CUOR LEGGERO!

L’impatto dei nuovi farmaci antidiabetici sulla salute cardiovascolare in pazienti con diabete mellito di tipo 2 è stato oggetto di una meta-analisi degli studi clinici con outcomes cardiovascolari condotti sui nuovi antidiabetici (inibitori di DPP-4, agonisti di GLP-1 e inibitori di SGLT-2). L’outcome primario era rappresentato dall’occorrenza di eventi cardiovascolari maggiori (Major Adverse Cardiac Events [MACE]: morte per cause cardiovascolari, infarto miocardico e ictus non fatali), dalle singole componenti elencate come MACE e dalla morte per qualsiasi causa. Gli endpoint secondari includevano il ricovero per scompenso cardiaco e l’angina instabile. Un totale di 9 studi, che hanno reclutato 87.162 pazienti, ha soddisfatto i criteri di inclusione. Gli inibitori della DPP-4 hanno mostrato un profilo di sicurezza cardiovascolare sovrapponibile al placebo. Gli agonisti del GLP-1 hanno prodotto una significativa riduzione dei MACE (RR=0.92, IC 95% 0.87-0.97), morte per cause cardiovascolari (RR=0.88, IC 95% 0.80-0.97) e morte per qualsiasi causa (RR=0.89; IC 95% 0.82-0.96), mentre gli inibitori di SGLT-2 mostravano una riduzione significativa dell’ospedalizzazione per insufficienza cardiaca (RR 0.72, IC 95% 0.6-0.86) rispetto al placebo. Gli autori concludono a favore dell’uso in sicurezza, in termini di salute cardiovascolare, dei nuovi farmaci antidiabetici, che sembrano non determinare alcun rischio aggiuntivo di MACE. Il confronto indiretto tra i farmaci della stessa classe non ha mostrato differenze significative nell’incidenza incidenza degli endpoint esaminati.

Prim Care Diabetes (IF=1.702) 2019 Jan 31. doi: 10.1016/j.pcd.2019.01.003

EFFETTO DI UNA DIETA A BASSO CONTENUTO DI CARBOIDRATI SUL COLESTEROLO LDL

Gli autori dello studio che vi proponiamo oggi hanno esaminato l’impatto di una alimentazione a basso contenuto di carboidrati sui livelli di colesterolo LDL e sull’espressione di geni regolatori del metabolismo lipidico in una popolazione di giovani adulti in buona salute. I 15 partecipanti assegnati al gruppo d’intervento hanno seguito un regime alimentare a basso contenuto di carboidrati (meno di 20 g di carboidrati al giorno) per tre settimane, mentre i 15 soggetti di controllo hanno continuato la dieta abituale. Nel gruppo di intervento, i livelli medi di colesterolo LDL sono aumentati da 84.9 mg/dl a 119.7 mg/dl, mentre nel gruppo di controllo sono rimasti invariati. L’aumento individuale di colesterolo LDL variava da un minimo del 5% a un massimo del 107%, mostrando quindi un’elevata variabilità interindividuale. È stato anche riscontrato un significativo aumento nei livelli di apolipoproteina B, colesterolo totale, colesterolo HDL, acidi grassi liberi, acido urico ed urea nel gruppo di intervento rispetto al controllo. Non sono state, invece, registrate differenze significative nei livelli plasmatici di trigliceridi, lipoproteina(a), glucosio, C-peptide, proteina C-reattiva, nonché di pressione arteriosa, peso corporeo e composizione corporea tra i due gruppi. L’imprevedibilità dell’effetto di questo intervento dietetico sui livelli di colesterolo LDL, unita all’osservazione di un aumento medio di circa il 44% degli stessi, portano gli autori a concludere a favore di un attento monitoraggio dei livelli di colesterolo LDL nelle persone che si attengono a questo tipo di regime alimentare.

Atherosclerosis (IF=4.467) 279:52,2018

LA MANIOCA: LE RICETTE

Dalla Dietista del Centro, Raffaella Bosisio

Il tubero di manioca si presta a molte ricette: tra queste, le più conosciute sono quelle brasiliane. Si può cucinare bollito come accompagnamento ad altre pietanze, oppure fritto come fosse una patata. L’importante è sbucciare bene il tubero e lessarlo fino a quando diventa tenero (circa mezz’ora). Si può arrostirlo o anche passarlo come purea. La farina di tapioca viene utilizzata come addensante nelle preparazioni alimentari. In Brasile si usa per preparare la tutù de feijão, piatto con purea di fave e tapioca, l’arepa pane farcito con salame e verdure.

Una ricetta semplice e golosa è il budino di tapioca i cui ingredienti sono: 400 ml. di acqua, 100 gr. di zucchero di canna, 180 ml. di latte di cocco, 40 gr. di perle di tapioca, una bacca di vaniglia: si versa la tapioca nell’acqua lasciando cuocere per 15 minuti; quindi si aggiunge il latte di cocco e lo zucchero, si aromatizza con la vaniglia continuando a cuocere per altri 5 minuti. Far raffreddare e servire il budino.

Per porzione. Kcal 165.05. Proteine 0.165 gr; lipidi 0.425 gr (saturi 0.41 gr, monoinsaturi 0.005 gr, polinsaturi 0.003 gr); carboidrati 36,12 gr; fibra 0.085 gr.