
La prestigiosa rivista ‘The Lancet’ pubblica un rapporto basato su dati del ‘Global Burden of Diseases, Injuries, and Risk Factors Study’ (GBD), che ha valutato l’effetto del fumo su mortalità e morbilità in 195 nazioni, nei 25 anni che vanno dal 1990 al 2015. Oggi nel mondo il 25% dei maschi e il 5.4% delle femmine fuma, anche se la prevalenza dei fumatori attivi ha fatto registrare una cospicua riduzione a partire dal 1990 (-28,4% nei maschi e -34,4% nelle femmine), più marcata negli anni tra il 1990 e il 2005, che nel decennio successivo (2005-2015). La riduzione della prevalenza dei fumatori mostra un pattern assai eterogeneo sia per area geografica, che per livello socio-economico e sesso, ed è minore nelle donne dei Paesi a basso e medio indice socio-demografico.
Nel 2015, 6,4 milioni di decessi (l’11,5% della mortalità totale nel mondo) erano attribuibili al fumo, con un aumento del 4,7% rispetto al 2005; oltre la metà (52,2%) dei decessi era concentrata in 4 Paesi: Cina, India, USA e Russia). Il fumo è stata la seconda causa di mortalità in entrambi i sessi, dopo l’ipertensione. Dal 2005 al 2015 la mortalità attribuibile al fumo è aumentata (dell’11,4%) in un solo Paese, l’Egitto, ed è diminuita in 82 Paesi sui 195 analizzati. Nel 2015 il fumo era anche la principale causa di disabilità, con particolare impatto su malattie cardiovascolari (41,2%), cancro (27,6%), e malattie respiratorie croniche (20,5%).
Una sfida cruciale per la salute della popolazione mondiale è rappresentata dal riuscire a prevenire sempre più che le persone si accostino alla sigaretta e allo stesso tempo a portare sempre più persone ad abbandonarla. Gli Autori concludono con un invito ad accelerare le misure per il controllo del fumo: “È sicuramente possibile fare di meglio e di più, ma questo richiede un rafforzamento e un’implementazione delle politiche di controllo del fumo, con un maggior impegno politico a livello nazionale e globale, che vada oltre quello che ha portato ai successi degli ultimi 25 anni.”
Smoking prevalence and attributable disease burden in 195 countries and territories, 1990–2015: a systematic analysis from the Global Burden of Disease Study 2015. Lancet 389:13,2017.


Vengono definite carni alternative quelle appartenenti ad animali da cortile: pollame, tacchini, conigli. Il loro consumo è aumentato vertiginosamente negli ultimi decenni sia per la competitività del costo, sia per i progressi tecnologici nell’allevamento, macellazione, commercializzazione, sia per una miglior consapevolezza del consumatore.
Finalmente, il 17 marzo sono stati presentati al congresso annuale dell’American College of Cardiology e contemporaneamente pubblicati sul New England Journal of Medicine, i risultati dello studio FOURIER, disegnato per valutare l’efficacia di evolocumab nel ridurre l’incidenza di eventi cardiovascolari in soggetti ad elevato rischio (soggetti giá con infarto del miocardio, ictus ischemico o arteriopatia periferica). Il trial, uno dei più grandi mai condotti, della durata di circa 2 anni, ha incluso più di 27000 pazienti con malattia cardiovascolare. Metá dei soggetti ha assunto l’inibitore di PCSK9, mentre l’altra metá ha assunto placebo. Entrambi in associazione a una terapia ipolipidemizzante standard ottimizzata. L’aggiunta dell’inibitore di PCSK9 ha prodotto una riduzione del 27% del rischio di infarto miocardico e del 21% di ictus, senza però alcun effetto sulla mortalitá totale. L’effetto positivo era già visibile dopo un anno di terapia e indipendente dalla posologia del trattamento e dal valore basale di colesterolo LDL. Dobbiamo invece attendere ancora un anno per conoscere l’effetto sugli endpoint cardiovascolari dei 18000 pazienti inclusi nel trial con alirocumab, l’altro inibitore di PCSK9.